IL VERO VOLTO DELL'AVVOCATO DEL POPOLO / 4

DAL LIBRO 'L'ESECUZIONE' DI JACOPO IACOBONI… - seconda parte DAGOSPIA.COM

IL VERO VOLTO DELL'AVVOCATO DEL POPOLO / 4


LA STORIA SEGRETA DELL’IRRESISTIBILE ASCESA DEL CONTE ZELIG/2


– IL PRIMO A SVELARE CHE C’ERA DEL MARCIO IN DANIMARCA FU NIENTEMENO CHE IL ‘’NEW YORK TIMES’’: QUANDO EMERGE LA SUA CANDIDATURA SCOPRE CHE ALCUNI DATI INDICATI NEL CURRICULUM DELLO SCONOSCIUTO AVVOCATO PUGLIESE SONO TAROCCATI (ROBA DA MANDARLO IN SOFFITTA MA IN ITALIA TI MANDANO A PALAZZO CHIGI) – LA STORICA FOTO INSIEME A SALVINI COL FOGLIO IN MANO PER L'APPROVAZIONE DECRETO SICUREZZA - CONTE SI CALA TALMENTE NELLA PARTE DA ARRIVARE A TEORIZZARE, PERSINO GIURIDICAMENTE, IL SOVRANISMO: “IL POPOLO È LA SOMMA DEGLI AZIONISTI CHE SOSTENGONO QUESTO GOVERNO…” (E COSI' RUBA IL MESTIERE PURE A CROZZA)

-


Conte aveva un rapporto amichevole con Maria Elena Boschi. Sappiamo che la sua posizione sul referendum costituzionale, quello che di fatto ha disarcionato Renzi e sancito la fine della sua parabola di governo, non era affatto contraria. Nulla di male, ma non sembrerebbero sulla carta i requisiti di chi diventerà premier del governo Movimento-Lega. Un governo populista e autoritario secondo molti, «populista e xenofobo» secondo importanti uomini di governo europei — la definizione in questo caso è del commissario europeo all'Economia, il francese Pierre Moscovici.


Fino a che punto, conviene ora chiedersi, il governo Lega-Movimento è populista? O, addirittura, sovranista? E cosa ne pensa il suo premier-esecutore, questo avvocato semisconosciuto nella scena pubblica italiana, selezionato quasi con una nomination di stile televisivo, che si presenta alla Camera con «tre parole chiave», ascolto, esecuzione (del contratto) e controllo? E, se esecuzione è, di chi sono gli ordini?


La realtà è che Conte si cala talmente nella parte da arrivare a teorizzare, persino giuridicamente, il sovranismo — non si vuol dire il semplice populismo, ma la sua versione più cara alla Lega e all'universo culturale di Casaleggio. Il 26 settembre 2018, parlando a New York in occasione dell'assemblea dell'Onu, Conte pronuncia due frasi, lievemente diverse nella forma ma molto nella sostanza. Nel discorso ufficiale all'assemblea generale dice: «Quando qualcuno ci accusa di sovranismo e populismo amo sempre ricordare che sovranità e popolo sono richiamati dall'articolo 1 della Costituzione italiana, ed è esattamente in quella previsione che interpreto il concetto di sovranità e l'esercizio della stessa da parte del popolo».


Un'affermazione discutibile, ma non tecnicamente oppugnabile, benché parziale (manca totalmente la seconda parte dell'articolo 1, quella in cui si specifica che la sovranità «appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»). Senonché la seconda frase, pronunciata in una chiacchierata più informale ma ripresa in numerosi filmati dei presenti davanti ai giornalisti, con l'East River sullo sfondo, è il manifesto teorico più impressionante della metamorfosi da pacato professore di diritto civile allievo di Alpa a premier del governo Lega-Movimento.


Conte non evoca più solo la «sovranità», ma parla proprio di «sovranismo», pronunciando questa dichiarazione assai sorprendente per un giurista: «Il sovranismo è nella nostra Costituzione, la sovranità appartiene al popolo». In quel momento gli sfugge anche un'espressione surreale e curiosa: «mi interessa, come esponente del governo, incontrare gli investitori stranieri». Ma lui non è «un esponente» del governo — uno che cura l'esecuzione di un contratto giuridico o di un testamento (il testamento ideologico di Casaleggio: far convergere i due movimenti, Cinque stelle e Lega). No, Conte è il presidente del Consiglio e teoricamente è il capo di quel governo che sta eseguendo l'esperimento di Casaleggio, a così tanti anni di distanza da quando se ne fecero le prime prove.


