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VITTORIO MESSORI

Appunti (e provocazioni) per un discorso sull’aldilà, oggi


Come è d’uso in altri giornali, anche la redazione di Credereoggi invia -a coloro che sono richiesti di una collaborazione- una scheda contenente delle “indicazioni tecniche”. È una sorta di “breviario del collaboratore modello” che immagino diretto soprattutto a chi ha più pratica di biblioteche e di aule scolastiche che di piccoli e meno piccoli trucchi giornalistici.


Bene: dicono, al numero 8, quelle «indicazioni»: “Ogni autore è pregato di indicare sotto la sua firma, alla fine dell’articolo, le proprie qualifiche: docente di… esperto in…”


Metto dunque, e subito, le mani avanti: di nulla sono “docente”. E quanto a essere «esperto» in qualcosa, se qualcuno si gratificasse di un simile epiteto, sarei lesto a rispondere (come nella nota storiella): «Esperto sarà lei! Guardi che, a me dell’esperto non me l’ha mai dato nessuno!». Sbaglierò, naturalmente, ma per il mio carattere beffardo, da volterriano sconfitto, costretto a riconoscere, a un certo punto della sua vita, che non aveva ragione lo scintillio elegante del Dictionnaire philosophaque ma (imprevedibilmente, almeno per me) il cattivo greco del Nuovo Testamento; per uno così, dunque, l’abusato e venerato termine di «esperto» si lega a una serie di ironiche definizioni.


Ad esempio: «Esperto è quel signore che sa sempre di più su sempre meno»; o: «esperto è quel tipo che ti spiega perché i suoi colleghi hanno sbagliato tutto; dimenticando però di dirti che ha sbagliato tutto pure lui». O, addirittura: «esperto è, spesso, uno che ha un solo, grande nemico: il buonsenso; e che coltiva l’arte di rendere incomprensibile ciò che è semplice».


Credo che non sia gratuito questo preambolo un po’ ironico (gli «esperti», del resto, quelli veri e utili, esistono, e non si risentiranno per una amichevole punzecchiatura della categoria).


In effetti, il tema che si -propone questo numero di Credereoggi esigerebbe -da parte di chi osi trattarlo- di essere «esperti» sì; ma, innanzitutto, in umanità. «Sopravvivenza». «aldilà», «vita dopo la morte» (o come vogliamo chiamare queste possibilità per la ragione, queste certezze solo per la fede) toccano in effetti, più che ogni altra cosa, il profondo stesso del nostro cuore.


Le coeur, in senso pascaliano, prima ancora che la raison. Qui. più che mai, è inutile che ci barrichiamo dietro scudi illusori, intessuti con ragionamenti, con analisi: qui siamo noi stessi ad essere, in pieno, embarqués.


Dunque, pur avendo sofferto anni per distillare più di 400 pagine di una «scommessa sulla morte» (e avendo dunque esaminato l’essenziale della sterminata bibliografia in argomento) butterò via, qui, i libri e gli schemi per rifarmi, per quanto vale, alla mia esperienza. Di uomo, non di «studioso», non di «esperto» che, qui, non voglio essere. Pascal: «Cerchiamo nei libri l’uomo e, invece, troviamo solo l’autore».


Subito, ecco venirmi alla penna un episodio recente e significativo. Premessa: è fatto constatabile semplicemente ad apertura di giornali quanto la nostra società, che si presume «laica», «secolarizzata», sia in realtà tormentata dal problema dell’aldilà, a cominciare dal diavolo.


Ogni giornalista un po’ «scafato» sa che, in caso di stanca dei lettori e di flessione delle tirature, buttarla sul diabolico (o, almeno, sul «parapsicologico», come si dice per cercare di dare tranquillizzante veste scientifica a ciò che rifiuta per definizione gli impotenti schematismi professorali) è ricetta sicura per risvegliare interesse e vendite. Si sa anche come, a partire dal Settecento dei «lumi» e poi, via via, attraverso l’Ottocento positivista sino ai nostri giorni, la propaganda antícristiana abbia creato il mito dei «secoli bui» del medioevo, che sarebbero stati devastati dalla paura dei demòni, provocata ad arte da una chiesa insieme superstiziosa e interessata a tenere gli uomini schiavi del terrore.


Ma ancora pochi sanno che in realtà, fino a quando quella stessa chiesa ebbe in qualche modo il controllo della situazione sociale e culturale oltre che religiosa, la paura fu tenuta a bada ed efficacemente contrastata dall’annuncio della Signoria del Cristo, vincitore del regno delle tenebre.


