Un grande futuro alle spalle

MARCELLO VENEZIANI

Un grande futuro alle spalle


Giovedì serata futurista con Marcello Veneziani a La Spezia. Per l’occasione proponiamo questa riflessione sul futurismo.


Se la gioventù bruciata fu l’avanguardia del secondo Novecento, la gioventù bruciante fu l’avanguardia del primo Novecento. E di quella generazione che poi si bruciò in due guerre mondiali, in due sogni totalitari ed in una costellazione di parabole, fuochi fatui, stelle cadenti, il ruolo di primo piano toccò ai futuristi.


Nell’arco breve del primo Novecento, sull’orlo entusiasta della modernità, divampò uno straordinario incendio nell’arte e nella letteratura, nel pensiero e nelle ideologie, che presto si propagò nella vita dei popoli e nella storia mondiale. Superato l’umor lieve della belle epoque, smaltiti i fatui ninnoli del salotto di Nonna Speranza e spenti gli ultimi lasciti dell’ottocento, ma finiti anche gli euforici balli excelsior in onore della modernità e della tecnica trionfante, una corrente elettrizza la società e contagia in breve tempo tutte le forme espressive, fino a diventare movimento di massa. Il suo epicentro è l’Italia, l’asse tra Firenze e Milano in particolare; ma si apre un’officina destinata a infuocare tutto il Novecento e il pianeta.


Come definire quel periodo breve e intenso di cui si avvertirono gli effetti e si scontarono le conseguenze per tutto il Novecento e anche oltre? Anni incendiari, direi. (È stato questo il titolo di un’antologia di quegli anni e quegli autori che ho curato lo scorso anno con un mio ampio saggio introduttivo, per Vallecchi)


Uso la parola incendio non a caso. Si potrebbe far la storia di quegli anni, dico la storia dell’arte, della letteratura ma anche la storia civile, avendo come filo conduttore i titoli di libri, i proclami, i discorsi, perfino le testate di riviste, che alludono alla fiamma, al fuoco, all’incendio, all’ardere, al bruciare. È il fuoco la metafora e insieme l’allegoria più viva di uno stato d’animo e di una situazione. Il sogno di un futuro nuovo fiammante dopo aver messo a ferro e fuoco il passato e il presente; le utopie fiammeggianti, i falò di libri e di cose antiche, la linea del fuoco nelle trincee, le focose passioni erotiche e politiche, il sacro fuoco dell’ispirazione, la fiamma come simbolo dei combattenti, le fiaccolate, le sigarette accese e penzolanti dalle labbra per il riposo del guerriero…


Il precursore di questa piromania artistico-letteraria fu d’Annunzio che aveva scritto Il fuoco, e che all’ardere e agli arditi, alle fiamme, le fiaccole e le faville, aveva dedicato pagine, poesie, discorsi e fiumi di parole. Ma alla scintilla si era rifatto pure Lenin battezzando così il suo giornale – Iskra – che precede la Rivoluzione russa; e tutta la modernità sembrava nascere dal fuoco, messa a fuoco, punto focale: lenti, lastre, dinamo, bombe, bengala, fotografie, flash col botto, ciminiere, fuochisti, pietre focaie, motori a scoppio…


Il fuoco come illuminazione, come ardore, come purificazione del mondo, il fuoco come espressione di un’ispirazione artistica, una passione storica, una promessa di rinnovamento. A giudicare da alcuni effetti tragici di quella passione focosa si può forse dire che in quegli anni cercarono un paradiso fiammeggiante, ma non s’accorsero che col fuoco si propizia l’avvento dell’inferno. Le fiamme sono di casa lì, più che in paradiso. Si addicono ai dannati più che ai beati.


Il futurismo esplose nel febbraio del 1909 come una miccia si accese e raggiunse presto i serbatoi di una società vogliosa di scatenare gli assoluti in terra, tramite l’arte, il pensiero, la parola, e poi la lotta, la guerra e la rivoluzione. Gli assoluti terrestri, direbbe Popper, ovvero i paradisi in terra.

