E le stelle non stanno a guardare

MARCELLO VENEZIANI

E le stelle non stanno a guardare


Ma con che spirito guarderete stasera le stelle gufando sulla loro caduta? Noi col nostro piccolo, ordinato, universo domestico che offre il previsto spettacolo nella notte di San Lorenzo… Poi ti capita di leggere il libro di un fisico, che so Guido Tonelli o Carlo Rovelli, che svettano nelle classifiche e ti cade addosso tutto l’universo; l’ordine si scopre un caos, il vuoto risucchia il mondo, il tempo si dilapida nei miliardi d’anni dell’universo, pianeti sconosciuti si riscaldano ai bordi del campo di gravitazione, terribili esplosioni, ere glaciali ed ere focose s’accavallano apocalittiche, come nei miti; big bang, buchi neri, catastrofi cosmiche e uragani di stelle si aprono davanti ai nostri occhi spauriti.

Le stelle non stanno a guardare, ma sono in moto perpetuo. Ti senti meno che niente, immerso nel nulla, in preda a una caduta inarrestabile, sperduto nell’universo in balia di forze sovrastanti e cieche. E hai il coraggio di metterti tranquillo col naso all’insù a vedere la cartolina illustrata delle stelle cadenti, cercando di vedere chissà quale ridicolo frammento che non ti dà nemmeno il tempo di esprimere un desiderio?

Ti sembra tutto minuscolo, irrisorio, inclusi duemila anni di cristianesimo e i millenni che ci separano dalla preistoria, solo uno schioccare di dita tra 13,8 miliardi di anni. Ogni progetto diventa ridicolo, insensato, altro che t’illumini d’immenso, svanisci come uno starnuto nel silenzio assordante dello spazio. Leggo anch’io i testi di Rovelli, di Tonelli e di altri brillanti astrofisici.

A volte mi consolo coi testi di Ervin Laszlo che risacralizza il cosmo nelle sue connessioni; o di padre Anselm Grun che dialoga su Dio e la fisica quantistica col fratello fisico e matematico Michael. Sono un ammiratore dei fisici-star, reputo meritato il successo dei loro libri, benemerita la ricerca e pure la divulgazione scientifica. Anch’io resto affascinato dal loro racconto brillante, dal gigantismo dei dati e degli scenari, ma poi rimango interdetto, non so più cosa fare, se scrivere, se prendere una tisana, se fare una rapina, se pregare, se fare pilates, se lasciarmi morire… Mi sembra tutto così irrilevante, un dettaglio superfluo, di che cosa parliamo?

Prendiamo Genesi (ed. Feltrinelli), il racconto sulle origini scritto da Tonelli (da non confondere con l’altro scienziato delle (5)stelle, Toninelli). È un diluvio universale di dati, eventi, macroscopiche grandezze narrate in modo avvincente, mescolate a ricordi letterari e accenni filosofici, con stile accattivante, nonostante il panico e l’angoscia che genera il rapporto con l’infinito. Ti allarga la vista, ti apre orizzonti impensati, ti mette a confronto con l’immensità.

Però alla fine, quando vai a tirare le somme ti accorgi che non ti ha detto nulla sull’esistenza o no di Dio o dell’Intelligenza divina; nulla è risolto del mistero di vivere e di essere al mondo, sposta solo i confini dell’ignoto e immette in un gioco di specchi e di rimandi da cui non riesci a uscire e nemmeno ad entrare; ma ti trovi esattamente come prima. Non resta che la scommessa.

La scienza, peraltro, ci offre solo verità provvisorie, fallibili e strada facendo confutabili, avverte lo scienziato, e dunque non ti fa fare un passo avanti o indietro, ti fa solo girare intorno alla verità. La fisica indaga il divenire, non l’Essere, avverte Rovelli nell’Ordine del tempo.

E non solo, dietro l’ordine dell’universo ci sarà pure il caos, ma intrecciato al caos c’è qualcosa che somiglia a un ordine. E il vuoto non è il nulla, il non-essere, spiega Tonelli, ma il vuoto è pieno di campi d’energia e fluttuazioni. Gli immortali poi esistono e sono i protoni, piccoli dei in forma di particelle.

E lo zero non è la negazione dei numeri ma il grembo originario che tutti li contiene. Mi vado convincendo che la partita del mondo è finita uno a zero, ma ha vinto lo zero: uno è l’occidente, la Grecia, i monoteismi. Zero è l’intuizione suprema della metafisica orientale e della matematica indiana, è il vuoto, il silenzio, l’origine. È come l’uovo cosmogonico, a cui somiglia fisicamente. I greci aborrivano l’infinito, ne erano spaventati, gli orientali invece aspiravano al vuoto, allo zero.

La conclusione di Tonelli è sorprendente: “il caos iniziale, inteso come vuoto, è tutt’altro che disordine. Non c’è sistema più rigidamente ordinato, regolare e simmetrico del vuoto”. Altro che nichilismo. Ti ricresce il kosmos.

E non solo: Tonelli scorge nel mito l’origine di ogni sapere, religioso, filosofico, scientifico, artistico. Anche la Genesi è un racconto, un mito. E il pensiero simbolico è alle fonti di ogni ricerca. Reputa l’arte, la scienza e la filosofia fondamentali per dare consistenza al nostro essere umani. Alle origini di ogni sapere c’è la meraviglia, come dicevano Platone e Aristotele. Lo stupore di essere al mondo. E per Rovelli il tempo si curva, si fa misura illusoria, torna quasi a essere con Platone “l’immagine mobile dell’eterno”.

Insomma dopo un viaggio vertiginoso in cui abbiamo visto i sorci verdi, guerre stellari e catastrofi cosmiche, torniamo al mito, all’arte, alla filosofia, al mistero dell’Essere che coincide col grembo dell’Origine e rivediamo l’ordine e la luce. E allora torni a rivedere le stelle, come Dante dopo il viaggio all’inferno, torni a concepire il mondo come lui lo concepì, l’Amor che move il sole e l’altre stelle, torni a dar ragione al pazzo Nietzsche che dal caos vide nascere la stella danzante. E torni a ringraziare san Lorenzo che ci fa vedere questo spettacolo pirotecnico, mini-trailer del big bang, in una dolce sera d’agosto.

MV, La Verità 10 agosto 2019


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