Più volte, del resto, abbiamo sentito Giuseppe Conte parlare di «populismo» e «sovranismo». Quello che negli ambienti istituzionali italiani, anche in alto loco, nel corso degli 88 lunghissimi giorni per formare il governo è stato considerato un personaggio utile a tentare un accettabile compromesso per provare a romanizzare i barbari, a digerire il Movimento, a metabolizzare il 4 marzo e incanalarlo e gestirlo dentro una dinamica tutto sommato accettabile istituzionalmente, si rivela in realtà in tante occasioni un nuovo portavoce dell'esperimento, del tutto permeabile e fungibile alla narrativa populista.


Uno che la teorizza: per esempio in una sera di novembre 2018 va in tv da Giovanni Floris, in una delle trasmissioni predilette dal Movimento, e alla domanda su come definirebbe il popolo risponde, perso ormai ogni residuo freno inibitorio: «Il popolo è la somma degli azionisti che sostengono questo governo».


Il portavoce, Rocco Casalino, seduto in studio, viene immortalato mentre si concede soddisfatte espressioni facciali. Tutto, frasi e comportamenti del premier, avviene in effetti sulla base di ragionamenti svolti dal suo team comunicativo, composto da uomini provenienti dalla Casaleggio o da uomini che devono il loro potere quasi assoluto al fatto di essere il trait d'union con Davide Casaleggio, come il portavoce Rocco Casalino (sul cui ruolo e sui cui metodi torneremo) o lo storico capo dei social media alla Casaleggio Associati, Pietro Dettori.


In tante altre occasioni Conte è stato più che esplicito nello sposare e lodare il sovranismo. Per fare solo qualche esempio, il 14 ottobre 2018 afferma che «populismo e sovranismo sono concetti declinati con accezioni negative, usati come strumenti negativi: io personalmente non ne ho una concezione negativa». Il 5 giugno 2018, nel discorso per la fiducia alla Camera, aveva citato l'orazione di Fèdor Dostoevskij del 1880 su Aleksandr Pugkin come un discorso sul populismo nel senso contemporaneo. In realtà in quel testo il grande romanziere russo parla di «popolo russo», di «intelligenza del popolo», di «verità del popolo», e di Pugkin come grande poeta popolare, ma in maniera del tutto incompatibile con i populismi contemporanei.


Peraltro, come ha notato dettagliatamente Anna Zafesova, il riferimento è anche maldestro sul piano lessicale, oltre che concettuale. Conte nell'aula di Montecitorio dice: «E qui traggo ispirazione dalle riflessioni di Dostoevskji tratte dalle pagine di Pugkin». Così riportano i video dell'aula e il testo che viene diffuso alle agenzie (ma nello stenografico l'errore è stato corretto: segno che è stato percepito come tale dalla comunicazione ufficiale M5S e vi è stata messa una "toppa"). Le riflessioni di Dostoevskij, infatti, non possono essere «tratte dalle pagine di Pugkin»: per l'ovvia ragione che Pugkin muore quando Dostoevskji è appena un adolescente.


Questa piccola, inoffensiva curiosità è solo una delle tante che hanno acceso i riflettori sul curriculum e la biografia di questo pugliese di Volturara Appula, il papà impiegato del Comune, la mamma maestra, un uomo che merita l'attenzione da riservare a chi non proviene da famiglie potenti. Quando emerge la sua candidatura, il «New York Times» scopre che alcuni dati indicati nel curriculum dell'avvocato pugliese non tornano, non corrispondono esattamente a come li ha forniti lui.

Nel curriculum presentato sul sito della Camera dei deputati nel 2013, quando Conte venne nominato nel Consiglio di giustizia amministrativa (il suo nome era gradito sia ad Alfonso Bonafede, poi guardasigilli grillino nel governo Lega-Movimento, sia a Maria Elena Boschi, cioè al cerchio più ristretto dei renziani), c'è scritto tra le altre cose che Conte «dall'anno 2008 all'anno 2012 ha soggiornato, ogni estate e per periodi non inferiori a un mese, presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi».


Interpellata da Jason Horowitz del «New York Times», una portavoce dell'università, Michelle Tsai, ha dichiarato di non aver trovato presenza o traccia di Conte né come insegnante, né come ricercatore, né come studente. E ha poi spiegato al giornalista che nel caso in cui Conte avesse frequentato corsi molto brevi, della durata di giorni, l'università non conserva documentazione; ma in quel caso non lo si potrebbe definire un «perfezionamento».


Problemi nel reperimento di conferme su altri «perfezionamenti» indicati nel curriculum di Conte ci sono stati anche con l'Università di Cambridge: una fonte interna all'agenzia Reuters ha dichiarato di non aver trovato tracce di studi di Conte. «Il Messaggero» e «Repubblica» hanno chiesto, e ricevuto smentite, sulla circostanza che Conte abbia seguito dei corsi a Pittsburgh e alla Sorbona. Il Movimento cinque stelle ha replicato ufficialmente sostenendo che «nel suo curriculum Giuseppe Conte ha scritto con chiarezza che alla New York University ha perfezionato e aggiornato i suoi studi. Non ha mai citato corsi o master frequentati presso quella università».


