Siamo ancora fermi al '68

MARCELLO VENEZIANI

Siamo ancora fermi al ’68


Femministe sul piede di guerra, dichiarazioni d’odio e disprezzo verso le famiglie anzi verso Dio, patria e famiglia, campagne d’odio contro carabinieri e poliziotti, lotte per l’aborto, il sesso libero e la droga legalizzata, rivolte planetarie contro i potenti della terra, contro il modello di sviluppo e scoperta dell’ecologia e dell’ambiente devastato, campagne contro le discriminazioni omosessuali e razziali, dichiarazioni d’amore per il terzo mondo, i neri, i “dannati della terra”, porte aperte a tutti, società sconfinata, abbasso i muri e i freni, indulgenti con i trasgressori, intolleranti coi conservatori, accuse di fascismo a chiunque non sia dalla loro parte, anzi, elevazione del fascismo a categoria metastorica, pacifismo libertario, ma a chi non concorda tappiamogli la bocca…


Ma questo film l’avevamo già visto, ricordo le sequenze. Tanto tempo fa. Eravamo adolescenti, ma io me li ricordo quegli slogan, quelle facce, quei cortei, quei cartelli, quei manifesti, quelle campagne…


Ma si, certo. Eravamo nel ’68 e paraggi. A giudicare la triplice mobilitazione dei nostri giorni contro i potenti della terra, contro i difensori della famiglia e contro i difensori dei confini, degli stati e delle nazioni, in favore degli sbarchi, mi accorgo che il filo conduttore è rimasto quello lì. I circoli viziosi della storia. Gira e rigira e siamo tornati a cinquant’anni fa, al tempo del bianco e nero. E infatti non c’è via di mezzo, non c’è sfumatura di colore, c’è una radicalizzazione tra quelli e questi, tra maggioranze silenziose e minoranze fragorose. C’è una separazione etnica tra i due mondi.


Certo, nel frattempo la mentalità sessantottina è andata al potere, si è fatta Zeitgeist, Spirito del Tempo, domina le agenzie di comunicazione e di orientamento, controlla i due terzi del personale docente, gran parte del ceto intellettuale, la comunicazione. Nel frattempo, i sessantottini sono diventati sessantottenni, detengono largamente il potere mediatico, culturale, giudiziario.


Gli estremisti dirigono i centri sociali, lavorano per le Ong. I comunisti si comprano bambini da uteri in affitto, abbandonano gli operai per sposare la causa gay-trans. Le femministe d’assalto sono diventate Vestali attempate, con le borse sotto gli occhi o il botulino sulle labbra, vegliano sull’ordinamento giuridico e biopolitico uscito da quel clima, da quell’epoca, e mordono se qualcuno osa rimettere in discussione i loro dogmi a norma di legge. Giù le mani, giù le mani…


Insomma, il tempo è passato, le posizioni sono cambiate, da ribelli sono diventati gente di potere, i radical choc si sono fatti radical chic, ma il contenuto è rimasto lo stesso.


È la sola tradizione riconosciuta in Italia, il Sessantotto, la sola ideologia che ha libero corso e valore legale, il solo passato che ha valore nei curriculum. Vi partecipano eredi consapevoli e inconsapevoli. Tra i primi la vecchia guardia della sinistra di lotta e da passeggio, più la generazione che ne segue le orme, di cui l’esempio più grottesco sono gli antifascisti in assenza di fascismo, le Anpi formate da post-partigiani usciti da fecondazioni artificiali della storia, uteri in affitto della storia, che ignorano tutto, eccetto l’eternità dello odio manicheo.


Tra i secondi, ci sono gli ignoranti enciclopedici del grillismo, quelli che si lanciano dalla piattaforma Rousseau, altro mito tardo-sessantottino, passato dalla natura al web. E in particolare quell’ala sinistra-movimentista, che sfiora il sudamericano Diba, passa dal Comandante Fico, si dilata ai vari ministrucoli in lotta col Medioevo, a volte per negarlo a volte per ripristinarlo, e si sofferma nell’ala protestataria del Movimento, quella che vorrebbe liberarsi dei leghisti e vorrebbe inventarsi qualcosa come un Nuovo Sessantotto.


Ricordano un personaggio di Peppino De Filippo che inventava musiche celebri ma a lui sconosciute. L’ignoranza al potere, anziché la fantasia. Contestazione globale, dalla Tradizione all’Alta Velocità, senza sconti per nessuno, antichi e moderni. Rieccolo, il 68. Non è tornato, non se n’era mai andato, solo che ora esce allo scoperto e si sente nuovo, mentre si avverte che è rancido, inacidito, invecchiato male e andato a male.


Il ’68 riciccia nella retorica dei diritti separati dai doveri e associati ai desideri, nella convinzione cosmica che l’uomo sia ciò che vuole essere e non ciò che è, nella certezza che chiunque decida di lasciare una terra, una famiglia, una responsabilità ha il diritto di farlo perché “lo sente” e gli altri hanno l’obbligo d’accoglierlo, a prescindere e di caricarsi degli effetti della sua scelta.


Totale disprezzo dei meriti, delle responsabilità, delle capacità, primato delle intenzioni sui fatti, e per finire una bella spanzata di umanitarismo come lavatrice della propria coscienza. Rieccola, l’utopia di un mondo migliore, genere Imagine di John Lennon, un mondo fratelloso e ripulito, senza barriere, senza identità. Ecco, stiamo ancora lì. Siamo al modernariato sessantottino, al vintage degli anni Sessanta, con balcone sugli anni di piombo e affaccio sulle prove tecniche di guerra civile, ma pacifica, per carità.


Abbasso la tolleranza repressiva dei gendarmi di ieri e dei salvini di oggi, viva l’intolleranza permissiva: tutto è permesso ma guai a chi dissente.


MV, La Verità 21 marzo 2019


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