PUER AETERNUS

MASSIMO FINI


PUER AETERNUS 

(…) Da qualche anno passo le estati a Talamone, sulla costa toscana, un posto tranquillo. Il mio albergo è proprio a picco sugli scogli e sul mare. Io ho una stanza privilegiata, con un piccolo giardino davanti, che pare sospeso sull’acqua, dove, dopo cena, sto a godermi il fresco guardando l’Argentario e l’isola del Giglio che sono di fronte.

Nelle serate più calde arrivano i ragazzi e le ragazze a fare il bagno di mezzanotte. Sento le loro voci, le loro grida, i loro scherzi. Io ascolto, l’orecchio teso, curioso e avido. La situazione è ricca di sottintesi, tanti corpi giovani, promiscui e seminudi, protetti dall’oscurità. So, per esperienza, dove si va spesso a parare: i richiami sessuali si fanno via via più espliciti, gli scherzi meno innocenti, qualche ragazza – la più fragile del gruppo – finisce regolarmente senza bikini costretta a inseguir le sue mutandine di scoglio in scoglio.

Ma io sono attratto soprattutto da certi risolini, o piuttosto gridolini, fra lo scandalizzato e il divertito, che gorgogliano in gola alle ragazze, che son di testa per la parte scandalizzata e di ventre per l’altra, che hanno un senso più sottile e paiono voler dire: “Mi piacerebbe parecchio. Ma non posso, non voglio”. E poiché l’ambiguità è femmina il dubbio resta appeso alle note di quella risata.

Potrei anch’io fare quei bagni; non sono ancora così malconcio da non potermi cacciare a mare di notte. Ma non avrebbe senso. Il bagno, in una certa baia di mia conoscenza e di pochi amatori, lo faccio alle otto di sera, l’ora che “ai naviganti intenerisce il core”, come scrive Dante, “l’ora dolce in cui si abbeverano le fiere”, come è detto nella Bibbia. Son solo.

I rumori sono attutiti, le voci lontane, i colori tenui, l’aria immobile. Il silenzio è rotto solo dal lento e ritmico sciabordio del mare. La natura si riposa. Il tempo sembra essersi fermato, la condanna momentaneamente sospesa. Dopo il bagno mi siedo sulla roccia ancora calda e fumo una sigaretta, guardando il mare, le rocce che si son fatte scure, quasi cupe, primordiali, e il cielo che trascolora dal giallo chiaro sopra le colline lontane, dove batte l’ultimo sole, al verde pallido all’azzurro al blu al viola.

“… e mi sovvien l’eterno, /
e le morte stagioni, e la presente /
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
/ immensità s’annega il pensier mio:
/ e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Io penso alla mia vita, al senso che non sono stato capace di trovarle, o di darle, al mio passato. Spesso mi tornano in mente le notti della mia prima giovinezza. Le ‘notti blu’ degli anni Sessanta, al mare.

Cesare Pavese e Paolo Conte hanno detto in maniera magistrale che cos’è il mare per chi vive ‘al di là delle colline’, in pianura, o meglio che cos’era in epoche in cui l’automobile non era ancora un mezzo di trasporto di massa e noi ragazzi, quando andava bene, facevamo un solo viaggio l’anno: quello delle vacanze estive. E per me mare e estate erano una cosa sola che si chiamava col più proibito dei nomi: felicità. Io bambino timido, introverso, solitario in città, d’estate, al mare, mi aprivo, riuscivo a sciogliere quel grumo di tristezza e di malinconia che mi opprimeva il petto e mi imprigionava finché restavo fra le brume della pianura padana.

È d’estate, al mare, che si sono svolti tutti i miei amori adolescenziali e anche quelli della prima giovinezza. È in riva al mare che ho baciato la mia prima ragazza. È sulla spiaggia che, al riparo di un canneto, sono diventato, sessualmente, un uomo. E ancora oggi se, passeggiando da solo su qualche spiaggia, mi imbatto in un canneto che costeggia un rigagnolo che si immette nel mare, come fu allora, al sentire quell’odore, misto di salsedine, di acqua dolce un po’ stagnante e di legno bagnato, provo un profondo turbamento.

