Quando la chiacchiera sconfisse il pensiero

MARCELLO VENEZIANI

Quando la chiacchiera sconfisse il pensiero


Il 6 agosto di 50 anni fa moriva in Svizzera il maestro tradito della Contestazione. O se preferite il maestro che tradì la contestazione: Theodor W. Adorno.

La sua bomba filosofica dilaniò nei primi anni Sessanta il pensiero tedesco e più vastamente la filosofia d’Occidente, spargendo il pensiero negativo.  Adorno, capostipite della Scuola di Francoforte, tornato in Germania dagli Stati Uniti, scrive nel 1963 un saggio violento contro “l’ideologia tedesca” della sua epoca e dissacra l’aura di Martin Heidegger, demolisce Karl Jaspers e ridicolizza i loro seguaci che mimano l’autenticità. Il saggio, che l’anno seguente si comporrà in libro, è Il gergo dell’autenticità.

Così esplose la guerra civile del pensiero tedesco, che poi si trasferì dalla Germania all’Occidente, dalle cattedre alle piazze con la Contestazione, di cui la Scuola di Francoforte sarà il principale riferimento.

Il testo di Adorno è per un verso una straordinaria satira filosofica del gergo ieratico in cui si nasconderebbe la filosofia oracolare di Heidegger e degli esistenzialisti. Ma è anche un tentativo perfido di stabilire un nesso tra il pensiero di Heidegger e la Shoah, come se quell’indecifrabile linguaggio fosse solo il paludamento dell’ideologia nazista; i paramenti sacri della più brutale volontà di potenza. L’aspetto più odioso e carognesco di questo pur brillante saggio di Adorno era il nesso che stabiliva tra “Il gergo dell’autenticità” e “il distintivo all’occhiello del partito nazista”.

Come dire che il linguaggio heideggeriano era il versante esoterico e il nazismo ne era la versione politica di massa. Hannah Arendt, ebrea e un tempo allieva e amante di Heidegger, insorge contro Adorno e lo definisce “uno degli uomini più ripugnanti che io conosca”, “un mezzo ebreo” che sperava di farla franca “grazie alla sua discendenza italiana da parte di madre”.

In verità Adorno aveva ben altri scheletri nell’armadio: mentre accusava Heidegger per il famoso discorso del rettorato del 1933, lui Adorno, nel 1934 scriveva articoli filonazisti per ingraziarsi il capo della gioventù hitleriana, Baldur von Schirach e citava positivamente Goebbels. La scoperta avvenne proprio nel ’63, fu uno studente ad accorgersene e a scriverlo.

Lui minimizzò liquidando la sua captatio benevolentiae verso i nazisti come “stupidamente tattica”. Magari Heidegger avrebbe potuto dire la stessa cosa, da una posizione più in vista, quando fece quel discorso del rettorato o quando sfoggiava il distintivo nazista (se è per questo anche Bobbio in Italia sfoggiava il distintivo fascista e giurava fedeltà al regime, salvo poi riconquistare, come tanti, postuma purezza adamantina di antifascista). Adorno attaccava nel pamphlet la moda esistenzialista discesa da Heidegger, il modo di vestire volutamente trasandato, i lunghi capelli, la barba incolta per simulare il ritorno all’origine.

È curioso pensare che poi quei “giovani cavernicoli” si ispireranno proprio alla Scuola di Francoforte e in particolare a Marcuse quando daranno vita al ’68 e useranno le clave. In verità Adorno poi fu critico anche verso i contestatori e “capelloni”.

Il saggio di Adorno tentava di ridurre a un solo Nemico irriducibili avversari come lo scientismo e il pensiero del sacro, Popper e Heidegger, i positivisti e gli esistenzialisti, la Tecnica e i suoi critici radicali, l’americanismo e la rivoluzione conservatrice, inclusi i poeti Rilke e George, fino a definire il liberalismo “il progenitore del fascismo”.

