ANCHE I COMICI CI SONO ARRIVATI (Perché i giornalisti no?)

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ANCHE I COMICI CI SONO ARRIVATI (Perché i giornalisti no?)


Andrea Cavalleri)


Mi è capitato fra le mani un numero della settimana enigmistica del 2013 e non ho potuto fare a meno di notare tre vignette particolarmente significative.


La prima



“Quello è stato il suo bonus annuale, signore.”


Uno dei fenomeni più vistosi della crisi del 2008 e seguenti: azionisti e dirigenti hanno continuato imperterriti a incassare stipendi bonus e profitti da capogiro, segnando così un punto di non ritorno nella più totale irresponsabilità dirigenziale.


Ma se le loro aziende erano in perdita, da dove sono arrivati questi soldi?


Un’ idea della provenienza di questi guadagni ce l’hanno offerta nel 2014 i professori Emmanuel Saez e Thomas Piketty della Berkeley University, specialisti in statistiche sul reddito: il 93% dei guadagni derivanti dalla recente fase di ripresa economica sono finiti all’1% più ricco della  popolazione.


E aggiungono: In questi anni più recenti i redditi dell’1% più ricco  sono saliti del 11,2% quelli del rimanente 99%  sono scesi dello 0,4%.


Ma noi sappiamo che la “ripresa” dell’immediato post-crisi è stata quasi interamente basata sugli aiuti statali, che dunque sono finiti solo nelle tasche dei più ricchi.


Strano, quando si parla di dare qualche aiuto ai poveri i giornalisti schiamazzano in coro, gridando allo scandalo dell’assistenzialismo e dell’incentivo all’ozio e al lavoro nero.


Ancora oggi il tentativo di reddito di cittadinanza proposto dal M5S ne è un esempio.


Qui invece abbiamo visto applicare l’assistenzialismo per i ricchi e nessuno ha detto niente.


Evidentemente i ricchi non oziano mai e non si sognano di evadere le tasse, anzi, chiedo scusa ai lettori per aver osato pensare qualcosa di così orribile.


E ringrazio gli splendidi e autorevoli professionisti del giornalismo, che sanno tener distinto il lessico da applicare ai poveri dal lessico da applicare ai ricchi; è una questione di etichetta: al nobile si dà deferentemente del “voi” allo zotico si dà del “tu” con un tono sprezzante nella voce.


Ecco la seconda



“Dottore sono in ansia per le mie azioni farmaceutiche. Ha qualcosa da darmi?”


La battuta coglie nel segno a proposito di un altro vistoso fenomeno che si è completato nell’ultimo decennio: l’inversione di finalità del mercato.


Tutta l’economia sorge allo scopo di assicurare agli uomini una vita dignitosa, offrendo tramite la divisione del lavoro abbondanti mezzi di sussistenza e la possibilità di sottrarsi all’abbrutimento di una giornata totalmente occupata dalle fatiche lavorative, per potersi dedicare ad attività superiori.


La finanza nasce come acceleratore del ciclo produttivo-distributivo.


Oggi scopriamo che non è più così: cioè che tutto ciò che produciamo non è un mezzo per soddisfare i nostri bisogni vitali e sussidiari, bensì un mezzo per consentire il lucro degli azionisti.


Le aziende non devono investire per migliorare i prodotti, ma in insider trading.


E poi questa eresia del prodotto affidabile…ma no, la lampadina deve durare poco non tanto! Almeno, non troppo poco da subire un reclamo, ma abbastanza poco da costringere l’utente a ricomprarla spesso. E lo stesso vale per lavatrici, automobili, vestiti…


E il cibo non deve essere salutare e soddisfacente, no, deve essere concepito per invogliare il cliente a consumarne sempre di più.


Dunque se prima si produceva per vivere, bene, serenamente e dignitosamente e adesso tutte queste cose sono subordinate al profitto.


Non importa la serenità, non importa la dignità e, alla fine, non importa un granché neppure la vita (degli altri).


La logica dice che se si applica il principio alle sue ultime conseguenze per il profitto si può anche morire.


E se c’è qualcuno che ha compreso il principio e lo applica alla lettera, questo qualcuno sono esattamente le aziende farmaceutiche.


Veniamo infine alla terza vignetta



“Posso farle credito, se lo desidera”


Forse la barzelletta coglie nel segno oltre le intenzioni dell’autore.


Innanzitutto “l’aggredito” sembra molto a suo agio in tema di transazioni monetarie.


Poi è stato ritratto molto più grosso dell’aggressore, si potrebbe quasi dire che sia stato disegnato “troppo grosso per fallire”.


E poi ha l’aria di sapere che, a lui, fare credito non costa niente.


Chi rappresenterà mai questo pasciuto passante incappato in un ladro decisamente subprime?


Mah, temo che “Il Sole 24ore”, “l’Economist” o il “Financial Time” non siano in grado di penetrare le nebbie del mistero imperscrutabile, soprattutto a riguardo del fatto che a certuni “ fare credito non costa niente”.


Ma in fondo la vignetta esprime una verità ancora più profonda: che nelle questioni di dare e avere, ciò che conta, alla fine, sono le dimensioni e gli armamenti.


Basti pensare all’IRAQ: nel momento in cui ha iniziato a sganciarsi dal dollaro vendendo il petrolio in euro è diventato uno “Stato canaglia dotato di armi di distruzione di massa”; oppure a Gheddafi che, non appena ha provato a sostituire il CFA (franco coloniale francese) con un Dinaro-oro panafricano, è diventato un pazzo terrorista criminale.


E poi, a Paesi distrutti, sono arrivate generose offerte di credito (a interesse, ovviamente) per la ricostruzione.


Scopriamo dunque l’ultimo sorprendente principio della rivoluzione finanziaria: la violenza non si esercita per portare via i soldi, ma per farli accettare.


insomma, la battuta della vignetta potrebbe essere attribuita tanto al passante, quanto al bandito.


Ma forse calza di più al bandito.


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