Il neoliberismo ci ha indotti a credere a delle favole sulla provenienza del denaro

di Mary Mellow https://scenarieconomici.it/

Il neoliberismo ci ha indotti a credere a delle favole sulla provenienza del denaro


Non c’è nulla di naturale nel denaro. Non esiste nessun collegamento a una qualche forma essenziale di denaro che ponga un limite alla sua creazione. Può essere costituito da comune metallo, da carta o da dati elettronici: nessuna di queste cose è merce rara.
Allo stesso modo, nonostante ciò che potreste aver sentito in merito alla necessità di austerità e alla mancanza di “alberi degli zecchini” generatori di liquidità, non esiste un livello “naturale” di spesa pubblica. Le dimensioni e la portata del settore pubblico sono una questione di scelta politica. Il che mette in questione l’austerità, l’abbattimento della spesa nell’economia pubblica.


Per alcuni paesi, come la Grecia, l’impatto dell’austerità è stato devastante. Le politiche di austerità persistono nonostante numerosi studi sostengano che siano state del tutto sbagliate, basate su di una scelta politica piuttosto che sulla logica economica. Ma il caso economico dell’austerità è egualmente sbagliato: è basato su qualcosa che potremmo meglio chiamare “economia delle favole”.


Quali sarebbero quindi le giustificazioni per l’austerità? La Gran Bretagna, per esempio, vive in regime di austerità dal 2010, quando il governo conservatore-liberal-democratico che si insediò ha cambiato le politiche sul lavoro a causa dell’aumento del livello di spesa pubblica, in risposta alla crisi finanziaria del 2007-2008. La crisi aveva creato una tempesta perfetta: il salvataggio delle banche richiedeva alti livelli di spesa pubblica, mentre la contrazione economica riduceva il gettito fiscale. Il motivo dell’austerità era che i contribuenti non potevano sostenere un livello più alto di spesa pubblica. Questa decisione fu supportata dall’ “economia della borsellino”, che adotta l’analogia fra gli stati e le famiglie, dipendenti dal reddito di un capofamiglia (ovvero il settore privato).


Sotto il giogo dell’economia della borsa, gli stati sono tenuti a limitare le loro spese a quello che si ritiene il contribuente possa permettersi. Gli stati non devono tentare di aumentare la spesa prendendo in prestito denaro dal settore finanziario (privato) o “stampando moneta” (sebbene le banche siano state salvate con lo stesso metodo, ma usando un nome diverso, “quantitative easing”, la creazione di moneta elettronica). L’ideologia di tale economia sostiene che il denaro deve essere generato solo attraverso l’attività di mercato e che ce ne sia sempre poco. La richiesta di aumento della spesa pubblica incontra quasi invariabilmente la stessa risposta “da dove li prendiamo i soldi”? Di fronte ai salari bassi del Servizio Sanitario Nazionale, il Primo Ministro inglese (ora ex) Theresa May ha notoriamente dichiarato, “non esiste un albero magico che produce il denaro”.

Allora, da dove proviene il denaro? E che cosa è?


COS’E’ IL DENARO?


Fino a circa 50 anni fa la risposta sembrava ovvia: il denaro era rappresentato dai contanti (banconote e monete). Quando il denaro era tangibile, non sembravano esserci dubbi sulla sua origine o sul suo valore. Le monete venivano coniate, le banconote stampate. Entrambe le cose erano autorizzate dai governi o dalle banche centrali.


Ma cosa è il denaro oggi? Nelle economie più ricche l’uso dei contanti sta diminuendo rapidamente. La maggior parte delle transazioni monetarie è costituita da trasferimenti da un conto a un altro: non è coinvolto denaro fisico. In vista della crisi finanziaria, il ruolo dello stato in relazione al denaro detenuto nei conti bancari è stato ambiguo. Il settore bancario era un’attività monitorata e autorizzata con un certo livello di garanzie statali sui depositi bancari, ma l’atto effettivo di creare conti bancari era ed è visto come una questione privata.


