'LEGGENDA NERA' 2

VITTORIO MESSORI

"LEGGENDA NERA" 2


Occorre ricordare (e già ne parlammo), che la Spagna musulmana non era affatto quel paradiso di tolleranza che hanno voluto dipingerci e che, assieme ai cristiani, anche gli ebrei subirono in quei luoghi periodici massacri. È però più che provato che, dovendo scegliere tra due mali - Cristo o Maometto - gli israeliti parteggiarono sempre per quest'ultimo, agendo da quinta colonna a svantaggio dell'elemento cattolico. Da qui, un odio popolare che, unendosi al sospetto per coloro che avevano formalmente accettato il cristianesimo pur continuando in segreto a praticare l'ebraismo (los marranos), portò a tensioni che spesso degenerarono sanguinosamente in matanzas spontanee e continue alle quali le autorità cercavano invano di opporsi.


L'ancora malfermo Regno, appena nato da un'unione matrimoniale tra Castiglia e Aragona, non era in grado di sopportare né di controllare una simile, esplosiva situazione, minacciato com'era per giunta - da una controffensiva degli arabi che contavano sui musulmani, a loro volta spesso fintamente convertiti.


Alla pari di quanto avveniva in tutti i Regni dell'epoca, anche in Spagna la condizione giuridica degli ebrei era quella di "stranieri", temporaneamente ospitati senza diritto di cittadinanza. E di ciò anche gli israeliti erano perfettamente consapevoli: la loro permanenza era possibile sino a quando non avessero messo in pericolo lo Stato. Ciò che a parere non solo dei sovrani, ma anche del popolo e dei suoi rappresentanti si sarebbe a un certo punto verificato, a causa delle violazioni della legalità sia degli ebrei restati tali che di quelli solo formalmente convertiti e per i quali Isabella ebbe a lungo «una speciale tenerezza», tanto da mettere nelle loro mani quasi tutta l'amministrazione finanziaria, militare e persino ecclesiastica. Pare però che i casi di "tradimento" fossero divenuti cosi diffusi da non potere più permettere una simile situazione.


In ogni caso, come scrive la Postulazione della causa di santità di Isabella, «il decreto di revoca del permesso di soggiorno agli ebrei fu strettamente politico, di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato: non ci si consultò affatto con il papa, né interessa alla Chiesa il giudizio che si voglia emettere al proposito. Un eventuale errore politico può essere perfettamente compatibile con la santità. Quindi, se la comunità israelitica di oggi volesse fare qualche querela, dovrà presentarla alle autorità politiche, ammesso che quelle attuali siano responsabili dei predecessori di cinque secoli fa».


Aggiunge la Postulazione (la quale, non si dimentichi, ha lavorato con metodi scientifici, con l'aiuto di una quindicina di ricercatori che, in venti anni, hanno esaminato oltre 100.000 documenti negli archivi di mezzo mondo): «L'alternativa, l'aut-aut "o convertirsi o uscire dal Regno", che sarebbe stata imposta dai Re Cattolici è una formula semplicistica, uno slogan volgare: nelle conversioni non ci sì credeva più. L'alternativa proposta durante i molti anni di violazioni politiche della stabilità del Regno fu: "O cessate dai vostri crimini o dovrete uscire dal Regno"». A ulteriore conferma sta la precedente attività di Isabella in difesa della libertà di culto ebraica contro le autorità locali, con l'emanazione di un seguro real nonché con l'aiuto nell'edificazione di molte sinagoghe.


Significativo, comunque, che l'espulsione sia stata particolarmente consigliata dal confessore reale, quel diffamatissimo Tomàs de Torquemada, primo organizzatore dell'Inquisizione, il quale era però di origine ebraica. E significativo pure (a mostrare quanto la storia sia sempre complessa) che, allontanati dai ''Re cattolici'', seppure sotto la spinta popolare e per ragioni politiche anche di legittima difesa, le più ricche e influenti famiglie ebraiche chiesero e ottennero ospitalità al solo che gliela concedesse volentieri, sistemandoli nei suoi territori: il Papa... E può sorprendersi di ciò solo chi ignori che la Roma pontificia è la sola città del Vecchio Continente dove la comunità ebraica abbia avuto alti e bassi a seconda dei papi ma non sia mai stata espulsa, anche solo per breve tempo. Occorrerà attendere il 1944 e l'occupazione tedesca per vedere - più di 1600 anni dopo Costantino - gli israeliti dell'Urbe razziati e costretti alla clandestinità: e coloro che scamparono lo dovettero in maggioranza all'ospitalità concessa da istituzioni cattoliche, Vaticano in prima linea.


Ma la strada verso gli altari è preclusa a Isabella anche da coloro (numerosi, oggi, anche tra i cattolici) che hanno finito per accettare acriticamente quella Leyenda negra di cui abbiamo cominciato a parlare e che ci impegnerà ancora. Alla sovrana e al consorte, Ferdinando di Aragona, non si perdona di avere dato inizio a quel Patronado, negoziato col Papa, con cui si impegnavano all'evangelizzazione delle terre scoperte da Cristoforo Colombo, la cui spedizione avevano finanziato. Sarebbero i due Reyes católicos, insomma, gli iniziatori del genocidio degli indios, compiuto brandendo da una parte una croce e dall'altra una spada. E coloro che sfuggirono al massacro sarebbero stati ridotti in schiavitù. Ma, anche qui, la storia vera ha cose diverse da dire rispetto alla leggenda.