Ma mentre fumo la mia sigaretta alla baia del Cannone, al riparo, per un momento , dalla vita, il mio pensiero, andando a ritroso, sorpassa le esperienze sessuali e corre preferibilmente, e fatalmente, incontro ai primissimi amori, quelli appena sfiorati o, forse, solo sognati.

Noi, ragazzi e ragazze, raccolti, la sera, intorno al jukebox ad ascoltare Dallara, Paul Anka, i Platters, Elvis. Lei aveva quindici anni, gli occhi a mandorla, il viso da giapponesina, il corpo sottile dell’adolescente non ancora formata. Il massimo cui eravamo arrivati era toccarci furtivamente le mani, di nascosto dalla madre che le sedeva accanto come un cerbero, mentre guardavamo Carosello in uno sgabuzzino zeppo di ombrelloni e di sdraio che il padrone dei Bagni aveva adibito a sala-tv.

Quella sera, vicino al jukebox, la madre non c’era. Lei aveva una camicetta bianca, i jeans e teneva le gambe leggermente aperte. Provai l’irresistibile impulso di metterle la mano lì, fra le gambe, per sondare il mistero della donna di cui non sapevo ancora nulla. Non avevo mai visto un sesso femminile, nemmeno in fotografia. Sono stato un bambino incredibilmente ingenuo e tardivo, ho portato i calzoncini corti fino alla quarta o alla quinta ginnasio – i miei compagni li avevano lunghi da un pezzo -, a quattordici anni giocavo ancora sul balcone con i tappi delle bottiglie, i ‘tollini’, le bambine erano escluse dal mio mondo perché non sapevano giocare, e per molto tempo ho creduto non solo a Babbo Natale ma che le donne avessero il sesso fra i seni.

Ma qualche mese prima di quell’estate, in camera mia, a Milano, era successa una cosa stranissima. Ero steso nudo sul mio letto e dal mio sesso, senza che mi toccassi, era schizzato fuori qualcosa. Ma il getto era stato così rapido e potente che non ero riuscito a vedere che cosa fosse né, nonostante tutte le ricerche, dove fosse andato a finire (sopra l’armadio, presumo ora).

Avvicinai la mano. Non so se lei si sia accorta di nulla. Mi fermai un attimo prima dell’irreparabile, mi alzai di scatto, il viso in fiamme, il cuore che mi batteva dolorosamente contro le costole, infilai le cento lire nel jukebox e misi Come prima, Diana e Only you, le canzoni di quell’estate, le nostre canzoni. Lei mi lasciò verso la fine delle vacanze, per un altro più svelto di mano.

I dolori degli adolescenti e dei ragazzi possono essere lancinanti, si sa. In genere si tratta di pene d’amore. E “d’amore non si muore, sarà anche vero, ma quando ci sei dentro non sai che fare”. E stai da cane. Ma passano. Basta che entri in un bar e la commessa carina ti guardi in un certo modo e la vita torna a sorriderti. I dolori dei vecchi sono meno intensi, ma non passano. I ragazzi per alcuni tratti psicologici sono ancora vicini all’infanzia da cui si sono staccati da poco, e come i bambini passano repentinamente, senza un vero perché, dal pianto al riso, così nei giovani la depressione più nera può virare, di punto in bianco, nella vitalità più sfrenata.

Le notti della giovinezza, nell’ansia di viverla fino a fondo, non finiscono mai. Accompagnate a casa le ragazze ce ne andavamo a bere in qualche bettola fino alle due. Ma a me non bastava. Imbarcavo sulla mia Simca il figlio del padrone dei Bagni che aveva qualche anno meno di me e le mie stesse inquietudini e setacciavamo i monti della Liguria per strade secondarie, sempre più secondarie, sterrate, viottoli a malapena percorribili, deviazioni di deviazioni di deviazioni, con la segreta speranza che nei luoghi più remoti e sperduti avremmo finalmente incontrato il Mistero. E una volta accadde.

Ma in altri luoghi e con un compagno diverso. Eravamo sui monti di Cap d’Antibes, ancora incantevole (mi pare che fossimo andati al Festival jazz di Juan les Pines, in una notte fosca attraversata da nubi cariche di tempesta. Improvvisamente apparve nel cielo una forma stranissima, sconosciuta, indefinibile, bislunga, obliqua, di un giallo intenso. La osservammo per qualche minuto, col fiato sospeso. Che cos’era? Un messaggio? Un annuncio? L’Inconoscibile che si palesava finalmente a noi? Con un tuono terrificante le nubi si squarciarono, come Giovanni annuncia che avverrà nell’Apocalisse, e il Mistero si svelò: era la Luna. La luna che, dietro lo schermo di nubi irregolari, aveva fatto quel bizzarro effetto ottico. Delusi, ridiscendemmo verso il mare e andammo a berci una vodka pepata a La Venise.

