Omelia meravigliosa del Santo Curato d'Ars, da leggere e meditare - PARTE 1

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Omelia meravigliosa del Santo Curato d'Ars, da leggere e meditare


PARTE 1


«In verità, in verità vi dico: voi piangerete e gemerete, il mondo invece gioirà»
(Giovanni 16,20)

Chi potrebbe, fratelli miei, ascoltare senza stupirsi, il discorso che il Salvatore tiene ai suoi discepoli, prima di salire al Cielo, dicendo loro che la loro vita sarebbe stata un susseguirsi di lacrime, di croci, e di sofferenze, mentre le genti del mondo si sarebbero dedicate e abbandonate a una gioia insensata, e avrebbero riso in maniera frenetica?

«Non significa affatto, ci dice sant’Agostino, che le genti del mondo, cioè i malvagi, non abbiano anch’essi le loro pene, poichè i turbamenti e i dispiaceri sono la conseguenza di una coscienza criminale, e un cuore sregolato, trova il proprio supplizio proprio nella sua stessa sregolatezza».

Ahimè! essi sono avvolti nella maledizione che Gesù Cristo pronuncia contro coloro che non pensano ad altro che a dedicarsi ai piaceri e alla gioia.

La sorte dei buoni cristiani è molto differente: essi devono decidersi a trascorrere la loro vita a soffrire e a gemere; ma, dalle loro lacrime e dalle loro sofferenze, essi passeranno a una gioia e a un piacere infiniti, per grandezza e per durata; mentre le genti del mondo, dopo qualche istante di una gioia mescolata a mille amarezze, passeranno la loro eternità tra le fiamme.

«Maledizione a voi, dice loro Gesù Cristo, a voi che non pensate ad altro che a gioire, perchè i vostri piaceri vi producono dei mali infiniti nell’ambito della mia Giustizia. Ah! felici voi, dice in seguito ai buoni cristiani, ah! felici, voi che trascorrete i vostri giorni tra le lacrime, perchè arriverà il giorno in cui Io stesso vi consolerò» (cfr. Luca 6,25.21: anche se il testo viene elaborato emotivamente dal curato, il senso sostanziale resta integro; n.d.a.).

Io vi mostrerò quindi, fratelli miei, che le croci, le sofferenze, la povertà, e i disprezzi, sono la parte che spetta a un cristiano il quale cerchi di salvare la sua anima e di piacere a Dio. O si deve soffrire in questo mondo, oppure non si deve sperare di poter mai vedere Dio in Cielo.. Esaminiamo ciò un po’ più da vicino.

Io affermo anzitutto che, dall’istante in cui siamo ammessi nel numero dei figli di Dio, noi afferriamo una croce che non ci abbandonerà se non alla nostra morte.

In qualunque punto Gesù Cristo ci parli del Cielo, Egli non manca mai di dirci che è soltanto per mezzo della croce e delle sofferenze, che possiamo meritarlo: «Prendete la vostra croce, ci dice Gesù Cristo, e seguitemi, non per un giorno, un mese, un anno, ma per tutta la vostra vita».

Sant’Agostino ci dice: «Lasciate i piaceri e la gioia alle persone del mondo; ma voi, che siete i figli di Dio, piangete insieme ai figli di Dio».

Le sofferenze e le persecuzioni, ci sono vantaggiose sotto due aspetti.


Il primo, è che noi vi troviamo dei mezzi molto efficaci per espiare i nostri peccati passati, poichè, o in questo mondo o nell’altro, bisogna subirne la pena.
In questo mondo, le pene non sono infinite, nè per il loro rigore, nè per la loro durata: è un Dio misericordioso che non ci castiga se non perchè ha dei grandi disegni di misericordia sopra di noi; Egli ci fa soffrire un istante, per renderci felici per tutta l’eternità.

Per quanto grandi siano le nostre pene, è solo il suo dito mignolo che ci tocca; mentre, nell’altra vita, i supplizi e i tormenti che dovremo sopportare saranno prodotti dalla sua potenza e dal suo furore. Sembrerà che Egli cerchi in tutti i modi di placarsi, facendoci soffrire (espressione iperbolica partorita dalla foga oratoria del curato; n.d.a.). I nostri mali saranno infiniti, nella loro durata e nel loro rigore. In questo mondo, le nostre pene vengono addolcite dalle consolazioni e dall’aiuto che troviamo nella nostra santa religione; ma nell’altro, nessuna consolazione e nessun addolcimento: al contrario, tutto diverrà per noi motivo di disperazione.

Oh! com’è beato quel cristiano che trascorre la sua vita nelle lacrime e nelle sofferenze, poichè potrà evitare tanti mali e procurarsi tanti piaceri e gioie eterne!

