Quando il comunismo si murò vivo

MARCELLO VENEZIANI

Quando il comunismo si murò vivo


La cortina di ferro tra Oriente e Occidente calò il 13 agosto del 1961, perché d’agosto riescono meglio le cose più infami. I berlinesi si trovarono d’un tratto divisi da un Muro eretto dal governo comunista di Pankow che segnò il cementificarsi della guerra fredda, lo spartiacque irrimediabile tra due mondi e due visioni del mondo. Per sopravvivere al confronto ed evitare perdite, il comunismo decise di murarsi vivo nei suoi confini.


Un tentativo feroce di arrestare il flusso della modernità che valica muri e frontiere nel segno degli scambi e delle comunicazioni globali. Ma la divisione sancita dal Muro non era astratta, formale o solo ideologica, perché feriva una città e la sua vita reale, divideva famiglie, parentele, amicizie, spezzava progetti di vita e di lavoro. La drastica misura fu decisa dal blocco comunista per arginare l’esodo da est a ovest che stava assumendo proporzioni allarmanti. L’alibi per il Muro fu il solito, ancora attuale: ripararsi da un fantomatico pericolo fascista.


Al di là di ogni opinione e di ogni ideologia, bastava quella fuga unilaterale, dalla Germania comunista alla Germania occidentale, per certificare il fallimento del regime comunista e del modello sovietico. Quell’emorragia andava fermata, a costo di versare altro sangue dell’esausta Germania, dopo la devastante esperienza della guerra mondiale in cui aveva perso milioni di vite umane, intere città distrutte, più la dignità e la sovranità, per via dei campi di sterminio e del nazismo.


Dopo aver subito perdite enormi in guerra, non solo soldati ma città bombardate e campi di concentramento dove erano morti centinaia di migliaia di tedeschi, gravava sulle sue spalle pure l’infamia del razzismo e l’orrore della shoah. Quel muro giunse come una crepa ulteriore, l’infarto su un corpo già martoriato e un’anima lacerata.


A dir la verità il Muro non giunse improvviso, anche se rapida fu la sua edificazione. Già nel dopoguerra, nel 1948, Stalin promosse il blocco di Berlino: timoroso di una rinascita tedesca, Stalin non si accontentò di smembrarla in zone d’occupazione, auspicando che la Germania fosse ridotta a nazione inerme ed agricola, senza velleità industriali che potevano essere pericolosamente riconvertite in industria bellica.


La richiesta di Stalin non era sgradita alle potenze occidentali; Churchill aveva già proposto la neutralizzazione tedesca; e gli americani sapevano che solo una Germania debole avrebbe consentito agli Usa di esercitare un ruolo egemonico sul continente europeo.


Dieci anni dopo il blocco di Berlino, anche i leader sovietici Krusciov e Gomulka attaccarono violentemente la Germania federale e si opposero all’ipotesi di libere elezioni in tutta la Germania che sancissero la riunificazione tedesca. Le libere elezioni avrebbero infatti segnato con ogni probabilità la sconfitta del partito comunista tedesco e dunque la liquidazione del controllo sovietico nella Germania orientale.


Anche se all’est, alle ultime elezioni, nel 1958, il 99.87 % dei tedeschi orientali aveva votato per il listone nazionale comunista; ma, piccolo particolare, non c’erano liste alternative… Prevalse così l’idea di tenere le due germanie divise fino a quando si giunse all’innalzamento del muro; odioso per tutti gli uomini liberi ma in fondo non dispiaceva alle potenze occidentali.


Per lunghi anni ha fatto scuola nei paesi occidentali la convinzione ben riassunta da Andreotti che spiritosamente e cinicamente sosteneva: “Amo la Germania a tal punto che preferisco averne due anziché una sola”. Il timore di un gigante tedesco nel cuore dell’Europa non riguardava in effetti solo il mondo sovietico. Anche negli Stati Uniti e in Europa preoccupava il gigante tedesco.


E tuttavia fu memorabile il discorso di Kennedy a Berlino e la sua dichiarazione di sentirsi berlinese. Colpirono gli eccidi, in particolare nell’agosto del 1962, che perpetrarono i vopos contro i tedeschi orientali che cercavano di superare il filo spinato. La collera popolare salì con la tensione internazionale, mentre l’Urss celebrava la sua potenza festeggiando a un anno esatto dall’innalzamento del Muro l’impresa degli astronauti Nicolajev e Popovic. Colpì in modo particolare il sacrificio di un ragazzo di 19 anni, Peter Fechter, che fu lasciato morire dissanguato ai piedi del Muro che aveva cercato di valicare.


Dei paesi dell’Est la Germania orientale fu tuttavia il paese meno inefficiente, più competitivo, non solo nei giochi olimpionici. Neanche il comunismo e lo statalismo riuscirono del tutto a smantellare una struttura e una mentalità venute da lontano.


Ci vollero altri 28 anni, e altre vittime, per veder cadere quel Muro e così vedere ricomposta Berlino, la Germania e l’Europa. Quando cadde quel muro ci si accorse che non divideva solo due Stati, due regimi, due mondi politici, ma perfino due epoche: era come se il tempo nella Germania est fosse andato più lentamente, ridotto a una marcia forzata. Era rimasta più Prussia, più Terzo Reich nella Germania comunista.


A novembre ricorderemo la caduta del Muro, a cui poi seguì il collasso del comunismo sovietico, la fine del mondo bipolare, l’avvento del Nuovo Ordine Mondiale, la globalizzazione e l’unione europea. Ma prima di ricordare quel crollo, va ricordata la sua erezione, pensata come perpetua. Alla fine durò “solo” ventotto anni. Oggi si parla tanto dell’infamia dei muri, salvo dimenticare il Muro più infame di tutti, eretto quel 13 di agosto a Berlino.


A chi giudica la storia d’oggi alla luce di quella di ieri e vede nel sovranismo il ritorno del nazismo, è lecito opporre che chi vuole schiacciare i popoli, impedire il cambiamento ed eliminare i non-allineati, è erede del comunismo e del lavoro sporco dei vopos.


MV, La Verità 13 agosto 2019


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