Il grande terrore comincia con l’umanesimo, che abbandona i vangeli per tornare ai maestri della classicità pagana; poi con il protestantesimo (l’analisi al computer delle opere di Lutero ha mostrato come la parola Teufel, diavolo, ricorre nelle sue opere quasi il doppio di Gott, Dio); poi con i secoli moderni, creatori instancabili di gnosi allucinate, di spiritismi, di teosofie, di ogni sorta di culti oscuri, magari insospettabili (oggi, vedi le mode giovanili del look satanico; il rock che, vagliato anch’esso alla strumentazione elettronica, mostra uno sconosciuto mondo di messaggi subliminali che invitano all’adorazione di satana).


La grande mattanza delle streghe non è affatto né «cattolica> né medievale: la strage comincia con l’autunno del medioevo e celebra i suoi fasti maggiori nei secoli umanistici, nelle terre della Riforma, in Germania, in Scozia, nell’America protestante (le streghe di Salem sono della soglia del XVIII secolo! ed è della California ex puritana dei nostri anni il boom del satanismo).


Comunque sia, ecco il piccolo ma, forse, significativo aneddoto vissuto di persona. L’annuncio, per l’autunno di quest’anno, di una sorta di kermesse diabolica a Torino (sponsorizzata dagli enti pubblici e voluta da «laici»: ed è ulteriore conferma di quanto il tema li ossessioni e cerchino di esorcizzarlo a suon di parole) ha, ancora una volta, e infallibilmente, eccitato l’inquieto fermento dei miei colleghi giornalisti.


Uno di questi (anzi una, trattandosi di donna) è venuto a pormi qualche domanda per uno di quei settimanali definiti, per intenderci, radicalchic, diretti a una borghesia ormai post-cristiana, «progressista» a parole – tanto per cercare di salvare la facciata – e sfacciatamente consumista, arrogante, gelosa dei propri privilegi nei fatti. E che si fa un dovere di ridurre a politica, sprezzandolo, tutto quanto è «religione».


Esaurita -in modo amichevole, come si fa tra colleghi- la piccola formalità dell’intervistina che doveva farmi, la collega (evidentemente messa sul gusto da alcuni accenni che le avevo fatto su una realtà inquietante) chiuse il registratore e cominciò a porre – per sé – domande su domande. Un po’ divertito (e nascondendo l’ironia -faccio il loro mestiere, vengo da quei loro giornali- pur mescolata alla simpatia umana), le snocciolavo a bella posta fatti e dati e la vedevo sgranare gli occhi, agitarsi sulla sedia.


«Basta, basta! -sbottò a un certo punto- Sennò questa notte non riesco a dormire dalla paura!». Toccò dunque a lei parlare, e volle raccontarmi la solita vicenda, tante volte sentita, della scuola dalle suore, del cattolicesimo di tradizione in famiglia, delle fuggevoli «tentazioni» adolescenziali di entrare in convento. E poi l’università, l’inizio della collaborazione ai giornali «laici e democratici», con conseguente allontanamento prima, e poi più o meno esplicito rifiuto della dimensione religiosa, per mimetismo, per impreparazione, per adeguarsi al milieu.


Con però sempre dentro il tarlo («ma se fosse vero?») – intervistatore di professione, sempre ne ho constatato l’esistenza, anche presso coloro che si spacciano per consapevoli e serenissimi « non credenti», vi accenneremo più avanti – che continua a rodere nel profondo, mentre i giorni fuggono e si è ben consapevoli che, prima o poi, avranno una fine e bisognerà pure andare a vedere cosa c’è, se qualcosa c’è, «di là».


Naturalmente, come previsto, il pezzo che uscì sul giornale si adeguava alla linea: apparentemente beffardo, demitizzatore, dove si parlava del «diabolico» come di storielle divertenti per maniaci, visionari, attardati, paleo-cattolici. Sotto, la firma di chi avevo visto rabbrividire e scongiurare di non continuare per non accrescere l’inquietudine, se non la paura…


Del resto, a proposito di interviste e di intervistati, fu Umberto Eco – da cattolico fervente divenuto simbolo stesso di quella certa «cultura» che in quei giornali si esprime – a confermarmi, in un colloquio che avemmo, che questa è la tesi centrale del suo Il nome della rosa: «La fede si basa sulla paura, soprattutto sulla paura dell’aldilà, della possibilità che esista un diavolo, un inferno. Ma l’ironia, il riso, possono sciogliere quella paura; dunque, per liberarsi della fede e del sospetto che un aldilà esista, bisogna ridere, buttare tutto in burla, procedere all’esorcismo per mezzo dell’ironia, dell’intelligenza, della ragione…».


