A sud il pianto del coccodrillo

MARCELLO VENEZIANI

A sud il pianto del coccodrillo


Due milioni di ragazzi sono spariti dal sud, titolano allarmati i media. Chi li ha rapiti?


L’Anonima Espatri, ossia il Progresso, ovvero la Modernità, cioè la Globalizzazione. È come se fosse sparita una metropoli come Napoli, periferie incluse, ripetono drammaticamente da giorni. Ma scusate, di che vi allarmate e vi lamentate, il vostro è il pianto del coccodrillo.


Per anni tutti i media, i salotti e gli osservatori, hanno elogiato i ragazzi che vanno via di casa, che sulle ali di Erasmus e Ryanair, s’involano per i cieli globali e si liberano da quel catorcio che è il loro paese, la loro provincia, la loro famiglia.


Me li ricordo gli elogi liberali e radicali, modernetti e progressivi, anzi global, a chi se ne andava. Solo ora capite che la loro fuga non andava vista soltanto dal loro punto di vista singolo e contingente o con gli occhi asettici del modello globale ma andava commisurata alla realtà, al mondo che abbandonavano: da una parte le famiglie, già decimate dalla denatalità, private di figli, di energie dinamiche, depresse di prospettive, abbandonate alla loro desolata anzianità dal divorzio verticale fra genitori e figli.


E dall’altra i paesi del sud, abbandonati e disabitati, accartocciati su se stessi, avvizziti; la provincia svuotata, il mezzogiorno intero disertato dai più giovani e più intraprendenti.


Avete decretato euforici la necessità di fuggire dal sud – iatavenne! – lo avete considerato un segno di emancipazione e di sviluppo, non rendendovi conto che così veniva decretata la morte a Mezzogiorno, la fine del sud e vorrei aggiungere anche di una cospicua parte della provincia italiana, compresa quella settentrionale. Ai restanti avete mandato come si faceva alle famiglie in lutto, quello che al sud si chiama “il conforto”; cioè la bevanda della nostalgia borbonica, che è innocua e serve solo a dimenticare l’Italia unita, accettando il destino euro-globale: così ai giovani è consigliata la partenza, ai restanti è offerto il rosolio dei borboni.


Il sud è ridotto a una rampa di lancio per spiccare il volo e andarsene appena possibile. E’ come Libia 2, un porto di partenza per migranti equipaggiati di curriculum da far fruttare altrove. Perché qui da noi i titoli, i meriti, le capacità non valgono. Solo ora vi accorgete che istigando alla fuga, avete spento il sud e generato metastasi diffuse in tutto il territorio nazionale.


La cosa tragica intorno a questa danza macabra di morti bianche, è l’ingombrante, invadente assenza della politica.


Dico ingombrante perché periodicamente il sud viene investito da massicce dosi di cercatori di voti che rimettono al centro la questione meridionale, senza fare poi un beato fico secco. Poco più di un anno fa i campi elettorali del sud sono stati invasi dalle cavallette grilline che hanno preso gran parte dei loro voti nel meridione, annunciando redditi e sostegni; forme nuove dell’antico assistenzialismo clientelare, con benefici a pioggia o a creanza, come nel passato. Hanno piazzato una classe politica in gran parte meridionale, napoletana, ai vertici delle istituzioni.


Dall’altra parte tornano alla carica i naufraghi del Pd che ritentano la carta del sud e avendo perso il nord, il centro, la faccia e la linea, ritentano la via della campagna meridionale. Loro che hanno per molti anni governato le regioni del sud e che molte tuttora governano, coi risultati che si vedono.

Ma la tendenza alla fuga dal sud prosegue ininterrotta da decenni ed è del tutto impermeabile alle stagioni della politica e ai suoi avvicendamenti.


Può stare al governo centrale e locale il centro-sinistra, può stare il centro-destra, possono starci i grillini, ma lo svuotamento è irreversibile, e accade come se fosse scritto dal fato. E se al sud la gente comincia a pensare persino alla Lega, nonostante la matrice nordista e padana e l’ombra per molti minacciosa delle autonomie locali, vuol dire che il sud le ha già provate tutte. E la Lega è l’unica forza in campo non ancora testata. Visto che non funzionano gli indigeni, i romani e gli eurocrati, proviamo coi settentrionali; dopo non potremo che invocare i giapponesi.


Anzi, sarebbe bello immaginare che le regioni ricche del nord adottino ciascuna una sorella povera del sud: che so, il Piemonte adotta la Campania, la Liguria la Calabria, la Lombardia la Sicilia, il Veneto la Puglia, il Friuli il Molise, il Trentino la Basilicata…


Sappiamo già in partenza che senza un progetto straordinario con poteri straordinari, senza missionari dell’impossibile, non si potrà mai invertire la tendenza, ripopolare il sud (non di migranti, s’intende) e risvegliare la vita e il lavoro in loco. Finita l’era degli insediamenti industriali, boccheggianti le opere pubbliche, negate le premesse sociali e culturali per un rilancio della natalità, a sud resta solo una strada: diventare meta attrattiva per le popolazioni del nord Europa e Italia, anche oriunde meridionali. Trasferirsi a sud, tornare a sud, in età matura o in pensione.


Se, poniamo, venissero a vivere a sud due milioni di nuovi/vecchi cittadini al posto dei ragazzi partiti, si potrebbero generare altrettanti posti di lavoro nei settori annessi: commercio e artigianato, opere e infrastrutture, assistenza agli anziani e agricoltura, turismo e cultura, perfino ricreazione. Potrebbe rifiorire la vita.


Per invogliare numeri così alti occorrono piani d’incentivazione fiscale, garanzie di sicurezza, standard di efficienza, programmi di rilancio edilizio agevolato nei centri storici. Il sole, il clima, non bastano, l’ospitalità antica delle genti meridionali nemmeno e neanche il costo della vita più basso.

Dio sa quanto sia difficile questa strada, ma ce ne sono forse altre, per rianimare e ripopolare il sud, se non la trasfusione di popolo e l’incoraggiamento a procreare? Intanto, evitate di piangere la scomparsa del sud, salvo tentare di estorcere voti e prelevare seggi.


Se venite in vacanza al sud non fatevi solo le foto col mare, le bellezze e le masserie. Mettete sul vostro comodino mobile, il display, la foto degli Ulivi morti di Puglia o delle terre un tempo agricole e ora desertificate. Perché le terre come le persone se non sono amate, poi s’ammalano, fino a morire.


MV, La Verità 6 agosto 2019


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