NOSTALGIA CANAGLIA

Antonio Socci per 'Libero Quotidiano' www.antoniosocci.com dagospia.com

NOSTALGIA CANAGLIA


Mentre divampa la polemica sul fascismo in assenza di fascismo (e i media si occupano da giorni del minuscolo gruppetto di Casapound), scoppia nel Pd una questione enorme sul comunismo sovietico e ad innescarla è lo stesso segretario Zingaretti.


Il suo libro "Piazza grande" provoca infatti uno "scazzo grande" fra lui e Claudio Petruccioli, che non è uno qualunque, ma è un pezzo da novanta della storia del Pci e dei suoi derivati.


A seminare zizzania è stata Maria Teresa Meli che, sulle pagine romane del Corriere della sera, ha recensito il libro di Zingaretti citando, a un certo punto, questa sua frase: «Se non ci fosse stata l' Unione sovietica non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra».

La Meli commenta: «Un' osservazione, questa, che sicuramente non risulterà gradita ai renziani».


Petruccioli riporta il virgolettato attribuito a Zingaretti e verga un tweet sarcastico e durissimo: «Trent' anni dopo la caduta del muro di Berlino, Zingaretti riporta l' orologio al 1945. Anche questo è un modo per convincersi di avere un futuro».

Un giudizio pesantissimo.


Trattandosi di questioni scottanti che riguardano un partito come il Pd, è singolare che la polemica sia stata ignorata dai media.

Peraltro, andando a leggere il contesto di quella frase, si scopre che Zingaretti dice anche un' altra cosa esplosiva che - di per sé - basterebbe a seppellire l' esperienza dell' Ulivo e del Pd.


Ma prima vediamo il passaggio sull' Urss: «Fino al 1989» scrive Zingaretti «la presenza di grandi potenze, internamente fradice e dittatoriali, ma alternative al capitalismo, aveva costituito un oggettivo deterrente a costruire un mondo unidimensionale e senza difese rispetto alle forme più estreme di sfruttamento. Spero che ora nessuno mi attribuisca in malafede nostalgie filosovietiche se rilevo che probabilmente nel dopoguerra, non ci fosse stata l' Unione Sovietica, ciò che è avvenuto in Grecia con la strage di tutti i comunisti sarebbe avvenuto in tutta Europa.


Non sarebbero state possibili le lotte dei partiti di sinistra e democratici né il compromesso sociale che oggi in Europa è un esempio per tutto il mondo civilizzato».


Zingaretti aveva messo le mani avanti sull' Urss con una "excusatio non petita", ma la polemica è scoppiata lo stesso. Ovviamente il segretario del Pd non ha "nostalgie filosovietiche", ma il suo argomento è molto discutibile e dimostra - se non altro - che il Pci e i suoi eredi non hanno mai veramente fatto i conti con il comunismo. Come fu osservato negli anni Novanta, hanno sbrigativamente cambiato il cappotto senza cambiare le mutande. E lo hanno fatto perché il muro di Berlino non rovinasse sulla loro testa.


ALLA BOLOGNINA

 Infatti Achille Occhetto ancora nel marzo 1989, otto mesi prima della caduta del Muro, durante il Congresso del Pci, a Craxi, che gli chiedeva di cancellare il nome "comunista", rispose a muso duro (fra grandi applausi): «Non si comprende perché dovremmo cambiar nome. Il nostro è stato ed è un nome glorioso che va rispettato».


Appena otto mesi dopo - con il crollo del muro di Berlino - Occhetto si precipitò alla Bolognina ad annunciare il cambio del «nome glorioso» che d' improvviso era diventato imbarazzante.


Fu un' operazione gattopardesca perché non fu mai accompagnata da una vera e dolorosa riflessione autocritica sul comunismo.


Cionondimeno, dopo la vicenda Mani pulite che spazzò via i grandi partiti democratici, i comunisti, che avevano cambiato nome, paradossalmente arrivarono al potere: grazie al "passaggio" che fu dato loro dalla sinistra dc, con la leadership di Romano Prodi.


I post-comunisti, per far dimenticare di essere stati comunisti fino al giorno prima, aderirono alla nuova ideologia dominante, quella mercatista che - fra l' altro - aveva partorito il Trattato di Maastricht, la Ue e l' euro.


L' emblematico bilancio di quel periodo sta in un intervento di Massimo D' Alema a "Porta a porta" nel quale, qualche anno fa, dichiarò: «durante i governi di centrosinistra si sono fatte più riforme e privatizzazioni di quante se ne siano fatte dopo il paradosso italiano è che è stato il centrosinistra a smontare l' Iri, non il centrodestra Dunque privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma delle pensioni. Noi abbiamo portato la lira nell' euro, noi abbiamo compresso la spesa pubblica».


Le elencava come delle vittorie, ma era la vittoria del Mercato e l' archiviazione dello stato sociale. L' imperante globalizzazione in tutta Europa usò, per questa svolta mercatista (e antipopolare), proprio le forze di sinistra che avrebbero dovuto difendere le classi popolari.

Nel libro di Zingaretti si trova la conferma. Egli infatti osserva che con «la dissoluzione del blocco dei paesi comunisti ci siamo accontentati di levarci di dosso quel nome, "comunismo", che il socialismo reale aveva gettato nel fango».


Ma emerse «l' insufficienza delle forze progressiste rimaste sul campo come contrappeso all' aggressività dell' ordoliberismo che già covava lungo tutti gli anni ottanta con Reagan e la Thatcher. Rintraccio qui la radice di una nostra progressiva subalternità».


HA TRADITO IL POPOLO

Cioè hanno subito «un' egemonia culturale e pratica del campo avversario», quello ordoliberista, «fino a mutuare luoghi comuni, tabù, atteggiamenti e linguaggi che ci hanno allontanato dalla sensibilità popolare».


Così la sinistra ha tradito e quindi perso il popolo che oggi, infatti, vota altrove. Zingaretti conclude: «È ora di rimediare». Solo che per "rimediare" Zingaretti dovrebbe rinnegare tutte le scelte strategiche di Ulivo e Pd, a cominciare da Maastricht e dall' euro: 25 anni di errori.


Dovrebbe riconoscere l' ennesimo fallimento storico.


Un altro crollo del muro di Berlino. O di Bettino.

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