La spazzatura è un grande business. E io pago

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La spazzatura è un grande business. E io pago


Un tempo la spazzatura che non veniva riciclata, veniva ritirata e si veniva pagati per consegnarla. Adesso, per smaltire, paghi servizi cari e salati e devi lavorare per loro: separare materiali, pulirli e guai se sbagli. La spazzatura è diventata un grande business, dove a pagare sei tu. E i verdi giustificano il tutto con l'emergenza.


Si diventa vecchi quando si comincia una frase dicendo «ai miei tempi». Bene: ai miei tempi la spazzatura, in pratica, non esisteva. I vestiti si riciclavano, così come gli imballaggi (borse, bottiglie di vetro, involti di carta e stagnola…); per la «frazione organica» c’era l’orto. L’oratorio passava a raccogliere, casa per casa, carta e rottami; e ci faceva dei bei soldi.


Poi è arrivato l’ecologismo. Senza che me ne accorgessi, sono passato a produrre così tanta spazzatura da non poterla più accumulare in casa. Sono, soprattutto, imballaggi di ogni genere. A me gli imballaggi non servono, servono all’industria; perché la vendita al minuto è praticamente scomparsa. Grazie agli imballaggi riducono i costi di stoccaggio e trasporto. E io ho la casa piena di spazzatura che non mi serve.


Ma l’industria ha la soluzione: i «servizi ambientali». Passano a raccogliere carta, plastica, vetro e lattine a domicilio; persino la «frazione organica». Ma dev’essere ben separata e pulita. Non solo: devo pagare. Parecchio, sempre di più. Cioè: io gli fornisco preziosi materiali e glieli devo pure pulire. E devo pure pagare. Una volta pagavano loro: soldi in cambio di materiali. Ora do sia i soldi che i materiali; e li devo pure separare e pulire.


Non solo. Recentemente ho ricevuto dei «sacchi personalizzati»: se sbaglio a separare i preziosi materiali che regalo alla «industria del riciclo», mi multano. Grazie al codice a barre personalizzato sono facilmente individuabile.


Non capisco. Io pago questa azienda che mi fornisce servizi: dovrei essere io a controllare. Invece è l’azienda che controlla me.


Poi, un giorno, ho capito. Un mio amico ha svuotato il garage e ha portato la risulta in discarica (pardon: piattaforma ecologica). Ha distribuito tutto tra vari container ma, arrivato al rotolo di catrame è stato fermato. «No, questo no». «Perché no?» ha chiesto stupito il mio amico. «Perché non lo possiamo vendere».


Mi ha raccontato l’episodio piuttosto sconfortato: «Cosa me ne dovrei fare? Se non lo posso portare in discarica dove dovrei portarlo? Ti istigano ad abbandonare i rifiuti ai bordi delle strade… Me lo terrò ancora nel garage e poi… boh...».


Però io ho capito. Non è un servizio. È un business. Un business geniale. Non pagano il materiale, non pagano la separazione né il trasporto alla loro sede. Se la manovalanza (cioè io) si sbaglia, fanno pure le multe (cioè prendono altri soldi). E la gente è anche entusiasta: lavora gratis, regala del materiale, paga ed è pure felice. Geniale.


Poi arriva questa ragazza di 17 anni acconciata come una bambina e partecipa al World Economic Forum di Davos. E dice: «Sul clima voglio che andiate nel panico, dovreste agire come se la vostra casa fosse in fiamme». Lo dice davanti ai rappresentanti dei membri del World Economic Forum cioè davanti a coloro che mi hanno riempito la casa (e il mondo) di spazzatura per aumentare i ricavi. Greta dice che vuole vederli nel panico, ma loro non sembrano nel panico.


Sorridono e si atteggiano davanti a questa ragazza acconciata da bambina come se fosse davvero una bambina. Non hanno l’idea di chi vuole smettere di inquinare. Poi ho capito.


Leggo una notizia sul sito dell’ANSA. Per abitudine vado alla fonte e trovo la conferma: «Il passaggio a questo percorso di crescita sostenibile a basse emissioni di carbonio potrebbe fornire un guadagno economico diretto di 26 trilioni di dollari fino al 2030 rispetto agli affari normali». Anche in questo caso: non è un servizio, e un business. Un business geniale. Perché se le companies guadagnano 26 trilioni di dollari in dieci anni… chi li spende? «[…] tutte le economie dovrebbero porre maggiore enfasi sugli investimenti in infrastrutture sostenibili come motore centrale del nuovo approccio alla crescita. […] Ciò comporterà un lavoro a stretto contatto con i governi e gli investitori privati per sbloccare gli investimenti e potenziare le finanze miste». Risposta: io.


Greta non vuole vedere nel panico le companies, coloro che inquinano: vuole vedere nel panico me. Perché continui a regalare materiale, a selezionarlo, a trasportarlo e a pagare. Senza pensare. Chi è nel panico non pensa. Geniale.


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