Un ragazzo non ha diritto a farla finita

MARCELLO VENEZIANI

Un ragazzo non ha diritto a farla finita


C’è uno strascico sul caso Noa. Suggestionati dall’esempio e dalla grande rilevanza mediatica e indulgenza morale, quanti aspiranti suicidi in Olanda e negli altri paesi del nord Europa si sono messi in fila per chiedere sulla scia della ragazza diciassettenne, il suicidio assistito? Più di settemila nella sola Olanda l’avevano preceduta rivolgendosi alle agenzie di morte per farla finita. E tanti altri morituri ne spuntano ora, come funghi velenosi, perché laddove c’è la possibilità d’interrompere la vita e c’è ampia notizia di volontà esaudite, si apre la via all’emulazione.


Non stiamo parlando di eutanasia, ma peggio di suicidio assistito, o di lasciar morire di fame e di sete chi voglia farlo. Non riguarda malati terminali di mali incurabili, esistenze ridotte allo stato vegetativo ma ragazzi lucidi, a volte integri ma depressi, che soffrono nella mente. La pratica è prevista ormai dal 2002, col protocollo di Groningen, estesa anche ai bambini e a quanti soffrono, anche solo psichicamente, e perciò patiscono “pessima qualità della vita”. Come dire che chiunque sia gravemente depresso e intenzionato a farla finita può alla fine di un iter ottenere l’aiuto a morire. Altrimenti, si dice, si uccide per conto suo.


Da una parte c’è la diffusa pulsione di morte, di auto-distruzione o di defezione, che attanaglia molti ragazzi ai primi urti della vita. Crescono i suicidi per depressione, per irrisione dei coetanei, per insuccesso a scuola o nella vita sentimentale, o perché avvertono di essere esclusi dai canoni vincenti. Un trauma alle spalle, come quello di uno stupro subito nell’infanzia aggrava la situazione; o a volte, come nel caso di Noah Pothoven, la determina.


L’anoressia può essere una via per auto-cancellarsi. La voglia di finire, il cupio dissolvi, è la malattia di vivere drammatizza la fragilità dei ragazzi, l’impietoso egoismo competitivo che domina, le eccessive aspettative di felicità loro instillate, la solitudine rispetto alla famiglia e ai luoghi di socializzazione tradizionali (scuola, chiesa, palestra e associazioni). Il vuoto di idee e di ideali, l’assenza di fedi e di motivazioni a cui dedicare la vita, rendono impossibile sublimare le sofferenze e dunque le rendono insuperabili.


E poi incide molto la presenza attiva di agenzie pubbliche di morte, col supporto culturale di modelli che incitano alla libertà come autodeterminazione e trasgressione. L’Olanda è ormai da anni avvertita come luogo alternativo alla vita reale e alle sue limitazioni. Modello di libertà senza limiti. In Olanda è consentita la più ampia libertà sessuale e transessuale, l’uso facile della droga, la facoltà più larga di abortire, la pratica consentita dell’eutanasia fino al suicidio assistito, esteso anche ai minori.


Il Belgio segue a ruota, non distanti i paesi scandinavi e la Svizzera, il nostro più vicino luogo di espatrio volontario dalla vita. Ci dev’essere un nesso tra l’origine protestante e calvinista di quei paesi e l’uso incondizionato della libertà, anche nel senso dell’autodistruzione e del suicidio.


C’è un odore di morte che si propaga in queste campagne dei media, unite da uno spirito ostile alla procreazione, ai legami, alla vita e favorevole al libero disfarsi, in un passaggio dall’edonismo gaudente della dolce vita all’edonismo disperato della dolce morte. È inquietante l’analogia tra le nuove prassi mortuarie e lo smaltimento dei rifiuti: via cimiteri e discariche, si va in entrambi i casi verso l’incenerimento dei corpi come dei residui, e verso il riciclaggio e compostaggio dei rifiuti come degli organi vitali.


Nascita, matrimonio e morte sono stati per millenni i sacri cardini della vita personale, famigliare e comunitaria. Nell’arco di pochi anni i tre eventi decisivi su cui si è fondata ogni civiltà sono stati depotenziati, stravolti e negati.


La denatalità e l’aborto, la crisi dei matrimoni e la loro equiparazione a ogni tipo di unione, la rimozione della morte e al tempo stesso un sottile desiderio di estinzione che pervade le società senili, salutiste e disperate dell’ultimo occidente: c’è un filo nero che percorre la nostra epoca e ne esprime la pulsione di morte. L’unico dovere biologico che abbiamo, diceva Umberto Veronesi, è morire. Ma c’è anche il dovere di vivere, e non deriva solo dallo spirito cristiano, ma anche dalla lezione del mondo pagano, da Seneca a Cicerone; la vita è milizia e non si può disertare.


E Marc’Aurelio si forzava di vivere “per compiere il mio mestiere di uomo”. Davvero la vita è interamente e solamente mia? Fiat voluntas dei.


Noa riteneva che amare è lasciar andare chi ami; e se amare fosse invece il contrario, tentare di salvare chi ami ad ogni costo?


Toccante al proposito la testimonianza inversa di Michela Marzano, grata verso chi le impose di vivere quando lei voleva farla finita. A 17 anni hai ancora tanto tempo per cambiare giudizio sulla vita, tante esperienze da fare, tanto futuro davanti.


Chi è vecchio ha qualche diritto di gettare la spugna, è stanco, malato, sconfitto. Chi è ragazzo no. Non ha maturato il diritto a disperare. Tanti ragazzi hanno passato la depressione. Sono fioriti, hanno convissuto con la disperazione o l’hanno messa a frutto.


Non si può disperare a priori. Si deve provare a vivere, è un diritto e un dovere.


MV, Panorama n.24 (2019)


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