Sentiamo, ad esempio, Jean Dumont: «La schiavitù per gli indiani è esistita, ma per iniziativa personale di Colombo, quando aveva i poteri effettivi di vice-re delle terre scoperte: dunque nei soli, primissimi stanziamenti nelle Antille, prima del 1500. Contro questa schiavitù degli indigeni (Colombo ne inviò molti in Spagna, nel 1496) Isabella la Cattolica reagì come aveva reagito facendo liberare, sin dal 1478, gli schiavi dei coloni nelle Canarie. Fece dunque riportare nelle Antille gli indios e li fece liberare dal suo inviato speciale, Francisco de Bobadilla il quale, per contro, destituì Colombo e l'inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi. Da allora, la politica adottata fu ben chiara: gli indiani sono uomini liberi, soggetti come gli altri alla Corona e devono essere rispettati come tali, nei loro beni come nelle loro persone».


E chi sospettasse che il quadro sia troppo idillico, leggerà utilmente il "codicillo" che, tre giorni prima di morire, nel novembre del 1504, Isabella aggiunse di suo pugno al testamento e che così, testualmente, dice: «Poiché, dal tempo in cui ci furono concesse dalla Santa Sede Apostolica le isole e terra ferma del mare Oceano, scoperte e da scoprire, la nostra principale intenzione fu di cercare di indurre i popoli di esse alla nostra santa fede cattolica e inviare là religiosi e altre persone dotte e timorose di Dio per istruire gli abitanti nella fede e dotarli di buoni costumi e porre in ciò lo zelo dovuto; per questo supplico il Re, mio signore, molto affettuosamente, e raccomando e ordino alla principessa mia figlia e al principe suo marito, che così facciano e compiano e che questo sia il loro principale fine e che in esso impieghino molta diligenza e che non consentano che i nativi e gli abitanti di dette terre acquistate e da acquistare ricevano danno alcuno nelle loro persone o beni, ma facciano in modo che siano trattati con giustizia e umanità e se alcun danno hanno ricevuto lo riparino».


È un documento straordinario, che non trova alcun riscontro nella storia "coloniale" di alcun Paese. Eppure, nessuna storia è diffamata come questa che inizia da Isabella la Cattolica.


Bartolomé de Las Casas: è il nome che sembra inchiodare alle sue responsabilità la colonizzazione spagnola nelle Americhe. Un nome sempre tirato in campo, assieme alla più fortunata delle sue opere che ha un titolo che è già un programma: Brevssima relaciòn de la destrucciòn de las Indias. Una "distruzione": se così uno spagnolo stesso, un frate domenicano, definisce la Conquista del Nuovo Mondo, come trovare argomenti che difendano quella impresa? Il processo non è forse chiuso, con definitivo verdetto negativo, per la colonizzazione iberica?


E, invece, no: non è affatto chiuso. Anzi, verità e giustizia impongono di non accettare acriticamente le invettive di Las Casas; per dirla con gli storici più aggiornati, è giunto il momento di farlo anche a lui una sorta dì "processo", a lui così furibondo nell'imbastirne ad altri.


Chi era, innanzitutto, Las Casas? Nacque a Siviglia nel 1474 dal ricco Francisco Casaus, il cui nome denuncia una origine ebraica. Alcuni studiosi, analizzando dal punto di vista psicologico la personalità complessa, ossessiva, "urlante", sempre bisognosa di puntare il dito contro dei "cattivi" di Bartolomé Casaus, divenuto padre Las Casas, si sono spinti addirittura a parlare di uno «stato paranoico di allucinazione», di una «esaltazione mistica con conseguente perdita del senso della realtà». Giudizi severi, difesi però da grandi storici, come Ramòn Menéndez Pidal.


É, questo, uno studioso spagnolo e, quindi, potrebbe essere sospettato di parzialità. Ma non è spagnolo, bensì statunitense di origini anglosassoni, docente di storia sudamericana in una università Usa, William S. Maltby che, nel 1971, ha pubblicato uno studio sulla "Leggenda nera", sulle origini del mito della crudeltà dei "papisti" spagnoli. Maltby, scrivendo tra l'altro che «nessuno storico che si rispetti può oggi prendere sul serio le denunce ingiuste e forsennate di Las Casas», conclude: «Tirando le somme, si deve dire che l'amore di questo religioso per la carità fu quantomeno maggiore del suo rispetto della verità».