Il santo Giobbe ci dice che la vita dell’uomo non è altro che una serie di miserie. Entriamo in qualche dettaglio. Infatti, se andassimo di casa in casa, noi vi troveremmo dappertutto piantata la croce di Gesù Cristo: qui c’è una perdita di beni, un’ingiustizia che ha ridotto una povera famiglia alla miseria; là, c’è una malattia, che tiene questo pover’uomo inchiodato sopra un letto di dolore, mentre trascorre i suoi giorni nelle sofferenze; altrove, c’è quella povera donna, che inzuppa il suo pane con le lacrime, per il dispiacere che prova a causa di un marito brutale e senza religione.

Se mi giro da un’altra parte, vedo la tristezza dipinta su una fronte: se le chiedo la ragione, ella mi risponderà che è stata accusata di cose alle quali non ha mai nemmeno pensato.

Lì in un angolo, ci sono quei poveri vecchi, rifiutati e disprezzati dai loro figli, ridotti a morire di dispiaceri e di miseria. Infine, in un altro angolo, sento una casa rimbombare di grida causate dalla perdita di un padre, di una madre, o di un figlio.

Ecco, in generale, fratelli miei, ciò che rende la vita dell’uomo così triste e così miserabile, se consideriamo tutto questo soltanto dal punto di vista umano; ma se lo guardiamo nell’ottica della religione, noi constateremo che siamo infinitamente sciagurati per il fatto che ne restiamo abbattuti e dispiaciuti, come facciamo ( vuol dire che dal punto di vista della fede dovremmo considerarci fortunati e beati; n.d.a.).

Inoltre vi dirò che ciò che vi fa considerare così disgraziati, è il fatto che voi guardate sempre coloro che stanno meglio di voi.

Un povero, ad esempio, nelle miserie della sua povertà, invece di pensare ai criminali che sono incatenati e condannati a trascorrere i loro giorni nelle prigioni, o a perdere su una forca la loro vita languida, porterà il suo pensiero nella casa di un grande del mondo, che rigurgita di beni e di piaceri.

Un malato, ben lungi dal pensare ai tormenti che sopportano gli infelici dannati, che urlano tra le fiamme, che sono schiacciati dalla collera di Dio, e dei quali, neppure un’eternità di tormenti, riuscirà a cancellare la pur minima delle colpe, getterà lo sguardo su coloro che non sono mai stati sfiorati dalla malattia e dalla povertà.

Ecco, fratelli miei, che cosa ci fa risultare insopportabili i nostri mali. E che cosa ne consegue da tutto ciò, fratelli miei, se non mormorazioni e pianti, che ci fanno perdere ogni merito per il Cielo? Infatti, da una parte soffriamo senza consolazione e senza speranza di esserne ricompensati; dall’altra, invece di servircene per espiare i nostri peccati, noi non facciamo altro che accrescerli a causa delle nostre mormorazioni e della nostra mancanza di pazienza.

Eccovene la prova: dopo aver parlato male di quella persona che ha cercato di nuocervi, vi sentite meglio? L’odio verso di lei, si è forse estinto? No, fratelli miei, no.


Dopo tanti anni che non la smettete di urlare dietro a quel marito che vi deprime con la sua ubriachezza, i suoi traviamenti e le sue spese folli, forse che quello è diventato più ragionevole? No, sorella mia, no.

Allorchè abbattuti dalla malattia e dalle perdite vi siete lasciati andare alla disperazione, quasi fino a volervi distruggere, fino a maledire coloro che vi hanno dato la vita, forse che i vostri mali sono cessati, o che le vostre pene sono divenute meno brucianti? No, fratelli miei, no.

Quel figlio che vi ha fatto versare tante lacrime, è forse risuscitato? No, fratelli miei, no.


E così pure, fartelli miei, le vostre impazienze, la vostra mancanza di sottomissione alla Volontà di Dio e la vostra disperazione, non sono servite ad altro che a rendervi più infelici, voi non avete fatto altro che aggiungere nuovi peccati a quelli che avevate.

Ahimè! fratelli miei, ecco la sorte disgraziata e disperata di una persona che ha perso di vista lo scopo per il quale Dio le invia le sue croci.

«Ma, mi direte voi, abbiamo sentito cento volte questo discorso, sono solo parole, e non recano alcun conforto; anche noi diciamo le stesse cose a coloro che si trovano nelle pene».

Ah! amico mio, guarda, guarda in alto; estrai fuori il tuo cuore dal fango della terra, dove lo hai immerso, dissipa questa nebbia che ti nasconde i beni che le tue pene ti possono procurare.


Ah! guarda in alto, considera la mano di un buon Padre, che ti destina un posto felice nel suo Regno; un Dio ti percuote, per guarire le piaghe che il peccato ha inferto alla tua povera anima; un Dio ti fa soffrire, per coronarti con una gloria immortale!…

Volete sapere, fratelli miei, come si devono ricevere le croci che ci vengono o dalle mani di Dio o da quelle delle creature? Ecco.

Voglio dire, come il sant’uomo Giobbe, il quale, dopo aver perduto dei beni immensi e una famiglia numerosa, non se la prese nè col fuoco del cielo, che aveva bruciato una parte delle sue mandrie, nè con i ladri, che avevano rubato il resto, nè col vento impetuoso che, ribaltando la sua casa, aveva schiacciato i suoi poveri figli, ma si accontentò di dire: «Ahimè! la mano del Signore si è appesantita su di me» (un altro dei soliti “anacoluti” del curato; n.d.a.).

Allorchè, coricato per un anno sul letame, tutto ricoperto di ulcere, senza risorse e senza consolazioni, disprezzato dagli uni, abbandonato dagli altri, perseguitato perfino da sua moglie la quale, invece di consolarlo, lo derideva dicendogli: «Chiedi a Dio che ti faccia morire, per mettere fine a questi mali. Vedi il tuo Dio, che tu servi con tanta fedeltà, vedi come ti tratta?»; «Taci, le rispose il sant’uomo, se abbiamo ricevuto con azioni di grazie i beni, dalla sua mano benefattrice, perchè non dovremmo ricevere anche i mali, con i quali ci affligge?».

«Ma, pensate voi, io non posso comprendere come possa essere Dio, che ci affligga, Lui che è la bontà in persona, e che ci ama infinitamente».

Allora, domandatemi anche se sia possibile che un padre buono castighi il suo figlio, o che un medico dia il rimedio amaro ai suoi malati. Pensereste forse, che sarebbe meglio che egli lasciasse vivere questo figlio nel libertinaggio, piuttosto che castigarlo per farlo vivere sul sentiero della salvezza, e condurlo in Cielo? Credete forse che un medico farebbe meglio a lasciar perire il suo malato, per timore di somministrargli dei rimedi amari?

Oh! come siamo ciechi, se ragioniamo così! E’ molto meglio che il buon Dio ci castighi, altrimenti, non saremmo nel numero dei suoi figli; poichè Gesù Cristo stesso ci dice che il Cielo non sarà donato se non a coloro che soffrono, e che combattono fino alla morte.

Pensate forse, fratelli miei, che Gesù Cristo non dica la verità? Ebbene! esaminate la via che i santi hanno seguito, guardate il sentiero che hanno intrapreso: dal momento in cui non soffrono più, essi si credono perduti, e pensano di essere stati abbandonati da Dio.

«Mio Dio, mio Dio, gridava sant’Agostino, piangendo, non risparmiarmi in questo mondo, fammi soffrire; purchè Tu mi faccia misericordia nell’altro mondo, io sono contento».

«O come sono felice, diceva san Francesco di Sales nelle sue malattie, di trovare un mezzo così facile per espiare le mie colpe! Oh! quant’è più dolce e consolante soddisfare alla Giustizia di Dio sopra un letto di dolore, piuttosto che andare a soddisfarla tra le fiamme!».

E io affermo, seguendo tutti i santi, che le sofferenze, le persecuzioni, e le altre miserie, sono i mezzi più efficaci per attirare un’anima a Dio.


Infatti, noi vediamo che i più grandi santi sono quelli che hanno sofferto di più: Dio non distingue i suoi amici che per mezzo delle croci.

Guardate sant’Alessio, che dimorò per quattordici anni coricato su di un fianco, tutto scorticato e, in questa crudele situazione, si accontentava di dire: «Mio Dio, Tu sei giusto, Tu mi castighi perchè io sono un peccatore, eppure Tu mi ami».

Vedete ancora santa Ludvina, la cui bellezza era straordinaria, la quale chiese a Dio che, nel caso in cui la sua bellezza fosse potuta essere un motivo di caduta e di perdizione per la sua anima, le facesse la grazia di perderla.


All’istante, ella fu tutta ricoperta di lebbra, cosa che la rese oggetto di orrore agli occhi del mondo, e questo per trentotto anni, ossia fino alla sua morte. E durante questo tempo, non si lasciò sfuggire una sola parola di lamento.

Quanti, fratelli miei, che ora si trovano all’inferno, sarebbero adesso in Cielo, se Dio avesse fatto loro la grazia di essere stati a lungo ammalati.


