La maturitÓ ai tempi del colera

MARCELLO VENEZIANI

La maturità ai tempi del colera


Ma come arrivano presto adesso gli esami di maturità. Non fa in tempo a chiudere la scuola che già ti trovi la maturità addosso. Invece, nella preistoria scolastica a cui appartengono tutti gli italosauri che hanno superato i quarant’anni, gli esami si abbattevano in luglio e a volte sforavano perfino in agosto. C’era un filo di crudeltà mentale nel dedicare il periodo più caldo e più godereccio dell’anno agli esami.

Della maturità ho un ricordo vago, quasi onirico. Mi sembra una specie di film, non so distinguere la realtà dalla immaginazione. Mi ha risvegliato il ricordo degli esami la perdita prematura in questi giorni del nostro mitico membro interno, un bravo professore che era per noi un vero amico, e che per farlo incazzare chiamavamo semplicemente Membro.

La maturità procurava visibili alterazioni del metabolismo di noi studenti: c’era chi mangiava come un porco e chi si dava all’ascetismo. C’erano ricadute corporali nei maturandi: c’era chi soffriva il mal di testa, vero o presunto, come alibi per non studiare; c’era chi pativa il mal di pancia, perché il vibrione degli esami procurava più diarree dei frutti di mare. E c’era il mal di sesso perché la carne urlava in piena concentrazione da studio. Sarà stato il caldo atroce, il divieto di distrarsi o l’iperattività mentale, ma alcuni di noi maturandi soffrivano uno stato d’eccitazione permanente.

In vista degli scritti, tra i miei compagni di classe si organizzavano furbeschi defileé: ognuno mostrava i capi d’abbigliamento taroccati con taschini aggiunti e magici doppi fondi, dove inserire cartucce e temi svolti. Strane spalline, trippe artificiali e sospette gibbosità per non dire di pacchi all’inguine da far paura.

Nonostante il caldo feroce, andavano di moda per gli esami le giacche foderate, le camicie imbottite, perfino calze e mutande a doppio strato. Un mio ingegnoso amico aveva inventato un finto dizionario al cui interno c’era un complesso sistema radiofonico, che prevedeva perfino delle periferiche per noi che eravamo all’ultimo banco. Lo aveva inventato non a fini scolastici ma ludici; serviva per sentire la musica fingendo di ascoltare le lezioni. Sistemi del genere venivano riconvertiti sotto esame in strumenti per frodare i professori, che per gli esami avevano subito la trasformazione poliziesca in commissari.

L’anno scolastico per noi era stato particolarmente intenso: avevamo preso la patente, avevamo organizzato il veglione del liceo (fui impresario di Peppino di Capri), avevamo da gestire la nostra squadra di calcio che aveva la maglia rosa e sembrava un incrocio tra una ramificazione mafiosa del Palermo calcio ed una versione calcistica del Vizietto. Arrivammo agli esami piuttosto stremati. Non per l’overdose di studio ma per il suo contrario. Alcuni docenti, per la verità, non ci furono d’aiuto.

Per esempio il nostro professore di lettere si era soffermato, non so perché, tre mesi e mezzo su Vincenzo Monti, dedicando poi settimanelle veloci a Leopardi e Manzoni, scarse giornate a Foscolo e attimi fuggenti a Pirandello e Verga. Anche di storia e di filosofia c’eravamo fermati un tantino in anticipo: eravamo rimasti all’ottocento o poco più. Il Novecento non ci riguardava.

Ho un ricordo radioso di quel giugno sotto esame, anche se erano i tempi del colera. Studiavo al mare, con mezzo busto immerso negli studi e mezzo nell’acqua. Nel pomeriggio mi rifugiavo con un amico in una lavanderia sulla terrazza che doveva essere più fresca e isolata ma che era diventata la succursale di un suk tanto era calda e trafficata. Oppure fuggivo in campagna sotto un albero di fico. E là ricordo che per ogni pagina di Fichte ed Hegel, con sottofondo di cicale e di zanzare, mi pappavo un fiorone, una prunella, o un grappolo di ciliegie appena colte dall’albero. Alcune pagine dei miei libri d’esami recano tracce sanguigne; ma niente spavento, non avevo gettato il sangue sui libri, erano solo gelsi schizzati tra le mani. Quel mese fu una splendida agonia tra il mare e la campagna, in una infinita controra durata il giugno intero.

Ogni tanto ci premevamo a vicenda la testa, come facevamo con i fioroni, per verificare se eravamo maturi oppure no. Preparai un’ambiziosa tesina intitolata La decomposizione del reale. A dir la verità avevo anche tentato un’operazione surreale, consegnando una mia tesina in tre cantiche intitolata La divina commedia, in cui dicevo di aver usato lo pseudonimo di Dante Alighieri. Era già stampata per consentire una più agevole lettura ai professori…

Ricordo poi come in un film gli sguardi angosciati dei miei compagni di classe il giorno degli scritti, quelle facce disoneste che tramavano alle spalle dei docenti o che imploravano, con aria tra il pietoso e il criminale, copie sottobanco; e ricordo come in un sogno i capannelli ansiosi intorno a chi era reduce dall’orale, che ti ha chiesto, che ti ha chiesto… 

C’erano quattro categorie tra i miei compagni: i finto-preparati che simulavano di sapere un sacco e non sapevano un tubo, soprattutto tra le ragazze che impestavano con le chiacchiere i docenti; i finto-impreparati che si schernivano dicendo di aver studiato gli ultimi due giorni ma non era vero, smazzavano da una vita; poi c’erano gli straculi, che studiavano solo una cosetta e venivano interrogati giusto su quella e viceversa gli sfigati che lamentavano esattamente l’inverso: avevo studiato tutto, eccetto quella cosetta lì, e quel bastardo mi ha chiesto proprio quella. C’erano i compiacenti, i seducenti, gli ammiccanti e poi c’erano gli indisponenti, i cazzeggianti, i terrorizzati e i finto-malati che cercavano di suscitare pena con febbri, malori e pallori procurati. V

edevi fior di banditi con la faccia pia della prima comunione; Saverio che arroventava la maniglia con l’accendino per far ustionare la professoressa di chimica che ora sembrava un santo; Pippo che inviava in bustina peli del suo pube alle compagne di classe, che ora guardava i professori con sguardo puro da colomba; Mauro che si esprimeva solo in dialetto e con bestemmie atroci e ora si dava le arie delicate del poeta crepuscolare…Gli esami furono un mirabile esempio di evoluzionismo, in senso darwiniano, o di metamorfosi kafkiana. Alcuni di loro non li ho più visti da quei giorni; a volte penso che stiano seduti ancora là in attesa di chiamata. A dir la verità non andai mai a vedere i quadri, partii e credetti al sentito dire dei miei amici. Sicché ancora non so se veramente fui maturato oppure no…

MV


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