Il decalogo dimenticato - MARCELLO VENEZIANI

Nostalgia degli dei, una visione del mondo in dieci idee: la recensione sul Corriere della Sera di Pierluigi Panza

Il decalogo dimenticato


Intorno al diecimila avanti Cristo i nostri antenati cacciatori/raccoglitori incominciarono a stanziarsi in villaggi di pescatori, allevare animali, coltivare il grano e difendere il territorio circoscritto da una recinzione avviando un’idea di organizzazione perfezionatasi con lo sviluppo della scrittura, che tramandò su pietre o rotoli i nomi degli dei, i miti e le leggi della comunità. Gli dei — ogni civiltà ebbe i propri, ma sono comparabili — possono essere interpretati come archetipi che sintetizzano identità, leggi, usi, costumi di queste società stanziali e che indicano i limiti invalicabili della conoscenza e delle applicazioni tecniche, oltre i quali c’è la hybris, ovvero la tracotante sfida degli uomini all’infinito. La domanda che l’ultimo libro di Marcello Veneziani innesca è questa: con quale allegra inconsapevolezza la società contemporanea ha abbandonato questo tipo di sviluppo umano iniziato 12 mila anni fa?


Questo saggio sulle «cose essenziali, decisive» (Nostalgia degli dei. Una visione del mondo in dieci idee, in libreria dal 24 gennaio per Marsilio), riassume un po’ tutto il percorso di critico della cultura di Marcello Veneziani. Per l’autore di La rivoluzione conservatrice in Italia (SugarCo, 1987) tradizione, comunità e un certo valore spirituale della vita sono condizioni — simbolizzate dagli dei — che si pongono come rivoluzionarie per la contemporanea società nichilista, pragmatica, individualista e unificata solo dal denaro come strumento del globalismo: chi non crede negli stessi valori crede nel denaro come mezzo di scambio unificante, più delle religioni e degli imperi.


Gli dei, ovvero le dieci parole-chiave del Decalogo alle quali Veneziani guarda con nostalgia, sono steli che possono orientare un futuro sviluppo antico del mondo.


Questi archetipi sono: Civiltà, Destino, Patria, Famiglia, Comunità, Tradizione, Mito, Anima, Dio, Ritorno. Gli dei che simbolizzano queste parole-chiave vanno intesi come archetipi dotati di apertura di senso.


La Civiltà, ad esempio, è la dea che connette i popoli; la Famiglia quella che genera e procrea; ciò che trasmette i valori è la Tradizione; il dio del luogo è la Patria mentre la Comunità (che si oppone alla cultura utilitaristica e contrattualistica contemporanea) è la dea del legame sociale. Questi archetipi stanno dall’Inizio, prima della nascita delle idee filosofiche che si trasformano, poi, in ideologie con catastrofiche conseguenze pratiche o si semplificano, oggi, in algoritmi. Sono richiami stabili, alternativi alla visione pragmatica del mondo dove «il vero è ciò che funziona» (Richard Rorty, Conseguenze del pragmatismo, Feltrinelli). La Comunità non può essere estesa universalmente come sui social, poiché è fondata su un’etica dell’onore che sigla l’appartenenza a valori condivisi.


La Tradizione come senso di continuità, fedeltà e rispetto per chi ci ha preceduto è l’opposto della formazione che si dà a quel chierico vagante chiamato Erasmus e in quelle contemporanee fabbriche diseducative dell’opinione pubblica che sono i social. Questi ultimi appaiono quasi una rivisitazione dell’Intellettuale collettivo, punto sul quale la storia si ripete oggi come farsa con l’affermarsi della figura dell’influencer: Chiara Ferragni ha preso il posto di Michel Foucault.


Tutto è stato destrutturato: la storia è andata fuori servizio, il vecchio è solo una oscenità da nascondere, si allontana il vicino ma si vuole avvicinare il lontano, si moltiplicano «i domini senza domus», non c’è più la casa ma c’è l’account, trionfa una cultura che ha puntato su finanza, comunicazione globale e sistema rete, smaterializzando la Terra e i rapporti umani. Questa società degli apolidi, dell’incessante, della comunità senza confini e del mondo delle false ricostruzioni è il trionfo di quello che lo studioso americano Yuri Slezkine, nel saggio Il secolo ebraico (Neri Pozza), ha chiamato l’ebraismo mercuriale, movimento che ha forgiato la «stupefacente» modernità globalista, rete, finanziaria e senza luoghi. Hermes è il padre mitologico del web e Mercurio la divinità del capitalismo spregiudicato.


«Ormai soltanto un dio ci può salvare» (come scrisse, metaforicamente, Martin Heidegger) dall’infotainment, dalla tecnoscienza, dai deliri paralleli del digitale, dal biologismo estetico per cui tutti credono interessante ciò che è imposto dai grandi operatori della comunicazione? Se ciò accadesse, conoscenza e contemplazione tornerebbero a prevalere sulla trasformazione, l’educazione sulla ricerca, il Cosmo — ovvero una civiltà con confini e connessioni — sul Caos. Muterebbe la predilezione per tutto ciò che è nuovo e globale e il disinteresse verso ciò che tradizionale e locale.


Per alcuni critici, lo scenario di Veneziani è solo espressione nostalgica e reazionaria per il ritorno a una civiltà chiusa (da qui le ripetute citazioni di Platone) rispetto a una aperta, a-fondazionale e determinata solo dall’efficacia cogente delle sue trasformazioni. Il saggio erudito e ben scritto di Veneziani inocula, tuttavia, il dubbio che con la morte degli dei e della storia si stia proprio tornando alla preistoria, quella dei cacciatori/raccoglitori senza lavoro, senza casa, senza tradizione, esposti al caso e capaci solo di condividere cibo d’occasione in micro-comunità instabili: un cupio dissolvi, insomma! Una civiltà, infatti, e questo è il richiamo del libro, «non si esprime nell’evoluzione della tecnica e dell’economia ma nello sviluppo di tecnica ed economia in rapporto alla cultura e alla vita dei popoli singoli».


Pierluigi Panza, Il Corriere della Sera 23 gennaio 2019


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