Intervista a Marcello Veneziani

di Alessandro Rico per La Verità

Intervista a Marcello Veneziani

Marcello Veneziani è uno degli intellettuali di destra più brillanti del nostro Paese. Con la Verità ha conversato a tutto campo su populismo, sovranismo, Europa, crisi del centrodestra.

Tutti ne parlano, molti a sproposito. Ma cos’è il populismo, professor Veneziani?
Il populismo è la scuola elementare della nuova politica.

Efficace ma sibillino. Me lo spiega meglio?
Il populismo parte dal disagio della gente che si sente espropriata del potere di decidere, messa all’angolo dalle oligarchie. E reagisce riportando in auge la questione della centralità del popolo.

E cosa c’entra con il sovranismo?
Il sovranismo è il grado seguente; la scuola media.

Cioè?
Il sovranismo non parla solo di sovranità popolare, ma dell’importanza della sovranità di una nazione rispetto al mondo globalizzato. Parla di difesa dei confini e delle identità. E dell’importanza della decisione sovrana.

E le scuole superiori?
Sono il livello successivo, quello che manca ancora.

Cosa si studia al liceo della nuova politica?
Alle superiori, il sovranismo dovrebbe ricollegarsi a una tradizione politica e produrre classi dirigenti, anziché fermarsi all’illusione del rapporto diretto tra leader e popolo.

No alla democrazia diretta?
L’autogoverno della società e la democrazia diretta sono un’utopia impraticabile, che dà luogo o all’anarchia o al dispotismo.

Quindi, come diceva qualcuno, il governo sarà sempre oligarchico?
Certo. I governi buoni non sono quelli privi di élite. I governi buoni sono quelli in cui i pochi, le élite, fanno l’interesse dei molti.

Ma ha senso essere sovranisti in un mondo così interconnesso?
Proprio per questo lo si deve essere. C’è una spinta oggettiva dei mercati e della tecnologia, che non è il caso di demonizzare, verso la globalizzazione. Abbiamo bisogno di segnare dei confini, di compensare questa spinta con delimitazioni culturali e riferimenti identitari, che fungano da contrappesi.

Nel frattempo, però, persino il governo del cambiamento è dovuto scendere a patti con l’Europa sotto la pressione dello spread.
Un governo nato da un contratto e non da un’alleanza politica, in cui l’inesperienza è prevalente, deve avere la prudenza di considerare i reali rapporti di forza.

Dice che è giusto trattare con gli eurocrati?
Se il governo avesse le spalle larghe, le alleanze giuste a livello internazionale per portare fino in fondo la sua battaglia, sarei il primo a sostenere che con Bruxelles bisognerebbe lottare a oltranza. Ma nella condizione in cui siamo, arrivare a un compromesso è inevitabile.

In questo governo di «dilettanti», come dice lei, chi si salva?
I leghisti e Matteo Salvini.

Per il resto?
Abbiamo un presidente del Consiglio che, per essere un figurante, fa la sua buona figura…

Non salva i grillini?
Alcuni sono oggettivamente improponibili.

Lei ha scritto che i populisti dovranno occuparsi anche di difesa della vita. La maggioranza gialloblù, però, sui temi etici è divisa. Sarà questo il casus belli tra Lega e 5 stelle?
Le divisioni interne al governo su questi temi sono gravissime e insormontabili. Ma sono convinto che la prevalenza del carattere pragmatico di questa coalizione porterà Lega e 5 stelle a evitare il conflitto.

Ma su queste materie, piuttosto che inventarsi nuove diavolerie, non è meglio non legiferare affatto?
Sì, se il rischio è di fare danni è meglio non fare nulla, io però sono preoccupato…

Da cosa?
Se non si legifera, contano le sentenze della Corte costituzionale, della Corte europea, dei magistrati d’assalto.

La famosa giurisprudenza creativa…
Esatto. Se su temi come il fine vita o le adozioni gay c’è una fioritura di giurisprudenza creativa, è meglio prendersi il rischio di aprire una discussione per arrivare a una legge.

Però anche la Chiesa, che una volta parlava di «valori non negoziabili», sembra aver abbandonato queste battaglie.
La Chiesa di Jorge Mario Bergoglio non ha più la priorità di difendere la religione cristiana. Spera solo di sopravvivere nonostante il suo conclamato declino.

Non è troppo severo?
Quando un Papa ti dice che, siccome in certe parrocchie non ci sono più fedeli né preti, dobbiamo utilizzare le chiese per ospitare i poveri, significa che ha già cambiato la “ragione sociale” della Chiesa. Significa che l’ha trasformata in una specie di Ong.

C’è un’altra vecchia istituzione in crisi: il centrodestra. Moribondo o morto?
Non solo morto, ma sepolto.

