La Gioconda ci scrive

MARCELLO VENEZIANI

La Gioconda ci scrive


Oddio che anno bischero s’annuncia codesto, coi cinquecent’anni dalla morte del mì pittore barbuto ed extravagante, come si appellava?, Lionardo di ser Piero da Vinci… Quante noie, quanti incomodi, quante male lingue s’avanzano per la ricorrenza…


Ovvia, volete finirla di darmi il tormento da cinquecent’anni? Da quando quel benedett’omo da Vinci, che faceva tanti mestieri, s’incaponì di farmi il ritratto, ho perso la pace. Senza niuna volontà sono addivenuta la faccia più famosa del mondo, mi visitano in continuazione e mi coglionano da mane a sera. Sto su Feisebucche, su Uozappe e su Istagramme da cinque secoli prima che l’inventassero. Ma non ho diritto pur’io alla praivasì e alla morte privata, da voi nun c’era un editto? E i diritti della donna, la tutela dalli stalcher, come dicono li forastieri, per me nun vale?


Prima le prese in giro sul nome e lo sguardo ebete, come se gioconda volesse di’ grulla; ma ‘mbecilli sarete voi che non avete scritto in fronte gioconda perché siete gonzi tristi. Gioconda si nomava lo marito mio, mica voleva dì che ero oca giuliva. Poi mi rubarono dal museo, mi deportarono in giro pel mondo. Poscia le caricature, e non solo de’ ragazzacci monelli ma pure d’artisti come Dusciampe, Andivarolle e Botero. Non vi dico eziandio le maldicenze, Madonna bona, su’ rapporti intimi col pittore, hanno detto che ero n’omo perché allo Maestro garbavano l’omini più che le donzelle. Ma che sapete voi del pennello di Leonardo e di quel che li faceva sangue? E che sapete de l’amori mia, e de li pischelli o de’ maschioni che mi garbavano?


E quel professore strano, Sigismondo Froidde, che aveva lo sesso ficcato nella testa, diosanto, s’è messo a dire che io non ero la morosa di Lionardo ma la su’mamma… Ma come si permette, quell’ostrogoto malato di libido, a pigliarmi pe’ na bacucca, addirittura mamma di quel vecchio barbogio di Lionardo; ma pensi a su’ nonna, piuttosto, e a li’ barbari di casa sua che se la trombavano a ufo.


Poi si sono messi i beccamorti a cercà l’ossa mie e de’ miei congiunti, hanno scavato ne’ monasteri e nelle tombe per trovare le mi spoglie, so’ venuti a rompere la pace eterna, perché vogliono capire s’ero veramente Monna Lisa Gherardini e se somigliavo verosimilmente allo ritratto dello sciagurato pittore. Ovvia, nun capite, o bischeri, che l’arte è bella e divina perché oltrepassa le biografie e trascura le picciole storie? O bischeri, nun so’ mica la Terragni.


Ci mancava poi quel grullo fiorentino, che si metteva a narrare l’opere di Firenze e farmi passa’ pe’ ‘na Damigella Boschi del mi’ tempo… Diobono, ma io che c’entro co’ li stati, le banche e li governanti? Voi mi vedete tutta bona, silente e sorridente, ma non sapete che angustia mi rode dentro e mi strapazza i visceri… Ma stavo così bene prima che mi spaparazzasse quel madonnaro pazzo che non si faceva mai l’affari sua. Un giorno o l’altro se mi girano li corbezzoli, mi sa che scendo dallo quadro, busso alla dama coll’ermellino, l’amica gentile, e principiamo pure noi lo movimento MiTu.


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