Florenskij, scienziato, pensatore e martire

MARCELLO VENEZIANI

Florenskij, scienziato, pensatore e martire


Nel giorno dell’Immacolata del 1937, il filosofo, scienziato e sacerdote Pavel Florenskij fu fucilato in un gulag sovietico. Fa impressione il suo lucido e implacabile argomentare scientifico e matematico, il rigore della sua filosofia, la vastità della sua cultura, uniti a una fede assoluta in Dio, nel dogma trinitario e una totale devozione alla Madonna.


Lui presbitero della Chiesa ortodossa, padre di cinque figli e insieme autore d’importanti scoperte scientifiche. Al punto da essere costretto dal regime comunista a continuare la sua ricerca scientifica tra lavori forzati, torture e gulag. Ma come egli stesso scrisse: “Il destino della grandezza è la sofferenza, causata dal mondo esterno e dalla sofferenza interiore”


. Eppure Florenskij, nato in Caucaso il 1882, proveniva da una famiglia laica, di cultura positivista e approdò con gli anni alla fede in Cristo, quando discese in lui lo Spirito Santo, come amava dire, conservando tuttavia “la carnalità del pensiero” e l’attitudine alla matematica e alla fisica.


Ma Florenskij visse tra antinomie fortemente marcate e le teorizzò alla luce della fede e del pensiero. A cominciare dalla prima radicale antinomia: “La verità è irraggiungibile – non si può vivere senza la verità”. Arrivando a scegliere la Verità indipendentemente se sia possibile: “Io non so se la Verità esista o meno, ma con tutto il mio essere sento che non posso farne a meno… per me è tutto: ragione, bene, forza, vita, felicità. Forse non esiste ma io l’amo più di tutto ciò che esiste… Metto nelle mani della verità il mio destino”.


L’opera di Florenskij è percorsa dal pensiero simbolico (“Per tutta la vita ho pensato a una sola cosa…il simbolo”), dal valore magico della parola, della bellezza e della liturgia e dal valore sacro della memoria, che è la presenza nel tempo dell’eternità. A cominciare dalla memoria dell’infanzia, che per Pavel aveva il duplice incanto di percepire integralmente la realtà e insieme di penetrare nella favola profonda del mondo. Il segreto della genialità, sosteneva, sta proprio nel saper custodire la disposizione d’animo dell’infanzia.


Resta il mistero di un matematico che fu sacerdote, di un mistico che fu uno scienziato. Si può essere ingegneri, elettrificare la Russia e insieme sostenere che non c’è scampo  tra“la ricerca della Trinità o la morte nella pazzia”, studiare la Natura al microscopio e insieme pregare la Madonna deipara, come lui la definisce?


L’opera di Florenskij sta a dimostrare che è possibile, anzi suggerisce che il pensiero di Dio può potenziare la vita e la scienza anziché mortificarli. La ricerca del mistero può suscitare la passione della ricerca scientifica perché spinge oltre i confini del risaputo. Florenskij non si accontentava delle regolarità delle leggi naturali, perché ricercava sempre l’eccezione, l’inspiegabile: la sua vocazione alla mistica, al miracolo e al mistero diventava così la molla per l’indagine scientifica, per la scoperta e per il calcolo matematico.


L’amore per il soprannaturale lo spingeva a non fermarsi all’evidenza, alle leggi ripetitive della natura ma a cercare, tramite l’eccezione, l’irruzione del noumeno nel fenomeno. “Fu il Disegno Divino a educarmi alla trepidazione di fronte ai fenomeni” e alla ricerca. La fede apriva in lui gli orizzonti dell’intelligenza più curiosa anziché precluderli.


Resta stridente il contrasto tra il pensiero mistico, la vita ascetica di Florenskij e il nostro mondo e il nostro tempo. Ma come egli stesso scrive: “gli asceti della Chiesa sono vivi per i vivi e morti per i morti”.


E l’amore per il soprannaturale si univa allo stupore commosso per la grandezza cosmica e il mistero della natura. “Quando avete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi – scrive ai suoi figli nel Testamento – quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete”. Straordinarie le sue lezioni di vita, cultura, spiritualità e umanità nelle lettere ai suoi figli e nel testo intitolato Non dimenticatemi.


È toccante il dialogo con l’angelo nella solitudine della cella: “Solo, veglio nella mia cella e mi sembra di essere morto da tempo – scrive ne La colonna e il fondamento – Queste pagine trascurate e slavate sono il mio solo legame con la vita; se non sono ancora morto del tutto lo debbo a te…”.  Ho davanti agli occhi La colonna e il fondamento della verità, il suo ponderoso capolavoro pubblicato nel 1914 e uscito la prima volta in Italia da Rusconi nel 1974 grazie a Elémire Zolla e Alfredo Cattabiani. L’edizione italiana precedette anche quella russa del 1990, uscita dopo la caduta del Muro. Colpisce in copertina il suo sguardo metafisico, i suoi occhi sono il riassunto esistenziale della sua fede e del suo pensiero, guardano dentro e altrove.


Di Florenskij in Russia non restarono neanche le spoglie. Nel luglio del 1997 furono ritrovate le fosse comuni di prigionieri delle isole Solovki dov’era detenuto. In una delle sue ultime lettere dal gulag, Florenskij scriveva: “La vita vola via come un sogno e spesso non riesci a far nulla prima che ti sfugga l’istante nella sua pienezza. Per questo è fondamentale apprendere l’arte del vivere, tra tutte la più ardua ed essenziale. Colmare ogni istante di un contenuto sostanziale, nella consapevolezza che esso non si ripeterà mai più come tale”.


La metafisica come pane spirituale, nutrimento per la vita vera, incarnata e impigliata nel tempo. Pavel, Padre e Maestro.


MV, 7 dicembre


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