Addirittura? Sepolto?
Ma sì. Era fondato su leader che non ci sono più ed è un’alleanza ormai impraticabile. E poi, diciamoci la verità…

Diciamocela.
Il centrodestra era una monarchia berlusconiana sotto falso nome. Ora che Silvio Berlusconi ha perso la corona e forse pure quello che ci sta sotto, la testa, è bene cominciare a pensare ad alleanze al di fuori di quella formula.

Sì ma cosa c’è fuori da quella formula?
Il problema è proprio individuare un soggetto che, insieme a Salvini e Giorgia Meloni, possa rappresentare il mondo cattolico, moderato e ciò che è stata Forza Italia.

Il professor Giovanni Orsina, alla Verità, ha detto che un centrodestra al governo con Salvini premier ridarebbe vigore al bipolarismo. Condivide?
Probabilmente ha ragione. Ma sarebbe un bipolarismo difficile da delineare nei suoi contorni.

In che senso?
Innanzitutto, il Movimento 5 stelle come si porrebbe? Una parte contro Salvini, ma un’altra parte, se non a suo favore, starebbe “a lato’’. E la parte di Forza Italia ormai subalterna al Pd starebbe contro Salvini? È il partito renziano, terzo rispetto al Pd?.

Molti dicono che il populismo vince grazie alle fake news. Lei, però, ha scritto che la «postverità» è un’invenzione del Sessantotto. Perché?
Il Sessantotto ci ha abituati alla demolizione della verità, alla scomparsa della realtà, alla convinzione che l’interpretazione della realtà debba prevalere sulla realtà stessa. Potevamo aspettarci che non nascessero le fake news?

C’è dell’altro?
Certo: le “postverità” non sono forse una conseguenza delle “prefalsità” prodotte dalla grande fabbrica dell’informazione? Non sono le risposte artigianali, sparse in rete, sorte in reazione a un sistema che ti dice cosa pensare, cosa dire, e che linguaggio usare – ovvio, quello politicamente corretto?.

Infatti lei sostiene che il politicamente corretto sia la vera dittatura. Come se ne esce?
Tornando alla realtà. La realtà è più complessa rispetto a all’ideologia unilaterale e ai busti correttivi».

Mi spieghi meglio.
«Non sì possono ridurre tutte le esperienze storiche all’ossessione per fascismo e nazismo. Non si possono ridurre tutti i linguaggi a un solo lessico, ipocrita, per non urtare la suscettibilità delle cosiddette minoranze sensibili (gay, neri, eccetera). Il politicamente corretto vuole inscatolare la realtà in una bolla».

Pare che alle elezioni di maggio anche l’Unione europea farà un bel bagno di realtà. L’Europa collasserà?
Non credo. Molto probabilmente ci sarà un balzo in avanti delle forze populiste e sovraniste, ma restano almeno due incognite.

Quali?
La prima è che, se anche queste forze superassero il 30%, potrebbe cementarsi una coalizione di tutti gli altri, una specie di conventio ad excludendum.

E la seconda?
La seconda incognita riguarda la componibilità dei partiti sovranisti. Io sostengo da 30 anni l’importanza di dar vita a un’internazionale delle patrie, però mi rendo conto della difficoltà dell’impresa. Quando si tratta di difendere gli interessi nazionali, ovviamente, un sovranista non può pensare ai sovranisti dell’altra casa…

Quindi si rischia il cortocircuito?
Sì. E poi c’è una complessità interna alla natura dei movimenti populisti.

Ovvero?
C’è una componente che non è riducibile al nazional populismo: per esempio, i grillini in Italia, come già gli indignados in Spagna. Tutti movimenti che hanno un aspetto radicale, più che nazionale. Ma anche nella componente nazionalista si trovano movimenti come Vox in Spagna, che nascono in continuità con il passato e altri che invece nascono in rottura con il passato, come la Lega, che ha una tradizione secessionista.

A proposito di passato: ha ragione chi vede nei populisti il ritorno del fascismo?
È fantascienza. Il fascismo non tornerà. Si tratta di una campagna terroristica che ormai non attecchisce più: il “rococò” antifascista va bene solo per qualche circuito intellettuale ed editoriale autoreferenziale.

È «rococò» anche quello di chi dice che l’Europa ci ha salvato dalla guerra?
Sì. L’Europa non ci ha salvato perché non è stata in grado di salvare sé stessa: con le due guerre mondiali ha perduto la sua centralità nello scacchiere internazionale.

Quindi l’idea di Europa va cestinata?
Questo no. Ma la vera Europa si fonda sulla diversità dei popoli, sulle tradizioni, sulla cultura, sulla sicurezza, su una comune politica estera e militare o per arginare i flussi migratori. E invece ci ritroviamo con un’Europa fondata su una moneta e divisa su tutto il resto.

Alessandro Rico, La Verità 10 dicembre 2018


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