Nella mia giovinezza credo che non ci sia stata notte senza fare le cinque del mattino. Se vedevo l’alba non era perché mi ero alzato, ma perché non ero ancora andato a dormire. Poi mi buttavo sul letto e mi svegliavo all’una del pomeriggio, pronto a ricominciare. Anche adesso non ho perso quelle buone o cattive abitudini. Di diverso c’è che mi alzo alle nove, non mi riesce di restare in letto, mi fan male le ossa, e sono più stanco di quando sono andato a dormire.

Fino a ventisette anni, l’età della massima fecondità della donna e l’apice atletico per l’uomo, si usufruisce della formidabile spinta inerziale data dalla misteriosa forza che ci ha catapultato, come un proiettile, fuori dal ventre materno. Poi l’ascesa si ferma. Si procede con le proprie forze su una linea piana, che non sale più ma nemmeno scende, che regge abbastanza a lungo, fin verso la metà dei quaranta come avevano intuito i Romani. Per la verità i quarant’anni sono ancora una buona età, forse la migliore, ma per motivi che non c’entrano con l’energia fisica e sono psicologici e sociali.

Lei, lasciati alle spalle gli spigoli, le difese, le insicurezze della prima giovinezza, diventa più dolce, più morbida, più comprensiva, più accogliente e di ciò beneficia anche lui. Inoltre, almeno in genere, a quell’età, per entrambi, alcuni nodi esistenziali e professionali sono stati sciolti, nel bene o nel male, si è più sereni. Se si sognava una grande carriera e non la si è avuta ci si mette il cuore in pace e ci si dedica più a se stessi, si impara a volersi un po’ più di bene. Se si volevano figli e non sono arrivati ci si rassegna. Credo che l’età più difficile, almeno oggi, siano i trenta, perché di grande incertezza, tutto è ancora possibile ma il tempo stringe, ti assale l’ansia di non farcela e non puoi tirare i remi in barca. I trentenni e soprattutto le trentenni sono perennemente sull’orlo di una crisi di nervi.

Dopo la metà dei quaranta la linea dell’energia comincia a scendere, prima in modo quasi impercettibile, poi sempre più velocemente.

Ognuno di noi ha, in partenza, un organo più debole degli altri, che è il primo a cedere. Per me era la vista. E così è stato. Ma anche altri organi che erano la tua forza e magari il tuo vanto si indeboliscono. Cibi che divoravi senza problemi diventano improvvisamente indigesti. Il tuo fegato, che aveva sempre filtrato alcol in dosi industriali, dà segni di sofferenza dopo una mezza bottiglia di vino. Ti metti a fare in casa, spostando piccoli pesi, lavoretti di ordinaria amministrazione che avevi sempre fatto in souplesse, ricavandovi anzi un certo piacere perché ti distendevano i nervi e ti distoglievano dal pensare, e dopo un po’ ti accorgi, con stupore, che sei stanco morto.

L’antica elasticità delle giunture è perduta. Se stai accovacciato un po’ a lungo fai fatica a rialzarti. Se stai disteso per terra, sul duro, per rimetterti in piedi devi ricorrere a tre o quattro contorsioni laddove un tempo ti bastava un agile balzo. Nuotavi da dio, con facilità, senza sforzo, adesso in piscina devi guardarti anche da quelle carampane che, attaccate a una tavola, spingono solo coi piedi. Un mattino ti accorgi che hai dei piccoli bozzi sul mento che rendono difficile la rasatura. Chiedi spiegazioni al tuo barbiere “E’ il suo dopobarba”; “Ma se lo uso da trent’anni”.

Sì, lo usi da trent’anni ma adesso la tua pelle non lo tollera più. Tutto si complica. Tutto cala. Tutto diminuisce. Curiosamente una sola cosa cresce: degli orribili peli nel naso e nelle orecchie. È cominciata l’atra senectus.

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