«Il Fatto Quotidiano», in un articolo che riproponeva anche un tweet in cui si rilanciavano accuse assai velenose contro Horowitz, si schierava in difesa di Conte senza se e senza ma, minimizzando lo scoop del «New York Times»: «Diversi accademici confermano quanto sostenuto dal docente di diritto privato. E spiegano che le posizioni di visiting scholar e visiting professor — così si definiscono gli studiosi che svolgono attività di ricerca presso atenei di altri Paesi — prevedono solo l'accesso alla biblioteca dell'università e non sono formalizzate. È normale quindi che non vengano né registrate [sic] nelle banche dati dell'istituzione».


A differenza di Ted Malloch, la polemica sulle esagerazioni contenute nel curriculum di Conte non frenerà la corsa del professore, in questo caso verso Palazzo Chigi. Ma certe cose che nel mondo anglosassone sono imperdonabili e provocano la fine immediata di qualunque ambizione politica, in Italia sono tollerate, se non addirittura difese, da falangi di propagandisti.


In diverse circostanze, non solo perché lui stesso ha parlato di mera «esecuzione» del contratto, Conte è stato criticato per un atteggiamento troppo sbiadito nell'esercizio della funzione di presidente del Consiglio. Se Matteo Salvini ha conquistato la scena in modi così debordanti, a volte tallonato da uscite altrettanto rumorose — ma quasi sempre tecnicamente più improvvide — di Luigi Di Maio, di Conte si è registrata solo una modesta traccia.


Alcuni episodi che lo hanno riguardato sono diventati iconici; e vale la pena provare a raccontarli, sia pure brevemente. Del resto, l'esecuzione non prevede una particolare autonomia di giudizio; anzi, forse può essere utile il contrario, un atteggiamento il più possibile notarile rispetto ai due contraenti del patto, Matteo Salvini e Davide Casaleggio.


In un'altra vicenda, l'approvazione in Consiglio dei ministri del decreto sicurezza tanto caro alla Lega, il premier si fa immortalare, su richiesta di Salvini, mentre lui e il ministro dell'Interno innalzano due fogli bianchi con l'hashtag della riforma, #decretosicurezza. Il presidente del Consiglio appare discretamente imbarazzato, ma non si sottrae a quella scena, che certo non eleva lo standing della presidenza del Consiglio. Mi hanno raccontato che il 9 novembre 2018 Conte stava ricevendo nel suo studio a Palazzo Chigi i due capigruppo parlamentari di Fratelli d'Italia, forse prevedendo fasi turbolente nella maggioranza Lega-Movimento.


Il portavoce Casalino avrebbe fatto irruzione senza bussare e, con un gesto che ai due ospiti sembrò autoritario, battendo il dito sull'orologio, avrebbe ricordato al premier che il tempo per l'incontro era scaduto. Conte, con una mitezza apparsa eccessiva ai due capigruppo, avrebbe detto che erano in ritardo per colpa sua, prolungando così l'incontro per altri dieci minuti.


Eppure in altre circostanze Conte mostra una altissima, quasi smodata, considerazione di sé. Forse galvanizzato oltre ogni sensata misura da certi paragoni («Conte ha la stessa inesperienza politica che avevano Monti e Ciampi», ha dichiarato Marco Travaglio a Otto e mezzo, la trasmissione condotta da Lilli Gruber), il premier, offrendo ai giornalisti un piccolo brindisi 1'8 agosto 2018, giorno del suo compleanno, si è prodotto in un bizzarro elogio del giurista in politica che preludeva a un autoincensamento.


«Alla fine del liceo ero incerto sul da farsi. Ad aprile avevo scelto Ingegneria, in estate ero pronto per Filosofia, a settembre mi sono deciso per Giurisprudenza. Certo, il diritto è faticoso, ma dopo anni e anni uno se ne appropria e diventa uno strumento utile. Perché il diritto innerva di sé l'intera vita politica e sociale. Chi è privo di cultura giuridica può afferrare concetti e obiettivi, ma deve affidarsi al tecnico e ne resta psicologicamente in balia».


Stava per caso sopravvalutando il suo ruolo, rispetto a quello di Salvini e Di Maio? «In politica c'è quello che dice: quella cosa si deve fare! C'è un altro che obietta: si può fare o non si può fare? E nell'incertezza, senza un solido parere giuridico, si arriva al Consiglio di Stato, alla Corte Costituzionale».


Continua.2


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext