La malinconia del neonato

MARCELLO VENEZIANI

La malinconia del neonato


La malinconia del neonato colpisce la sera le creature appena venute al mondo e che ribattezziamo come capriccio di sonno.


Ma la voglia di dormire nelle vite recenti è voglia di cancellare il mondo e non pensare alla sorte ventura, sottrarsi al disagio di vivere e rientrare nell’orizzonte prenatale.


Chi dice che la depressione colpisce in età matura, mentre l’infanzia è uno stato di vita beata e non cosciente di sè, ignora l’innata tristezza della creatura umana, l’originaria predisposizione al pianto, sorto assai prima del riso.


Non è vero che si nasce buoni e innocenti, giacché i bambini coltivano candide crudeltà e, se potessero, userebbero mezzi spietati per futili motivi; allo stesso modo non è vero che si nasce spensierati, guastandoci poi con gli anni. Nella solitudine del neonato la malinconia lo accompagna dalla nascita, frutto di sradicamento che nel suo caso si chiama recisione del cordone ombelicale e immissione forzata nella radura dell’ignoto tramite il parto.


Non veniamo alla luce, semmai dalla luce; e non è detto che in quel pianto radicale, in quella malinconia delle origini, non vi sia lo sguardo profetico che curva il tempo e congiunge l’inizio alla fine. Nasciamo col ricordo della morte che verrà o con la nostalgia di ciò che abbiamo perduto…


C’è nel neonato la residua traccia di una memoria prenatale, la saggezza di uno sguardo che non ha ancora messo a fuoco la vita, gli altri, il mondo perché nutrita da altre veggenze prenatali.


E se la vita fosse un graduale esercizio di oblio della sapienza iniziale, il tentativo faticoso di dimenticare l’istante di verità? Da quello sforzo sorge la malinconia del neonato, da cui solo alcuni riescono a esimersi nel tempo, magari fingendo, sviando, deviando lo sguardo.


Federica aveva paura quella sera, perché aveva per la prima volta realizzato con la sua mente di bambina che ci tocca morire. Piangeva al buio, mi sedetti al suo fianco e le raccontai le bugìe che avevano raccontato a me in una sera analoga di trent’anni prima.


Le presi la mano, come da bambino presero la mia, e la rassicurai.


A noi padri tocca dare le certezze che non abbiamo.


Siamo i fragili custodi dell’ordine del mondo, anche se abitiamo il caos. Venne il silenzio dopo il pianto.


Mentre si addormentava, cercavo di scipparle il suo piccolo carico di disperata verità, accarezzandole la testa come per ripulirla da quei pensieri. Restarono due mani legate nel buio e un fiato che lentamente s’acquietava. Tornò limpida nel volto e nel respiro. Cessai d’accarezzarla. Oggi almeno l’abbiamo scampata.


Dormi dormi anima mia.





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