Ci sono probabilmente regolamenti e limitazioni, ma non esiste un controllo dettagliato dei conti e dei prestiti bancari. Tuttavia, come ha dimostrato la crisi bancaria del 2007-2008, quando i conto bancari entrarono nel mirino essendo le banche sull’orlo del fallimento, gli stati e le banche centrale dovettero intervenire e garantire la sicurezza di tutti i conti in deposito. La garanzia del denaro dei conti bancari, non di investimento, si dimostrò essere di pubblica responsabilità quanto il denaro contante. Questo solleva delle questioni fondamentali sul denaro come istituzione sociale. E’ giusto che il denaro possa essere generato da una decisione privata di contrarre un debito, che poi diventa poi una responsabilità dello Stato garantire in caso di crisi economica?


Ma lungi dal vedere il denaro come una risorsa pubblica, sotto l’economia neoliberista “del borsellino” la creazione e la circolazione del denaro sono viste sempre di più come una funzione del mercato.


Il denaro viene “prodotto” esclusivamente nel settore privato. La spesa pubblica è vista come una perdita di quel denaro, il che giustifica l’austerità al fine di rendere il settore pubblico il più limitato possibile. Questa posizione si basa, comunque, su un completo fraintendimento della natura del denaro, supportato da una serie di falsi miti profondamente radicati.


FALSI MITI SUL DENARO


L’economia neoliberista “del borsellino” deriva da due miti fondamentali sull’origine e la natura del denaro.


Il primo mito è che il denaro sia nato da una economia di mercato precedente basata sul baratto. Il secondo mito è che esso venisse originariamente realizzato in metallo prezioso.


Si sostiene che il baratto si sia rivelato molto inefficiente perché ogni compratore-venditore aveva la necessità di trovare un’altra persona che corrispondesse esattamente alle sue esigenze. Una cappellaia potrebbe barattare un cappello per un paio di scarpe di cui ha bisogno, ma cosa succede se il calzolaio non ha bisogno del cappello? La soluzione a questo problema, così dice la storia, fu di scegliere una merce che tutti potessero desiderare e che quindi fungesse da mezzo di scambio. Il metallo prezioso (oro e argento) fu la scelta più ovvia perché avevano un loro valore e potevano essere facilmente suddivisi e trasportati.


Questa visione sull’origine della moneta risale almeno al XVIII secolo, l’epoca dell’economista Adam Smith.

Questi miti hanno portato a due assunti sul denaro che sono ancora oggi ritenuti validi. In primo luogo che il denaro sia collegato e generato dal mercato. In secondo luogo che la moneta moderna, come la sua forma ideale e originale, sia sempre scarsamente reperibile.


Da qui l’affermazione neoliberista secondo la quale la spesa pubblica sarebbe una riduzione della capacità del mercato di creare di ricchezza e che essa debba essere sempre limitata per quanto possibile. Il denaro è visto come uno strumento commerciale, che ha una funzione di base, di mercato, tecnica, transazionale, senza alcuna forza sociale o politica.


Ma la vera storia del denaro è molto diversa.


Le prove dell’antropologia e della storia ci dicono che non vi era un baratto diffuso prima che si sviluppassero i mercati basati sul denaro e che il conio con metalli preziosi vide la luce molto prima delle economie di mercato. Vi sono state anche molte altre forme di denaro oltre alle monete in metallo prezioso.


Il DENARO COME TRADIZIONE


Qualcosa che ha avuto la stessa funzione del denaro è esistito nella maggior parte, se non in tutte le società umane. Pietre, conchiglie, perline, tessuti, aste di ottone e molte altre forme sono stati i mezzi per confrontare e riconoscere il valore comparativo. Ma questo veniva fatto raramente in un contesto di mercato.


La maggioranza delle prime comunità umane si sostentavano direttamente con i frutti della terra, con la caccia, la pesca, la raccolta e facendo l’orto. Il denaro consueto in tali comunità veniva usato principalmente per celebrare eventi sociali propiziatori o come soluzione di conflitti sociali.


Ad esempio la popolazione Lele, che stava in quella che oggi è la Repubblica Democratica del Congo, ancora negli anni 1950 misurava i valori usando dei tessuti di rafia intrecciati. Il numero di capi richiesto per le diverse occasioni veniva stabilito dall’usanza. 20 capi dovevano essere dati al padre da un figlio al raggiungimento dell’età adulta e un importo analogo dato alla moglie alla nascita di un figlio. L’antropologa Mary Douglas, che ha studiato i Lele, scoprì che erano restii all’utilizzo dei tessuti nelle transazioni con gli estranei, indicando che i capi avevano una rilevanza culturale specifica.


