La 'grandeur' francese a spese degli africani

MASSIMO FINI MASSIMOFINI.IT

Possibile che in Italia si abbia così poco spirito nazionale dall’interpretare ogni azione del nostro governo come propaganda senza badare ai fatti? Nell’attuale scontro fra Italia e Francia il governo italiano ha perfettamente ragione. Quando Luigi Di Maio afferma “alcuni Paesi europei con in testa la Francia non hanno mai smesso di colonizzare decine di Stati africani, se la Francia non avesse le colonie africane, che sta impoverendo, sarebbe la 15/a forza economica internazionale e invece è tra le prime per quello che sta combinando in Africa, l’Ue dovrebbe sanzionare queste nazioni come la Francia che stanno impoverendo questi posti, è necessario affrontare il problema anche all’Onu”, dice una pura verità.


La Francia è l’ultimo Paese europeo ad aver conservato una mentalità vetero coloniale. Se prendiamo Le Monde, che pur è un giornale di sinistra, troviamo pagine e pagine dedicate ai Paesi africani e tutte orientate, come faceva il vecchio colonialismo, a vedere la Francia come benefattore e non come oppressore quale effettivamente è. Del resto, per restare alle cose più recenti, è stata la Francia, prima ancora degli Stati Uniti, ed è tutto dire, ad aggredire la Libia di Muammar Gheddafi per la sola ragione che voleva rafforzare la sua posizione economica in Libia ai danni dell’Italia che purtroppo si accodò a quella sciagurata operazione di cui il nostro presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, non era affatto convinto ma ebbe la debolezza di subirla.


La Francia ha in Africa forze militari un po’ ovunque, senza che, in quasi tutti i casi, la presenza di queste truppe sia stata autorizzata dall’Onu e nemmeno dalla Nato. Prendiamo un esempio fra i tanti, che abbiamo già fatto ma che è bene riprendere (Mali: la balla del terrorismo, 20.1.2013; Mali, l’Occidente ha reso globale una guerra locale, 22.11.2015; La spocchia di Parigi è un problema europeo, 17.6.2018,  pubblicati tutti sul Fatto).


Nel Mali del sud, con capitale Bamako, la Francia aveva pieno controllo della situazione attraverso il solito presidente fantoccio Ibrahim Boubacar Keita. Ma non gli bastava. Così pochi anni fa aggredì il Mali del nord abitato da pacifici e laici Tuareg (fra i Tuareg quando una coppia si separa è il marito a dover abbandonare la tenda coniugale e tornare in quella dei genitori) che praticavano, come han sempre fatto, il nomadismo senza peraltro debordare in quello del Sud sotto controllo francese. Il risultato di questa brillante operazione è che i Tuareg, in ovvia inferiorità militare, per difendersi si sono alleati alle componenti islamiche radicali dell’area e così è nata una guerra e, con essa, un’emigrazione maliana che prima non c’era mai stata.


Ma il Mali è solo un esempio dell’oppressiva presenza francese in Africa Nera. Naturalmente –e qui ha ancora ragione Di Maio quando parla di “alcuni paesi europei”- la questione riguarda anche altri Stati del Vecchio Continente che sono presenti nell’Africa subsahariana pur senza manifestare la mentalità vetero coloniale dei francesi (Di Maio ha solo torto quando attribuisce una grande importanza al franco CFA, che ha corso legale in quattordici Paesi africani, che è una questione marginale che sottolinea solo la mentalità vetero coloniale dei francesi).


La questione dello straordinario impoverimento dei Paesi dell’Africa Nera ha radici ben più profonde e sono quelle indicate da Thomas Sankara, allora Presidente del Burkina Faso, in un discorso del 1987 all’’assemblea dei Paesi non allineati’, OUA: “Il debito è la nuova forma di colonialismo. I vecchi colonizzatori si sono trasformati in tecnici dell’aiuto umanitario, ma sarebbe meglio chiamarli tecnici dell’assassinio. Sono stati loro a proporci i canali di finanziamento, i finanziatori, dicendoci che erano le cose giuste da fare per far decollare lo sviluppo del nostro Paese, la crescita del nostro popolo e il suo benessere…


Hanno fatto in modo che l’Africa, il suo sviluppo e la sua crescita obbediscano a delle norme, a degli interessi che le sono totalmente estranei”. In estrema sintesi: il violento ingresso del modello occidentale ha scardinato le economie (economie di sussistenza: autoproduzione e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto e a volte anche prosperato per secoli e millenni causando la miseria che oggi porta a quelle migrazioni da cui siamo tanto spaventati quanto responsabili, Italia compresa.


E anche di questa situazione avevo dato conto, con largo anticipo, in un libro di notevole successo, Il Vizio oscuro dell’Occidente, che è del 2002, in cui si dimostra, dati alla mano, che l’Africa Nera era stata alimentarmente autosufficiente fino al 1960, quando non era ancora un mercato ritenuto interessante dagli occidentali (adesso ci si è messa di mezzo, in un modo un po’ più intelligente e soft, anche la Cina).  Poiché gli abitanti dell’Africa Nera sono 720 milioni (escludendo il Sud Africa che fa parte a sé) è chiaro che il loro passaggio da poveri a miserabili, ridotti alla fame, resi estranei alla propria cultura, porterà a migrazioni di cui quelle a cui assistiamo oggi sono solo un pallido fantasma.


Possiamo fermarli sulle coste libiche, ma li costringiamo a vivere in un inferno da noi stessi causato con l’aggressione  a Gheddafi che teneva sotto controllo la situazione. Possiamo cercare di fermarli -è l’ipotesi  prima di Minniti e adesso di Salvini- ai confini del Niger o di altri Paesi africani ma così li recludiamo in un altro inferno che è quello della loro miseria (che è cosa sociologicamente diversa dalla povertà) e della loro fame. Ricordiamoci che l’80% delle migrazioni provengono dall’Africa subsahariana e solo il 20% da guerre che prima o poi potrebbero anche finire. E quindi se un giorno saremo sommersi dalle popolazioni nere, come pare inevitabile, si potrà solo dire “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.


Ma per ritornare all’attuale conflitto diplomatico fra Italia e Francia causato dalle dichiarazioni di Di Maio e di Di Battista cerchiamo di ritrovare un poco di quello spirito nazionale che c’è rimasto e rimandiamo al mittente, ancora attaccato a una grandeur ridicola quanto storicamente inesistente, le sue arroganti affermazioni e le sue mosse (“irresponsabili”, convocazione dell’ambasciatrice italiana a Parigi). Di Maio ha detto una verità, anche se solo parziale.


Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2019


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