Leonardo da Vinci ci scrive

MARCELLO VENEZIANI

Leonardo da Vinci ci scrive


Diobono ma come si fa a paragonarmi a quel garzone napolitano colli occhi cerchiati e la favella lesta, che si noma, se non erro, Luigino de Maio? Come fa a dire quel bischero extravagante de Vittorio Sgarbi che io fui un fannullone di talento come quell’ominarello grullino, che fa lo politicante colla fazione de li cinque astri, fondata da lo giullare genovese? Sarò un omo sanza lettere, com’io stesso dixi, ma quel parvulo Luigino pentastelluto è sanza storia e sanza geografia, sanza scienza e sanza gramatica. Nun m’aspettavo codesto brutto ischerzo da un messere arguto che pure d’arte s’intende, che fa li sgarbi come li facevo io, a cui le garbano assai le damigelle ‘gnude e ama lo Genio perché si sente puro lui mezzo parente.


Forse è invidia, perché li capolavori io li faccio e lui li critica soltanto, o perché gli ho rubato la scena de l’arte per via dello mio cinquecentenario. Ma come ardisce a dire che l’Ultima Cena non è uno Capolavoro, dopo tutta la fatica e l’arte che ci ho messo e la fama che rimbalza da secoli nello universo? E che la Gioconda non è una pittura ma vive di vita autonoma, perciocché non abbisogna del pittore; e che vor dire codesta celia, che non è una mi’pittura ma è uno selfie, come nomate voi quella diavoleria dell’autoritratto?


E poscia, che bischerata è mai codesta di rinfacciarmi se li marchingegni, le mi’ macchine, eran solo abbozzi, prove tecniche, e non si sono realizzati? Che colpa ho se li tempi mia non capivano lo mio ingegno, s’io fabbricava li aeroplani e loro vedevano solo li uccelli, io provava le automobili e loro s’attaccavano al somaro, se io sfrecciava nella autostrade della fantasia e que’ tristi camminavano su le mulattiere, se io mi lambiccava tra razzi e siluri e li rozzi s’attardavano tra balestre e alabarde, s’io inventava lo futuro e li ‘gnoranti si pascevano del passato? Sto su Feisebucche, su Uozappe e su Istagramme da cinque secoli prima di voi gonzi. Pe’ tutti l’altri mia coetanei 500 era il secolo, per me era una machina, una vettura semovente…


Parto prematuro fui rispetto allo secolo in cui nacqui, troppo avanti mi spinsi, troppo antevidi con la mente mia, e non c’era niuna industria capace d’inverare li miei prototipi. Sicché rimasi gnudo colle braccia aperte, come l’homo vitruviano, a roteare insieme a li coioni mia, angustiato perché non si realizzava una benamata verga da le mi’ scoperte. Poi se ne viene uno Sgarbi da Ferrara e mi cogliona come Inventor fallito, Scienziato inconcludente. Ma che infamie son codeste?


Ora son tutti lì a leccarmi le terga e il deretano perché compio li anni, anzi li secoli, e a mostrarsi discendenti mia, perché parlano l’istessa favella e seguitano nel solco della scienza da me principiato. Ovvia, non sono l’inventore de lo liceo scientifico, sono un genio barbuto e non un barboso maestro. Nun ebbi eredi, rimasi sulla carta e sull’affresco, Genio Venerato ma Incompreso, Malinteso e assai Frainteso. Ora li francesi mi gabbano per francese, li fanatici s’inventano una ciocca mia…Diobono che balordi.


Ci mancava quel grullo fiorentino che rottamò puro li genitori sua, che si mise a narrare nello schermo mobile l’opere di Firenze e mi fece passa’ pe’ madonnaro che paparazzava Monna Lisa come fusse la Damigella de’ Boschi del mi’ tempo… Madonna bona, ma la Gherardini che c’entra co’ li stati, le banche e li governanti? Lei era Gioconda, mica era Furba.


Ma quel che m’aduggia assai è la nomea d’amante de li homini, come fussi l’Antenato de lo mondo Gaio. Ma io non fui il Capostipite dell’invertiti, non mi appellavano mica Checco Frogio e Orecchione; a Parigi non battevo mica lo marciapiede, non mi travestivo la sera da Lucrezia Borgia, che tirò le cuoia giusto lo stesso anno domini mio, lo 1519.


Che sapete de li fatti mia, o volgo meschino, che sapete de la vita mia dentro le braghe e lo mio giaciglio, che fatti son vostri se mi garbavano le damigelle o li garzoncelli, le passere o i capitoni? Che sapete voi dello pennello di Leonardo infra le cosce e di cosa mi faceva sangue? Che sapete se m’andavano più a genio le pischelle o li maschioni? Non ho diritto pur’io alla praivasi, come dicono li forastieri, da voi nun c’era un editto a salvaguardia de l’affari intimi?


O malelingue infami, avete insinuato perfin che la Gioconda fusse un giovanotto gaio, e che la Dama con l’ermellino fusse invero la Dama con l’ermafrodito, un omo in transito addivenuto femina, dopo una castrazione chimica per lo piacere suo e non de Matteo Salvino. M’aspetto appresso di udire che pure l’Ultima Cena fusse un gaio pride, come lo nomate voi, un festino d’omosessi prima della retata della boncostume, poscia la soffiata d’un traditore bisessuale e losco…


E dipresso le caricature, e non solo de’ ragazzacci monelli ma pure d’artisti come Dusciampe, AndiVarolle e Botero, de l’opre mie e di me medesimo. Non vi dico eziandio l’abuso della mi’ figura ne le réclame. E quello stregone strano, Sigismondo Froidde, che aveva lo sesso ficcato nella testa, Diosanto, s’è messo a dire che la Monna Lisa era la mi’mamma… Ma come si permette, quell’ostrogoto malato di libido, a pigliarmi pe’ uno infante che cerca ancora da bacucco la su’ madre? Ma pensi a su’ nonna, più tosto, e a li’ barbari de l’ostello suo, che se la trombavano a mucchi. Voi mi vedete tutt’assorto, barbuto e muto, ma non sapete che angustia mi rode dentro e strapazza li visceri mia.


Ovvia, nun capite, che l’arte è bella e divina perché sopravanza le umane biografie, li peccati e le picciole storie e voglie? O bischeri, nun so’ mica Luxuria o Platinette; io son Messer Lionardo, figlio di ser Piero da Vinci, genio cazzuto che tutto l’orbe ammira.


MV, La Verità 7 maggio 2019


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