Ancora più interessante è la grossa moneta in pietra del popolo Yap della Micronesia. Enormi dischi di pietra circolari potevano pesare fino a quattro tonnellate. Non certo qualcosa da potersi portare in tasca per andare in un negozio.


Ci sono molte altre prove antropologiche come questa sparse in tutto il mondo, tutte indicano il fatto che il denaro, nella sua forma primitiva, serviva a uno scopo sociale piuttosto che di mercato.


IL DENARO COME POTERE


Per la maggior parte delle società tradizionali l’origine di una particolare forma di moneta è andata perduta nelle nebbie del tempo. Ma l’origine e l’adozione del denaro come istituzione sono diventate molto più evidenti con l’avvento degli stati.


Il denaro non ebbe origine come conio di metalli preziosi insieme allo sviluppo dei mercati. Di fatto, l’invenzione del conio di metallo prezioso avvenne intorno al 600 a.C., quando la moneta fu impiegata e controllata dai sovrani per costruire i loro imperi facendo la guerra.


Il più importante fu Alessandro Magno, che regnò dal 336 al 323 a.C. Si dice utilizzasse mezza tonnellata di argento al giorno per finanziare il suo esercito, in gran parte mercenario, piuttosto che una parte del bottino di guerra (il modo tradizionale di pagare i mercenari).
Aveva più di venti zecche che battevano monete, recanti immagini di dei ed eroi e la parola Alexandrou (Alessandro).


Da quel momento i nuovi regimi al potere tendevano ad annunciare il loro arrivo con un nuovo conio. Più di mille anni dopo l’invenzione del conio, il “Sacro Romano Imperatore” Carlo Magno (742-814 d.C.), che governò gran parte dell’Europa occidentale e centrale, sviluppò quella che divenne la base del sistema monetario pre-decimale britannico: sterline, scellini e pence. Carlo Magno istituì un sistema monetario basato su 240 centesimi coniati da una libbra d’argento.


I centesimi si affermarono come denier in Francia, pfennig in Germania, dinero in Spagna, denari in Italia e penny in Gran Bretagna. Quindi la vera storia del denaro come moneta non è quella di barattattori e commercianti: è scaturita da una lunga storia di politica, guerre e conflitti. Il denaro fu attore nella costruzione degli stati e degli imperi, non una passiva rappresentazione del prezzo sul mercato. Il controllo dell’offerta di moneta rappresentava un grande potere dei sovrani: un potere sovrano. Il denaro era creato e messo in circolazione dai governanti o per via diretta, come Alessandro, o attraverso la tassazione o attraverso il sequestro di possedimenti privati di metallo prezioso.


Il denaro degli inizi non era peraltro necessariamente basato sui metalli preziosi. Anzi, il metallo prezioso era relativamente inutile per la costruzione degli imperi, perché scarseggiava. Anche in epoca romana, venne usato del metallo normale e la nuova moneta di Carlo Magno alla fine si svalutò.


In Cina, oro e argento non venivano utilizzati e il denaro di carta era in uso già nel XIX secolo. Quello che l’economia di mercato ha introdotto è una nuova forma di denaro: il denaro come debito.


Il DENARO COME DEBITO


Se si osserva una banconota da 20 sterline si noterà la scritta: “Prometto di pagare al portatore su richiesta la somma di venti sterline”. Questa è una promessa fatta originariamente dalla Banca di Inghilterra di scambiare banconote con la valuta sovrana. La banconota era una nuova forma di denaro. A differenza del denaro sovrano, non era una dichiarazione di valore, ma una promessa di valore. Una moneta, anche se fatta di metallo comune, era scambiabile di diritto: non rappresentava un’altra “superiore” forma di denaro. Ma quando le monete furono inventate, esse la rappresentavano.


L’invenzione di queste cambiali scaturì dalle esigenze del commercio nel XVI e XVII secolo.


Le banconote (“note di banco”) venivano utilizzate per confermare la ricevimento di prestiti o di investimenti e l’obbligo di ripagarli attraverso i frutti di future transazioni. Un compito importante dell’emergente professione bancaria era di emettere periodicamente queste promesse l’una di fronte all’altra e verificare chi doveva cosa e a chi.


Questo processo di “compensazione” significava che una gran quantità di impegni cartacei si riduceva a dei trasferimenti reali, netti, di denaro rilevantemente inferiori.