Quid post vitam hanc terrestrem? Secondo il Vaticano II, nella sua Gaudium et spes, una simile domanda – «che cosa ci sarà, dopo questa vita terrena?» – è tra quelle che continuano a inquietare l’uomo contemporaneo, alla pari di tutti gli altri fratelli in umanità che l’hanno preceduto e che lo seguiranno. È tra quelle domande ineludibili e fondamentali che affiorano da dentro, nelle ore di solitudine, e che una cultura incapace di rispondervi ha cercato di rimuovere, di ridicolizzare, definendole «indegne di adulti, tollerabili solo in adolescenti: questioni da età dei brufoli».


Eppure, in questi anni ho avuto continue conferme, non teoriche ma pratiche, di quanto abbiano avuto ragione, anche qui, i padri conciliari.


L’ostinazione del cronista sulle tracce di un Dio che si nasconde mi porta da molto tempo sulle vie del mondo a interrogare chi condivide con me, nei miei stessi anni, l’avventura misteriosa della vita. Tra gli acclamati < maestri del pensiero contemporaneo» da cui ottenni udienza per sapere cosa avessero da dire e riferirne poi ai lettori, ebbi l’impressione che molti si rammaricassero di aver accettato di ricevermi. In loro colsi disagio, se non magari una punta d’involontario odio.


E questo perché, da consapevole «maleducato» che non accetta il nuovo galateo sociale che impone di stare lontano dai presunti «problemi da adolescenti» (e quello dell’aldilà ne è il maggiore), tentavo di stanare quegli autorevoli personaggi proprio sulle domande ultime. Basta questo per innervosire chi vuole nascondere, magari anche a se stesso, di avere passato i suoi anni a parlare e a scrivere di tante cose, tranne della Cosa che sta dietro a tutte; e a tutte dà o toglie significato e con la quale -volente o nolente- bisognerà prima o poi decidersi a fare i conti.


Questa Cosa, per dirla chiara, è poi l’inquietante, anzi tragico punto interrogativo posto dalla morte e dal mistero di quel che segue e che nessuna ideologia riuscirà mai a demitizzare, a mostrare inesistente e che dà così un carattere di tragicità – anche se nascosto, celato con cura – al «frivolo», all’«effimero» con cui si cerca di distrarsi.


Tanto per restare – come da premessa – sul piano dell’esperienza: molti mi chiesero perché dopo Ipotesi su Gesù avessi taciuto per sei anni, proponendo poi, a sorpresa, un libro sulla morte, sulla vita eterna, sull’aldilà.


Questo dunque il motivo, visto che a qualcuno sembra interessare: ciò che davvero mi preoccupa, ciò che sento come dovere, è cercare di proporre ad altri che ancora vagolano nel buio, come io vagolavo, cercando un senso a un mistero che altrimenti si trasforma in assurdo disperante, quanto mi sembrò di scoprire, un giorno, in quel vangelo che non frequentavo.


E neanche sentivo la voglia, meno che mai il bisogno, di vedere cosa avesse da dire. Perché è questo che contrassegna la condizione di tanti, forse della maggioranza, oggi, in Occidente: l’indifferenza annoiata, lo sbadiglio davanti a una proposta cristiana che appare ormai logora, come un’occasione che è sembrata promettente e importante per tanti secoli ma che ora è catalogata fra i ferrivecchi inutilizzabili. In questo senso, non è forse un buon segno la sparizione dell’anticlericalismo, dell’opposizione anche virulenta, passionale alla religione: chi si scalda per combatterlo è perché giudica significativo l’avversario.


Adesso, ben pochi pensano che valga la pena di darsi da fare per opporsi a ciò che non sembra più in grado di scaldare gli animi ma di suscitare semmai noia. E a proposito di noia, scrive Alberto Moravia, lo scrittore che ormai da 60 anni ci affligge con le sue superficialità sentenziose, con le oscenità che i critici della lobby potente da lui controllata insistono nel definire «raffinato erotismo artistico»: «Non fiosso immaginare il giorno in cui sentirò bisogno della religione. E un di più. Se è vera, le cose stanno in un certo modo. E, se non è vera, le cose stanno nello stesso modo. Niente cambia.


Dunque, è davvero un di più». Banalità, come al solito, ma che individuano la situazione in cui si trovano oggi molti; forse la maggioranza, stando ai sondaggi, da cui risulta che «praticanti» da una parte e «non credenti» dall’altra sono una piccola minoranza, mentre al centro sta la «palude» maggioritaria, composta da gente che – come Moravia – non vede perché valga la pena di porsi il problema religioso.