Impensabile ai nostri occhi smagati del presente quel clima e quella sete di assoluto riversata nell’arte, nella vita e nella storia. Ma impensabile anche la precoce età di quei protagonisti, ragazzi quasi tutti sotto i trent’anni come non vediamo ormai da un pezzo. Il secolo della giovinezza, cominciato allora, a cavallo delle rivoluzioni e delle guerre, dopo il sessantotto finì negli anni di piombo. Uscita da quel tunnel, la storia andò all’ospizio e trionfò de senectute, una società grigia, anziana.


La gioventù s’allarga, l’età media si allunga, spariscono i giovani, depositari d’avvenire.


Quel decennio non fu solo un laboratorio degli anni che verranno ma fu anche il cimitero del futuro, l’arco in cui si bruciarono in anticipo sulla vita e sulla storia del secolo i serbatoi di speranza e i sogni d’avvenire che si spargeranno poi in tutto il Novecento. L’uomo nuovo, il mondo nuovo e l’ordine nuovo nacquero in quegli anni e il secolo che ne seguì fu l’apoteosi e l’agonia di quel novismo, il suo trionfo e la sua catastrofe.


“E vengano dunque, gli allegri incendiari dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!… Suvvia date fuoco agli scaffali delle biblioteche”. E’ il primo fuoco appiccato in quel decennio: fu il Manifesto del Futurismo, di F.T. Marinetti.


A Milano presso le edizioni di Poesia di Marinetti, Aldo Palazzeschi, allora futurista, pubblica nel 1910 l’Incendiario, raccolta irriverente di poesie che mettono a ferro e fuoco il mondo anche se si aprono con l’apologia del maremoto, che a così breve distanza dalla tragedia di Messina e Reggio Calabria, era davvero una pessima ironia. Ma il suo non è il titolo di un libro, piuttosto è l’incipit di un’epoca, il programma di una generazione. “Uomini che avete orrore del fuoco,/poveri esseri di paglia!” scrive Palazzeschi che si definisce “povero incendiario mancato, incendiario da poesia. Ogni verso che scrivo è un incendio”. “Sali o carbone, in fiammeggianti pire” gli fa eco un altro poeta futurista, Luciano Folgore nel Canto dei Motori del 1912, che è tutto un elogio del carbone e della combustione.


Prima del futurismo altri piromani avevano cominciato ad incendiare la letteratura italiana: Papini, Soffici e Prezzolini già dagli albori del Novecento si erano cimentati nell’impresa; ma in quegli anni produssero con libri, riviste e massacri, gli effetti visibili del loro talento focoso.


Altri più densi incendi si appiccheranno nella poesia italiana con il Poeta pazzo, Dino Campana e i suoi sconvolgenti Canti Orfici usciti nel 1914. Fu un vero incendio nella letteratura, e per uno strano gioco del destino la prima edizione di quella raccolta, naturalmente poco compresa, finì in larga parte in un falò per riscaldare i soldati inglesi sull’appennino durante la guerra. Un falò, forse il primo rogo librario del Novecento, ma degna conclusione di un libro sulfureo, dedicato ad Orfeo. Un libro incendiario, che fece una fine adeguata, vorrei dire omeopatica.