Forzature insostenibili, alla Luckàcs, semplificazioni che potrebbero essere rovesciate sul suo pensiero con la stessa disinvoltura. In realtà l’unica alleanza ibrida e grandiosa che si profilava nel pensiero tedesco era tra il contadino Heidegger, con la sua critica radicale verso la Tecnica, le metropoli e la modernità, e l’operaio Junger, col suo futurismo eroico, il suo stilnovismo d’acciaio, la sua epica ed estetica del paesaggio tecnico. È l’alleanza tra il sacerdote e il guerriero o lo sciamano e il milite del lavoro.

Peraltro, lo stesso Adorno si serve del pensiero modernista reazionario e di quello schiettamente antimoderno; di solito tace quel debito imbarazzante ma in Minima Moralia lo confessa: “Uno dei compiti fondamentali di fronte a cui si trova oggi il pensiero è quello di impiegare tutti gli argomenti reazionari contro la cultura occidentale al servizio dell’illuminismo progressivo”. Non si capirebbe del resto, molta critica della scuola di Francoforte alla modernità capitalista senza quel retroterra “reazionario” mai del tutto esplicitato. Che balena a tratti nel pensiero di Horkheimer, più che in quello di Adorno o di Marcuse.

Adorno stronca in Heidegger la visione sacrificale della storia e dell’umanità, le connessioni magiche e irrazionaliste, il feticismo dell’originario. Se la prende con Kierkegaard e con l’idealismo tedesco come le matrici malate di quel pensiero. E critica anche l’ideologia della morte che si anniderebbe nell’autenticità di Heidegger come nei campi di sterminio.

Un riduzionismo canagliesco, non c’è che dire, dell’essere per la morte di Heidegger all’orrore della shoah. Adorno accusa Heidegger di arcaismo e di provincialismo, poi ironizza sull’uomo pastore dell’Essere, si fa beffe del suo radicamento nella terra natia e della sua vita rurale. Heidegger che aveva criticato la chiacchiera viene ricondotto da Adorno al regno della chiacchiera in versione oracolare. “L’aureola in cui la parola viene avvolta come arance nella carta velina”…

E’ la critica che Adorno rivolgerà al pensiero mitico, al pensiero magico e a quelli che Spengler chiamava “fenomeni di seconda religiosità”, come l’infatuazione astrologica, le nuove superstizioni. E Heidegger come reagisce? Col silenzio, evita di replicare, dichiara di non leggere Adorno. Ma in conversazione e in un’intervista a Richard Wisser, Heidegger liquida Adorno come un sociologo, ironicamente chiede con chi abbia studiato, lo sbriga come un brillante benché contorto manierista che usa “forme di gesticolazione intellettuale”.

Ma Adorno si accanisce anche contro Jaspers, che non poteva essere accusato d’intelligenza col nazismo, ma aveva criticato marxismo, psicanalisi e razzismo come “i più diffusi occultamenti dell’uomo”, ed era arrivato a scrivere: “Quando tutto è reciso resta solo la radice, cioè l’origine da cui siamo cresciuti”.

Nel giro di sette anni morirono tutti i protagonisti della disputa: nell’ordine, Jaspers, Adorno, la Arendt e infine Heidegger. Ma quando erano tutti viventi arrivò il ’68 e Adorno fu contestato alla stessa stregua di Heidegger e gettato nella fossa comune della Chiacchiera. Si salvò Marcuse, che fu anzi eletto a guru della Contestazione globale, colui che aveva messo a frutto Marx e Freud, e radicalizzato Reich, offrendo sbocchi rivoluzionari al pensiero negativo e promesse di liberazione all’eros e all’ego. Ma non Adorno, considerato a tutti gli effetti uno dei Baroni autoritari e scostanti che esercitavano pienamente il potere accademico. Uno dei nemici del ’68. Infatti, dopo una plateale contestazione,

Adorno lasciò l’Università. Era il tempo del Fare, della Rivoluzione, della Contestazione globale. Che alla fine si rivelò anch’essa Chiacchiera. La filosofia fu uccisa dalla Chiacchiera. Esogena ma anche endogena.

MV, Imperdonabili, Marsilio, 2018


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