Per tentar di forzare questo muro di indifferenza ho cercato di afferrare il grimaldello delle «cose ultime»: non per «spaventate», ma per ricordare, nel modo più efficace di cui fossi capace, che soprattutto oggi, in esistenze garantite come le nostre, si può forse vivere “senza sentire il bisogno della religione”. Vivere, appunto. Ma la vita è un viaggio verso la morte. E, come l’esperienza insegna, è l’approssimarsi di quella fine la grande pedagoga che spinge perfino i leader dei paesi del «socialismo reale»- a quanto afferma il samizdat – a convocare di nascosto il pope, il prete.


È, più che mai, la «scommessa» pascaliana la sola che sembra funzionare in questo nostro Occidente tanto arrogante quanto disarmato davanti a ciò che conta; tanto colto quanto ignorante di ciò che davvero importa.


Scriveva Karl Rahner in una delle sue ultime cose (Kirche und Atheismus, 1981): «La maggior parte degli atei odierni, nei paesi occidentali, è costituita da uomini per i quali la questione Dio non costituisce più un problema davvero inquietante. Il problema della inevitabilità esistenziale della questione di Dio deve essere ancora suscitato».


È proprio per tentare anch’io, povero cronista, di dare il mio contributo a risolvere il problema, che ho preso il mio interlocutore per il bavero e, dopo avergli dato, con un primo libro, il sospetto che í testi di fede su Gesù potrebbero anche non essere un ammasso di leggende orientali, ho fatto seguire un altro tentativo, con lo stesso scopo: indurlo a sospettare che della «religione» potrebbe essere importante occuparsi; che, davanti al mistero di un aldilà possibile, la scommessa di fede possa non essere un hobby facoltativo.


Non sta a me, naturalmente, dire se il tentativo abbia «funzionato». So però che, mentre scrivo, ho sul tavolo un pacco appena giuntomi da Tokyo: contiene le cosiddette «copie giustificative» inviatemi dall’editore di laggiù, della traduzione giapponese di Scommessa sulla morte. Seicento pagine di ideogrammi che si aggiungono alle altre traduzioni e alle centinaia di migliaia di copie delle molte ristampe dell’edizione italiana.


E che si aggiungono al fall out di alcune migliaia di lettere di lettori che, spesso, si confidano turbati, scossi (nella loro «indifferenza», appunto) da un modo così brutale – ma la carità, a volte, passa anche per le maniere forti con cui sono stati confrontati con il Problema, quello con la maiuscola.


Se getto qui questi appunti, apparentemente un po’ alla rinfusa, è per cercare di comunicare una convinzione personale ma confermata anche dall’esperienza concreta: se ci si dice «credenti», e credenti nel vangelo, dell’aldilà si deve parlare, oggi più che mai. Perché, se non ne parlassimo, non si vede che ci staremmo ancora a fare, visto che di quasi tutto il resto ne sanno di più «gli altri». Temo proprio, se tacessimo, che rassomiglieremmo al sale divenuto insipido che «non serve a nessuno ed è buono solo per essere gettato via».


Ma di questa realtà misteriosa, non solo si deve, ma si può anche parlare, e forse ben più agevolmente di quanto non pensino certi credenti, intimoriti dall’aria di sicurezza che una certa cultura ama sfoggiare. Ma è una maschera dietro la quale – cercavo di dirlo rifacendomi ai miei autorevoli quanto disarmati intervistati – non è affatto difficile vedere la smorfia ansiosa. Chi ha amore più grande per questi fratelli di chi. tenta, come può, di fare loro la carità della verità che crede gli sia stata donata, senza alcun suo merito?


Non c’è, qui, né tempo né possibilità di inoltrarsi in un terreno minato. Ma, proprio alla luce di quanto cercavo di dire, non mi ha mai convinto la banalizzazione che corre da anni del pensiero di Dietrich Bonhoeffer, assai più grande e complesso di quanto non vogliano certe semplificazioni. Di quel teologo, troppi ripetono in modo acritico quello che sarebbe il leit-motivi «Basta con il Dio tappabuchi!».


E invece no: riscoprire un Dio in grado di «tappare buchi», quelli grossi, quelli ai quali le nostre culture non hanno nulla da opporre, è forse muoversi nella direzione indicata da Rahner. Il vivere, e bene, con í comfort assicurati dal benessere diffuso, dalla tecnologia, dalla medicina può oggi, forse per la prima volta, essere – almeno apparentemente – «laico».


Ma è la morte, è la sofferenza in generale, sono questi “buchi” che “laici” non possono esserlo pena la disperazione. Sta a noi trovare qui lo spiraglio per il kérigma.


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