Ascoltate sant’Agostino: «Figli miei, ci dice, nei sacrifici, fatevi coraggio, pensando alla ricompensa che vi è stata preparata».

Si racconta nella storia, che una povera donna era da molti anni distesa su di un letto di dolore; le fu chiesto che cosa le potesse dare tanto coraggio per soffrire con tanta pazienza. «Eh! rispose quella, io sono così contenta di essere ciò che Dio vuole, che non cambierei mai il mio stato nemmeno per tutti gli imperi del mondo. Quando penso che Dio vuole che io soffra, mi sento tutta consolata».

Santa Teresa ci riferisce che un giorno Gesù Cristo, essendole apparso, le disse: «Figlia mia, non stupirti affatto per quello che vedi: i miei fedeli servitori trascorrono la loro vita tra le croci e i disprezzi; più mio Padre ama qualcuno, più gli invia di che soffrire».

San Bernardo riceveva le croci con tanta azione di grazie, che un giorno disse a Dio, piangendo: «Ah! Signore, come sarei felice se avessi la forza di tutti gli uomini messi insieme, per poter soffrire tutte le croci dell’universo!».

Santa Elisabetta, regina di Ungheria, essendo stata scacciata dal suo palazzo dai suoi stessi sudditi e trascinata nel fango, invece di pensare a punirli, corse in chiesa per far cantare il “Te Deum”, come ringraziamento.

San Giovanni Crisostomo, questo grande innamorato della croce, diceva che egli preferiva di più soffrire con Gesù Cristo, piuttosto che regnare con Lui in Cielo.

San Giovanni della Croce, dopo avere sperimentato tutta la crudeltà dei suoi confratelli, che lo misero in prigione e lo percossero con tanta crudeltà che ne fu tutto ricoperto di sangue, che cosa rispose a coloro che erano stati testimoni di questi orrori? «E che? amici miei, voi piangete per ciò che sto soffrendo, ma io non ho mai trascorso un momento così felice!».

Gesù Cristo, essendogli apparso, gli disse: «Giovanni, che cosa vuoi che ti dia per ricompensarti di tutto ciò che soffri, per amor mio?». «Ah! gridò quello, Signore, fa’ che io soffra sempre di più!» (masochismo spirituale? Niente affatto, ma la semplice certezza che non ci si salva ballando e scherzando, come molti oggi si illudono che sia…; n.d.a.).

Conveniamo tutti insieme, fratelli miei, che i santi comprendevano molto meglio di noi, la fortuna di poter soffrire per Dio!

Molti di voi, quando hanno qualche pena, dicono: «Ma che cosa ho fatto al buon Dio, per meritare tante miserie?». Che male hai fatto, amico mio, perchè il buon Dio ti affligga in questo modo?… Prendi tutti i comandamenti di Dio, l’uno dopo l’altro, e vedi se ce n’è uno solo contro il quale tu non abbia mai peccato.

Quale male hai fatto?… Ripercorri tutti i giorni della tua giovinezza, ripassa nella memoria tutti i giorni della tua miserabile vita; dopo chiediti: che male hai fatto perchè il buon Dio debba affliggerti in ta maniera?

Consideri un nulla tutte le abitudini vergognose, nelle quali sei marcito per lungo tempo? Consideri un nulla quest’orgoglio, che ti fa credere che ci si debba prostrare ai tuoi piedi, per qualche pezzo di terra che possiedi più degli altri, e che, forse, sarà la causa della tua dannazione? Consideri un nulla quest’ambizione, che fa sì che tu non sia mai contento, quest’amor proprio, questa vanità, che ti possiede continuamente, quell’ardimentosità, quei risentimenti, quelle intemperanze, quelle gelosie? Consideri dunque un nulla questa negligenza spaventosa verso i sacramenti e verso tutto ciò che riguarda la salvezza della tua povera anima?


Tutto questo, te lo sei dimenticato, ma sei forse, per questo, meno colpevole?

Ebbene! amico mio, se invece ti ritieni colpevole, non è forse giusto che il buon Dio ti castighi? Dimmi, amico mio, quale penitenza hai fatto, per espiare tanti peccati?


Dove sono i tuoi digiuni, le tue mortificazioni, e le tue buone opere? Se dopo tanti peccati, tu non hai versato una sola lacrima; se dopo tanta avarizia, ti sei accontentato soltanto di fare qualche piccola elemosina; se dopo tanto orgoglio, non vuoi provare la minima umiliazione; se dopo aver fatto servire per tante volte il tuo corpo al peccato, non vuoi nemmeno sentir parlare di penitenza, occorre che il Cielo si faccia giustizia da solo, visto che non vuoi farla da te stesso.


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