╚ possibile convertire il capitalismo al sociale?

MARCEKLLO VENEZIANI

È possibile convertire il capitalismo al sociale?


È passata fugace, come una meteora d’agosto, la svolta annunciata da 181 top manager di altrettante banche e grandi imprese alla Tavola rotonda del Business che rappresenta il Gotha dell’economia americana e globale, sulla necessità di cambiare la mission del capitalismo.

Lo scopo principale dell’impresa – hanno detto i manager e le aziende del capitalismo imperante tra cui Jeff Bezos di Amazon e Tim Cook di Apple – non può più essere il profitto e la sua massimizzazione, come sosteneva Milton Friedman. Non è scopo primario, esclusivo, aumentare il valore in borsa e i dividendi agli azionisti, ma si devono avere anche obbiettivi sociali: i lavoratori dipendenti, i consumatori, l’ambiente e il clima, il contesto sociale.

Cambia la filosofia del capitalismo, annuncia il Wall Street Journal; dopo il socialismo, ecco il capitalismo dal volto umano. È la new age del capitalismo eco-solidale.

Ma è credibile, è possibile che il capitalismo cambi la sua natura e il suo scopo? La prima ipotesi è che si tratti di retorica & pierre, un contentino al target e all’immagine per travestire con ipocrisia la vera natura del capitalismo e renderla più gradevole al mondo, agli utenti e ai media. E magari anche un paravento morale per i mega-stipendi dei Ceo, che col passare degli anni si allontanano sempre più dalla restante umanità dei dirigenti e dei dipendenti.

Questa lettura malpensante avrà qualche fondamento ma non esaurisce la sostanza del pronunciamento, la situazione a cui risponde e magari la preoccupazione sincera di alcuni manager e imprenditori.

La seconda ipotesi è che si tratti di una risposta al montante populismo sovranista. Ma risposta qui si può intendere in due modi opposti: come un assecondare, compiacere – anche solo in apparenza – alcune istanze populiste e protezioniste in auge da quando Trump guida gli USA e molti leader in sintonia con lui guidano le maggiori potenze mondiali.

Però può essere intesa anche al contrario, come un modo per contrastare il populismo, sconfessando da un verso il cinismo liberista e anti-ecologista che lo percorre e dall’altro sottraendo argomenti e terreno al suo dichiarato populismo economico, al suo protezionismo sociale verso le masse, i nuovi proletari, i disagiati. Credo che quel pronunciamento dei top manager sia la somma di ambedue le spiegazioni.

Ma al di là dei moventi occasionali quali sono le motivazioni profonde di quella dichiarazione? Forse è un sussulto di capitalismo etico, che appare e scompare periodicamente negli anni e cerca di dare buona coscienza al profitto e all’espansione illimitata dei mercati. Precursore nostrano e convinto del capitalismo solidale fu Adriano Olivetti.

Ma dietro quella svolta annunciata non c’è solo l’etica degli affari; c’è la ripresa di temi che un tempo definirono la Terza Via. Il riferimento vicino è a Antony Giddens, ideologo di Tony Blair, in parte a Ralf Dahrendorf e alle eredità della socialdemocrazia nord-europea.

Ma il tema della terza via è molto più vasto, più antico e non nasce in ambito atlantico o nel mondo liberal. La terza via oltre il socialismo e il capitalismo è il tema centrale della dottrina sociale della Chiesa sin dalla fine dell’Ottocento, è il cuore dell’economia sociale di mercato, il modello renano e la Mitbestimmung tedesca, il sistema partecipativo cristiano-sociale; è il tema economico-sociale del gollismo francese, dei regimi nazionalisti e del peronismo, è stato il tema ideologico e sociale del fascismo. Un tema necessario, sacrosanto, ma è realmente praticabile se si resta all’interno del capitalismo, anzi se si vive nell’epoca del capitalismo globale?

Si può davvero mutare la “ragione asociale” del capitalismo, sopprimere o frenare la sua molla egoistica e individualistica, reprimere i suoi spiriti animali? Impresa difficile, che diventa impossibile se si pretende che sia lo stesso capitalismo ad autoregolarsi e autolimitarsi fino a darsi scopi divergenti dalla sua stessa natura e vocazione. Il capitalismo non può darsi da solo regole sovraeconomiche di questo tipo; perderebbe il suo slancio e la legge spietata della concorrenza penalizzerebbe subito chi aderisce alla svolta etico-sociale.

È necessario prevedere un’altra sovranità che bilanci il potere del capitale e indirizzi l’economia a contemperare profitto e interesse sociale. Fino a oggi quel contropotere è rappresentato dallo Stato nazionale, dalla politica e dalle rappresentanze sociali e sindacali. Non si può pensare di farne a meno, risolvendo con l’autogestione del capitalismo, convertito allo spirito solidale, comunitario, francescano. Difficile credere che i Ceo abbiano le stimmate…

A complicare le cose si aggiunge un’altra considerazione che già delineava Heidegger e che è stata più di recente avanzata da Emanuele Severino e poi da Umberto Galimberti. Il destino del capitalismo è oggi nelle mani della tecnica più che degli azionisti, ovvero l’utilizzatore finale della catena dei profitti è la crescita illimitata e impersonale della macchina, dell’apparato che da mezzo diventa scopo. La tecnica si espande a livello planetario, usa il capitale anziché esserne usato e si costituisce in potenza assoluta, autonoma, sovrastante…

Il problema, allora, è tentare un salto di paradigma, un cambiamento radicale che rimetta in discussione il modello planetario in cui siamo inseriti e che ha trasformato la finanza e la tecnologia da mezzi a scopi. Occorre un altro pensiero, un’altro destinazione. Ben vengano i top manager umanizzati, ma difficilmente potranno essere loro a suscitare quella svolta.

MV, Panorama n. 39 (2019)


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