La liquidazione finale avveniva tramite pagamento con denaro sovrano (monete) o un’altra cambiale (banconota).


Alla fine, le banconote divennero godevano di una tale fiducia che furono trattate come denaro a sé stante. In Gran Bretagna divennero equivalenti al conio, in particolare quando vennero unificate sotto lo stendardo della Banca d’Inghilterra.


Se oggi portate una banconota presso la Banca d’Inghilterra, ve la cambiano con un’altra esattamente identica.


Le banconote non sono più solo promesse di pagamento, sono diventate esse stesse valuta.


Non c’è nessun denaro “vero” dietro.


Quello che il denaro moderno conserva è la sua associazione con il debito.


A differenza del denaro sovrano, che veniva creato e messo in circolazione, il “denaro moderno” viene in gran parte preso in prestito tramite il sistema bancario.


Questo processo trova riparo dietro un altro mito, cioè che le banche agiscano semplicemente come intermediarie fra risparmiatori e debitori.


Di fatto le banche creano il denaro.


Ed è solo nell’ultimo decennio che questo potente mito è stato messo a tacere dalle autorità bancarie e monetarie.


E’ oggi riconosciuto dalle autorità monetarie, come il Fondo Monetario Internazionale, la Federal Reserve americana e la Banca d’Inghilterra, che le banche creano nuova moneta quando concedono prestiti. Non prestano i soldi degli altri titolari di conti correnti a coloro che chiedono un prestito.

I prestiti bancari consistono in denaro creato dal nulla, in una convenzione per cui il nuovo denaro viene accreditato sul conto dei mutuatari, con l’accordo che quell’importo verrà ripagato con gli interessi.


Le implicazioni politiche di una moneta di uso pubblico, creata dal nulla e prestata ai mutuatari su base puramente commerciale, non sono state ancora prese in considerazione.


Né lo si è fatto per l’alternativa di basare l’emissione della moneta di uso pubblico sul debito, piuttosto che permettere allo stato sovrano di creare e far circolare denaro direttamente, senza una creazione di debito.


Il risultato è che invece di usare il proprio potere sovrano sulla creazione di moneta, come fece Alessandro Magno, gli stati sono diventati debitori del settore privato. Laddove c’è spesa pubblica a deficit o bisogni di spese future su larga scala, ci si aspetta che lo stato prenda in prestito il denaro o che aumenti le tasse, invece di crearsi il denaro da sè.


DILEMMI DEL DEBITO


Basare un’offerta di moneta sul debito è problematico dal punto di vista ecologico, sociale ed economico.


C’è un problema ecologico, in quanto la necessità di ripagare il debito potrebbe portare a una crescita potenzialmente dannosa: la creazione di moneta basata sul rimborso del debito con gli interessi deve implicare una crescita costante dell’offerta di moneta. Se questo lo si ottiene solo attraverso l’aumento della capacità produttiva, ci sarà inevitabilmente una pressione sulle risorse naturali, per aumentare la produzione.


Basare l’offerta di denaro sul debito è anche socialmente discriminatorio, perché non tutti i cittadini sono in grado di assumersi un debito. L’andamento dell’offerta di moneta tenderà a favorire chi è già ricco o gli speculatori che si assumono un alto rischio. Gli ultimi decenni, ad esempio, hanno visto un’enorme quantità di prestiti da parte del settore finanziario per aumentare i propri investimenti.


Il problema economico è che l’offerta di denaro dipende dalla capacità dei vari elementi dell’economia (pubblici e privati) di farsi carico del debito. E così, mentre i paesi sono diventati sempre più dipendenti dal denaro creato dalle banche, le bolle di debito e le crisi di credito sono diventate più frequenti.


Questo perché l’economia “del borsellino” crea un compito impossibile da adempere per il settore privato: dover generare tutto il denaro circolante attraverso il debito emesso dalle banche e poi ripagare la stessa cifra, più gli interessi.


Deve finanziare completamente il settore pubblico e generare profitto per gli investitori. Ma quando l’offerta di denaro guidata dalle banche privatizzate viene a mancare, i poteri dello stato di creare denaro tornano a essere protagonisti.


Questo è stato particolarmente evidente nella crisi del 2007-2008, quando le banche centrali crearono nuova moneta in quel processo noto come Quantitative Easing. Le banche centrali utilizzarono il potere sovrano per creare denaro privo di debito da immettere direttamente nell’economia (comprando il debito pubblico esistente ed altri asset finanziari, ad esempio).


