Fenomenologia di Ale Dibba

MARCELLO VENEZIANI

Fenomenologia di Ale Dibba


L’essenza pura del grillismo si è mantenuta intatta nell’icona sotto spirito di Alessandro Di Battista, l’eroe incontaminato dall’esperienza di governo, mai sfiorato dal peso greve della realtà e sognatore indefinito di altri mondi poveri e felici. Er Che de Noantri, che col Guevara condivide il sogno della motocicletta e di un mondo migliore, rappresenta oggi la tentazione più forte nel Movimento 5 Stelle, di tirare i remi in barca e tornare a scorrazzare liberi e ruspanti nelle praterie grilline dell’opposizione globale.


In Ale Dibba c’è il giovanottismo come filosofia di vita, sia nel senso della rivolta giovanile e spontanea di “noi eterni ragazzi” che non si vendono al sistema, sia nel senso di Jovanotti con la sua teologia civile dal Che Guevara a Madre Teresa di Calcutta, magari aggiornata scaricando l’app di Greta. Se dovessi trovare una definizione riassuntiva del suo modo di fare, di essere e addirittura di pensare, direi che Dibba è uno Scapocchione. Lo si vede da ciò che dice, da come lo dice, dalla testa ciondolante che già racconta la sua psiche instabile e il suo nomadismo pendolare tra Italia e Centrosud-America. Col suo ciuffo d’ananas sulla testa a ricordare che il suo pensiero è un frutto tropicale…


Dibba ama presentarsi come “politicamente scorretto”, come recita il suo ultimo libro uscito per le edizioni de Il fatto– ormai ne ha scritti più di quanti ne abbia letti, ben quattro. Il titolo è diviso in tre righe e la parola mente che giganteggia sulle altre due, politica e scorretto, ha suscitato molte ironie.


Ma se gli fate un test di scorrettezza politica vi renderete conto che il Dibba è quasi totalmente dentro il canone conforme: in tema di lgbt e gay pride, arcobaleni, rom e droga libera, di aborto e di eutanasia, diritti umani e pacifismo, gretismo ambientale e società senza confini, antifascismo, terzomondismo e migranti, non la pensa in modo diverso dai movimenti e dagli intellettuali radical e dai detestati media. È solo la versione naive, sudamericana e romanesca. Di genuino Dibba ha il populismo economico e politico, antiUE e anti-potentati, che fu poi alla base del contratto con la Lega. Che a Dibba all’inizio non dispiaceva e che preferiva all’inciucio col Pd.


A ben vedere Dibba è l’ultimo frutto di una vecchia malattia esantematica chiamata sessantottismo. Un sessantottino fuori tempo, fuori luogo, ultimo scampolo di una stagione remota. Laurea in Dams, spirito utopico e ribelle, nemico di ogni potere e di ogni vera o presunta corruzione, passione esotica per i mondi lontani e arretrati, contestazione globale e protesta permanente, vita libera e puerile, aperta a tutte le possibilità creative, quella che all’epoca fu definita sindrome del “bambino indeterminato”: può essere tutto e occuparsi di tutto, ma per poco.


Crozza lo imita alla perfezione, e lo mostra com’è; se non fosse che lo descrive esattamente come un sessantottino fuori corso, postumo del Movimento e dei figli dei fiori, ma simile nei modi di dire e di fare. Anche i suoi reportage fuffa per Il Fatto che Crozza cogliona inesorabilmente, rientrano in questa mondovisione vaga e indefinita, alternativa, di chi non sa nulla ma esercita la sua ignoranza universale con infantile baldanza. Come un sessantottino di ritorno.


A esser sincero a me Dibba non sta antipatico, il suo spirito hippie-rivoluzionario almeno non è fatuamente tardo-sinistro come quello di Roberto Fico, che cerca approvazioni a sinistra e si accuccia ai piedi del Pd, ma ha qualcosa di non conforme al sinistrismo, qualcosa di fiorato, di fruttato. Che lo rende più fico del Fico e più pop agli occhi della sua gente.


Per tanti il suo peccato originale, la sua tara imperdonabile, è avere un padre missino, anzi fascista; a me invece sembra un piccolo correttivo genetico e formativo del suo spirito vagante, astorico e disordinato. Si può essere indulgenti con un ragazzo come lui quando si affaccia alla politica dall’opposizione. A vent’anni si può anche essere così, a trenta si può sopportare con qualche sforzo la sua adolescenza prolungata, ma a quaranta passati no. Ora basta, fai l’uomo.


E tantomeno è accettabile quell’atteggiamento alternativo in un partito di governo, anzi nel partito di maggioranza del governo – almeno ai tempi in cui si formò. Non puoi fare ancora lo scapocchione, Ale, devi mettere la testa a posto, devi studiare e lavorare, trovarti una fissa dimora, sei padre e hai superato i 40 anni…


Credo però che in caso di frattura del governo, potrà tornare il tempo giocoso di Ale Dibba, il suo stile banana-apocalittica, il suo ribellismo infantile, la contrarietà a tutte le grandi opere pur di non far arricchire “quelli”, le sue denunce da forestiero vergine contro tutti i poteri e tutte le burocrazie, agitando i più svariati complottismi. Tutti corrotti per definizione, salvo lui che sa la verità per infusione. Uno vale uno, il curriculum e la competenza non contano, meglio non fare che rischiare speculazioni: Dibba riassume lo spirito originario del pentastellato, in cui la prevenzione conduce alla verginità. Mai avere rapporti con la realtà e i suoi rischi. Il titolo di legittimazione del grillino-tipo è l’indignazione. Vomito ergo sum.


Ma l’altra sera in tv dalla Berlinguer, Dibba ha cambiato personaggio e posa, o qualcuno gli ha fatto cambiare idea, per esempio la Casaleggio & Associati, e si è presentato in veste ragionevole, conciliante, filo-governativa, per la continuità dell’alleanza con Salvini. Noi ci aspettavamo che il Dibba avrebbe cantato in karaoke la sigla di chiusura del M5S al governo, uscendo di scena con un trenino samba. E invece l’altra sera era lì, tutto responsabile e misurato, con la testa meno ciondolante del solito, meno scapocchione del consueto.


Quale sarà il vero Dibba o il prossimo Dibba? Siamo entrati nella fase tropicale della politica, rovesci improvvisi, uragani e poi un sole accecante e un azzurro…

MV, La Verità 28 giugno 2019


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