Solgenitsyn, dal gulag all'oblio

MARCELLO VENEZIANI

Solgenitsyn, dal gulag all'oblio

«Sono infinitamente difficili tutti gli inizi, quando la semplice parola deve smuovere l’inerte macigno della materia. Ma non c’è altra strada se tutta la materia non è più tua, non è più nostra. Anche un grido può provocare una valanga in montagna». Da ragazzo queste parole di Alexander Solgenitsyn m’incoraggiavano a pensare che l’impresa di svegliare il mondo non fosse impossibile. Ripenso oggi, a cent’anni giusti dalla sua nascita e a dieci dalla sua morte, con commosso stupore al grido di Solgenitsyn e alla valanga che aveva creato.

Dopo la sua denuncia, il mondo seppe dell’arcipelago gulag, poi fu eletto il Papa venuto dall’Est comunista, poi Gorbaciov avviò la perestrojka, poi cadde il Muro di Berlino e infine crollò il comunismo. Non dirò che quel grido abbia provocato quell’immenso sciame sismico; ma in principio fu la parola, la fragile, inerme parola di un dissidente russo che aveva vissuto e descritto sulla propria pelle quel calvario di orrore. Non solo lui, ma lui fu certamente il caso più clamoroso. Mi rincuorò pensare che le parole, le idee, la cultura, non sono inutili; a volte, muovono le montagne…

Nel ’48 lo scrittore russo, già capitano pluridecorato in guerra, era detenuto da tre anni per aver criticato Stalin in una lettera a un amico mentre combatteva valorosamente contro i nemici della Russia. Ma non era ancora finito nel gulag. Scrive allora “Ama la rivoluzione!”: è la testimonianza della fine del sogno rivoluzionario, ma non è ancora il risveglio in un incubo. È il presagio dell’inferno visto con gli occhi di un giovane idealista, Gleb Nerzin, alter ego dello scrittore; ma c’è ancora la freschezza di un giovane che continua a sperare nella vita, non sa che lo aspetta un percorso terribile da cui miracolosamente uscirà vivo.

Il romanzo restò incompiuto. Poi, dopo gli anni del gulag, Solgenitsyn sarà riconosciuto nel mondo, consacrato nel 1970 dal Premio Nobel, amato in Russia, dove fece ritorno dopo una parentesi infelice nel «materialismo d’occidente», come egli disse, in America. Poi il ritorno alla gloriosa solitudine della natura, i suoi incontri con i potenti e con Putin, che lo ricevette un paio di volte nella sua dacia. Lui, la bandiera della Grande Madre Russia, spirituale e religiosa, figlio della tradizione e martire del comunismo che incontra un uomo di potere venuto dall’Apparato sovietico ma deciso a risvegliare la Russia della tradizione e dell’orgoglio patriottico.

Gli ultimi anni della sua vita furono all’insegna di un diffuso e infastidito oblio, soprattutto in occidente. Per metà dovuto a chi voleva cancellare in Solgenitsyn il proprio passato di comunista, e per metà dovuto a chi voleva rimuovere la critica di Solgenityn all’occidente sazio e disperato, spiritualmente non migliore dell’Unione Sovietica. A volte gli occidentalisti fanatici del tempo erano gli stessi comunisti fanatici di ieri, e Solgenitsyn era stato per loro due volte molesto e insopportabile, perché ricordava il loro viaggio fallimentare da un materialismo all’altro; uno repressivo, affamatore e messianico, l’altro opulento, permissivo e nichilista.
 Il moralismo di Solgenitsyn contro il degrado permissivo dell’occidente era considerato insopportabile in Occidente.

E poi il suo spirito patriottico aveva alimentato i movimenti nazional-religiosi della Russia e dell’Est ex-sovietico; la vittima dei gulag rischiò di passare per un cattivo maestro. Eppure lo stesso Solgenitsyn non mancò di criticare la deriva fanatica del nazional-imperialismo panrusso.
Solgenitsyn visse gli ultimi anni della sua vita in una prigione dorata, in un gulag ovattato, riverito ma dimenticato dal mondo. La persecuzione dei gulag cedeva il posto all’oblio. Assordante silenzio. Ne fecero un monumento vivente, per imbalsamarlo da vivo e non sentire più la sua voce.

MV, Il Tempo 10 dicembre 2018


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