Davanti a questo frate che, con le sue accuse, è all'origine della diffamazione della gigantesca epopea spagnola nel Nuovo Mondo, qualcuno ha pensato che (certo inconsciamente) giocassero anche le origini ebraiche. Quasi un emergere, insomma, dell'ostilità ancestrale contro il cattolicesimo, soprattutto di quello spagnolo, reo di avere allontanato gli israeliti dalla penisola iberica. Troppo spesso si fa storia dando per scontato che i suoi protagonisti si comportino sempre e solo in maniera razionale, non volendo ammettere (e proprio nel secolo della psicoanalisi!) l'influenza oscura dell'irrazionale, delle pulsioni nascoste ai protagonisti stessi. Può dunque ben darsi che neppure Las Casas sia sfuggito a un inconscio che (attraverso l'ossessivo diffamare i suoi connazionali, confratelli religiosi compresi) rispondesse a una sorta di occulta "vendetta".


Comunque sia, il padre di Bartolomé, quel Francisco Casaus, accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio oltre Atlantico, fermandosi nelle Antille e dando conferma delle doti di abilità e di intraprendenza semitiche col crearsi una grande piantagione dove praticò quella schiavitù degli indios che, come abbiamo già visto, aveva contrassegnato il primissimo periodo della Conquista. E, almeno ufficialmente, quel periodo soltanto. Dopo gli studi all'università di Salamanca, anche il giovane Bartolomé parti per le Indie, dove raccolse la pingue eredità paterna, impiegando, sino ai 35 anni e oltre, quegli stessi metodi brutali che con tanto sdegno denuncerà in seguito.


Supererà, grazie a una conversione, questa fase, facendosi partigiano intransigente degli indios e dei loro diritti. Ascoltato dalle autorità della Madrepatria che, su sua insistenza, approveranno severe leggi di tutela degli indigeni, provocherà però un imprevisto "effetto perverso". Succederà infatti che i proprietari spagnoli, bisognosi di numerosa mano d'opera, non troveranno più conveniente utilizzare le popolazioni autoctone che qualche autore definisce oggi (rovesciando il luogo comune di crudeltà e arbitri) addirittura «sin troppo protette» e cominciarono a dar retta a quegli olandesi, inglesi, portoghesi, francesi che offrivano schiavi importati dall'Africa e catturati da arabi musulmani.


La tratta dei negri (colossale affare quasi interamente in mani islamiche e protestanti) interessò però solo marginalmente, quasi solo nelle isole dei Caraibi, le zone sotto dominio spagnolo. Basta viaggiare anche oggi in quelle regioni, restate, nella zona centrale e andina, a grande maggioranza india e, nella zona meridionale, tra Cile e Argentina, di popolamento quasi esclusivamente europeo: rari i neri, a differenza del Sud degli Stati Uniti, del Brasile, delle Antille inglesi e francesi.


Ma, seppure in numero ridotto rispetto alle zone sotto dominio di altri popoli, gli spagnoli cominciarono a importare africani anche perché ad essi non fu estesa subito la protezione degli indios, adottata sin da Isabella la Cattolica e poi sempre perfezionata. Quei neri potevano essere sfruttati (almeno nei primi tempi, ché anche per essi giungerà una legge spagnola di tutela, mentre nei territori inglesi non giungerà mai), mentre farlo con gli indios era illegale (e le audiencias, i tribunali dei vice-re spagnoli, spesso non scherzavano). Un effetto imprevisto e, dicemmo, "perverso", dell'accanita lotta condotta da Las Casas; il quale, va pur detto, se nobilmente si batté per gli indios, non altrettanto fece coi negri, per i quali, quando cominciarono ad affluire, catturati sulle coste africane dai musulmani e portati dai mercanti del Nord Europa, non sembra abbia avuto particolari attenzioni.


Per tornare alla sua conversione, determinata dalle prediche di denuncia degli arbitri dei coloni (tra i quali era egli stesso) pronunciate da religiosi - e ciò conferma la vigilanza evangelica esercitata dal clero regolare - fattosi prima prete e poi domenicano, Bartolomé dedicò il resto della sua lunga vita a perorare presso le autorità di Spagna la causa degli indigeni.


Occorre, anche qui, riflettere. Innanzitutto, sul fatto che il focoso religioso abbia potuto impunemente attaccare, e con espressioni terribili, il comportamento non solo dei privati ma pure delle autorità. Per dirla con l'insospettabile americano Maltby, critiche anche ben più blande non sarebbero state di certo tollerate dalla monarchia inglese, la quale avrebbe subito ridotto al silenzio l'imprudente contestatore. E questo perché (continua lo storico yankee, rovesciando un altro luogo comune) «a parte le questioni di fede, la libertà di parola fu prerogativa degli spagnoli durante il loro Secolo d'oro, come dimostra il fatto che gli archivi ci restituiscono tutta una gamma di accuse pronunciate in pubblico - e non represse - contro le autorità».


Ma, poi, si riflette ancor meno sul fatto che questo furibondo "contestatore" non solo non fu neutralizzato, ma divenne intimo dell'imperatore Carlo V, fu da lui nominato ufficialmente Protector General de todos los indios, fu invitato a presentare progetti che, discussi e approvati malgrado le forti pressioni contrarie, divennero legge nelle Americhe spagnole.


Mai, nella storia, un "profeta" (come Las Casas stesso si considerava) fu tanto preso sul serio da un sistema politico che invece ci dipingono tra i più oscuri e terribili.



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