La domanda che viene spontanea è la seguente: se lo Stato, rappresentato dalla banca centrale, può creare denaro dal nulla per salvare le banche, perché non può farlo per salvare le persone?


DENARO PER IL POPOLO


I falsi miti sul denaro ci hanno portato a guardare alla spesa pubblica ed alla tassazione nel modo sbagliato.


La tassazione e la spesa, così come i prestiti bancari e le restituzioni, sono in costante evoluzione. L’economia “del borsellino” presuppone che sia la tassazione (del settore privato) a raccogliere fondi per finanziare il settore pubblico. Quella tassazione prende i soldi direttamente dalle tasche dei contribuenti.


Ma la lunga storia politica del potere sovrano sul denaro dimostra che il flusso di denaro può andare nella direzione opposta. Allo stesso modo in cui le banche possono far materializzare denaro dal nulla per fare prestiti, gli stati possono farlo per finanziare la spesa pubblica.
Le banche creano denaro aprendo conti bancari, gli stati lo fanno stanziando bilanci.


Quando i governi stabiliscono le manovre finanziarie, non vedranno più quanti soldi hanno nel salvadanaio, grazie alla precedente tassazione.


La legge di bilancio assegnerà impegni di spesa che potranno corrispondere o meno alla quantità di denaro proveniente dalla tassazione.


Tramite i suoi conti presso il Tesoro e presso la Banca Centrale, lo Stato spende e riceve denaro continuamente.


Se spende più soldi di quanti ne riceve, lascia più denaro nelle tasche delle persone. Ciò crea un disavanzo di bilancio e quello che è effettivamente uno scoperto alla Banca Centrale.


E’ un problema?


Sì, se lo Stato viene trattato come se fosse un qualsiasi altro detentore di un conto corrente, come la famiglia che dipende dall’economia “del borsellino”.


Non lo è, se è visto come una “sorgente di denaro” indipendente da quanto ha incassato tramite la raccolta fiscale.


Gli stati non devono attendere le elemosine dal settore commerciale.


Gli stati sono l’autorità che sta dietro al sistema monetario. Il potere esercitato dalle banche di creare denaro dal nulla è un potere sovrano.


Non c’è più bisogno di battere moneta come Alessandro Magno, il denaro può essere creato a colpi di tastiere. Non vi è alcun motivo per cui questa cosa debba essere monopolio del settore bancario per creare nuovo denaro pubblico a debito.


Considerare la spesa pubblica equivalente al debito bancario, nega al settore pubblico, al popolo sovrano in una democrazia, il diritto di avere accesso al proprio denaro senza dover contrarre alcun debito.


RIDEFINIRE DEL DENARO


Questa scorreria nella storia e nell’antropologia del denaro dimostra che le credenze di lunga data, per le quali il denaro sarebbe nato da una precedente economia di mercato basata sul baratto, e per le quali il denaro era originariamente fatto di metallo prezioso, sono solo delle favole.
Dobbiamo rendercene conto.


E dobbiamo sfruttare la capacità pubblica di creare moneta.


D’altra parte è anche importante riconoscere che il potere sovrano di creare denaro non è in sé una soluzione.


La capacità degli stati e delle banche di creare moneta presenta vantaggi e svantaggi.


Entrambi sono esposte all’abuso.


I prestiti sconsiderati del settore bancario, per esempio, portarono quasi al tracollo il sistema monetario e finanziario americano ed europeo.


D’altra parte nei paesi in cui non esiste un settore bancario sviluppato, l’offerta di denaro rimane nelle mani dello stato, ciò lascia ampio spazio a corruzione e mala gestione. La risposta deve essere quella di assoggettare entrambe le forme di creazione del denaro, della banca e dello Stato, alla responsabilità democratica.


Lungi dall’essere uno strumento tecnico e commerciale, il denaro può essere considerato come un costrutto sociale e politico che ha un grande potenziale radicale.


La nostra capacità di ottenere il meglio da questo è ostacolata, se non capiamo cosa è il denaro e come funziona.


Il denaro deve diventare il nostro servitore, non il nostro padrone.


Tratto da:
https://theconversation.com/neoliberalism-has-tricked-us-into-believing-a-fairytale-about-where-money-comes-from-113783
Traduzione a cura di Renato Nettuno

 
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