Ora il passato si è mangiato il futurismo. Il vecchio, rancido passato che i futuristi maledicevano con tutta l’anima ha risucchiato nel suo gorgo fatale Marinetti e il suo movimento, al punto che si può azzardare un’archeologia del futurismo. Certo, è destino delle avanguardie che esprimono il nuovo invecchiare in fretta, con la stessa velocità che essi esaltavano nella loro irrequieta modernità, del loro dinamismo furioso. Del resto Marinetti, il nemico delle accademie, finì in Accademia, tra le ironie dei passatisti ma anche di Pessoa


. Il futurismo si fece un po’ Rococò e Maniera quando visse di sovvenzioni di regime, cedendo a una lieve tromboneria. Per vivere da futuristi bisognava morire giovani, come Boccioni o Sant’Elia. O suicidi come Majakovskij. C’è qualcosa di eroico ma anche di patetico nell’ultimo Marinetti, vecchio, malato e in divisa, che va a vivere nell’odiata Venezia, tra le detestate gondole e gli esecrati chiari di luna in laguna, poi va in guerra in Russia e infine a Salò, e si spegne in una notte di chiaro di luna nel suo letto, munito dei conforti religosi.


C’è qualcosa di beffardo nel tempo e nella storia che si prende gioco del futurismo. Ma se capovolgi la prospettiva e togli la polvere al futurismo, riemerge la sua vena smagliante. E allora hai l’impressione di vivere in un’epoca vecchia, priva di ardore creativo, con un grande futuro alle spalle. Il manifesto del futurismo compie cent’anni e in tanti si apprestano a celebrarlo: ma la vecchiaia si è depositata sul tempo che lo accoglie un secolo dopo. La speranza di rovesciare il mondo, l’arte, l’architettura, la musica, il teatro, la cucina; l’euforia per il cinema, la radio, gli aerei e le auto, invogliano al piacere di vivere nella modernità e tra le sue novità.


Il futurismo è stato il primo movimento globale e la prima rivoluzione che ha nobilitato la modernità e la tecnica, elevando la macchina, la velocità, il rumore al rango di arte. L’Italia fu allora, grazie a Marinetti e ai futuristi, avanguardia mondiale di un fenomeno artistico contagioso, dall’Europa all’America e alla Russia. Una forma di arte totale che vuol farsi vita e rivoluzione, incendiare gli assetti e conquistare il potere. Una specie di stil novo tecnologico, che scopre la bellezza delle macchine, offre un’estetica e un’anima alla rivoluzione industriale. Una rivolta vitalista, che sogna l’immaginazione al potere, e che con l’impresa dannunziana di Fiume apre il secolo delle rivoluzioni giovanili, dal fascismo al ‘68. Una rivolta antisenile, anticlericale e antimonarchica, di gioiosa barbarie.


Anarchica nelle sue pulsioni ma bellicosa, aggressiva, a tratti teppista. Agito ergo sum. Nato globale e ipermoderno, il futurismo è però nazionalista. Della vecchia trinità Dio patria e famiglia, sopravvive nei futuristi la patria a danno della famiglia. Dio si salva in extremis, proiettandosi nel futuro, liberandosi dal suo passato clericale in terra. Il futurismo cerca di farsi partito ma fallisce nell’impresa e confluisce obtorto collo nel fascismo, di cui non condivide il cedimento al passato, al re, al papa. Marinetti resta fascista ma si ritira nell’arte.  Nel futurismo ricorre l’invocazione della razza; ma come documenta Guerri, quel richiamo ad una nuova razza d’italiani non ha nulla a che vedere col becero razzismo di dopo, che Marinetti condanna, criticando i nazisti e i razzisti nostrani.


Marinetti, fu un formidabile disorganizzatore, come lo definì Prezzolini. Sapeva demolire prima che costruire. E fu un geniale inconcludente; per lui – sottolinea Guerri – era importante iniziare, non concludere. In fondo il futurismo fu un geniale annuncio di una rivoluzione che non avvenne, nell’arte e nella società, nell’architettura e nella musica, nella cucina, nella moda e nell’arredamento, nel pensiero e nell’azione. Fu una specie di gravidanza isterica, forse euforica, ma disseminò proclami e progetti più che opere e rivoluzioni. Una promessa non mantenuta, rimasta giovane, acerba e imbalsamata proprio perché non mantenuta.


Restò un conto in sospeso con le stelle.


MV, 2 luglio 2019


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