Drieu La Rochelle e l'estasi della morte

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Drieu La Rochelle e l’estasi della morte

Un intellettuale votato all'estasi della morte che diede la propria vita lucidamente, senza emozione, per consegnarsi alla Storia e dare un senso alla propria esistenza.

In assenza di sguardi che lo definissero, Pierre Drieu La Rochelle, aristocratico smarrito nel ventesimo secolo, col passare degli anni, sentiva l’anima simile a un vaso sempre più delicato e fragile, percorso da leggere fessure che passano come brividi: era il vistoso segno della decadenza, l’aleggiare vampiresco della morte sempre in agguato, o meglio, era il desiderio di morire ad alimentare la sua tormentata e interiore visione del mondo.
Pierre Drieu la Rochelle

Sia la sua vita, che richiedeva una forte dimostrazione interiore, sia la sua attività di scrittore erano segnate dalla debolezza, dal dolore e dallo stesso sintomo della sofferenza: una condizione esistenziale portata alla luce da Otto Rank in uno dei suoi primi libri, L’artista, pubblicato nel 1908, laddove sostenne che la creazione artistica, nel profondo ha la sua origine nella sofferenza. E Drieu, che non solo temeva la vecchiaia e la lenta decomposizione del corpo di fronte al sopraggiungere degli eventi, preferiva credere all’eternità dell’istante e sognava una ascesi brutale.
Sin dal giorno in cui scoprì che un uomo poteva darsi la morte ed essere padrone della propria fine(Voglio essere il padrone della mia morte, sosteneva Costant, il protagonista de I cani di paglia), Drieu rimase affascinato dal gesto del suicida: atto solitario di energia suprema, rivelatore di una potenza irresistibile e di una vertigine definitiva e totale.
Otto Rank


La solitudine, per Drieu, segnava il cammino del suicidio, e lo precisò in Racconto segreto:
Nella solitudine assoluta si prova un piacere unico, superiore a ogni altro, per il mondo e per la vita; è il solo modo per gustare sino in fondo un fiore, un albero, una nuvola, gli animali, gli uomini, anche quando passano lontano da noi, e le donne; ma è una china lungo la quale ci si perde.
Sicuro che l’istinto fosse la voce del sangue e la condizione dell’arte, egli andava alla ricerca della morte e della solitudine per consegnarsi alla paura e vincerla, perché – scrisse in Addio a Gonzague – morire è l’arma più potente che un uomo abbia.
Dell’angoscia provocata dalla solitudine ne accennò pure in Diario di un delicato:
La paura è sempre stata in me. Bambino, mi sono sempre gettato pienamente cosciente in questa profonda abitudine della solitudine. Ma allora non avevo paura, così mi sembra. Mi fermavo per lunghi momenti e ascoltavo il silenzio. La mia attenzione era viva, attenta, mi dava il senso d’un crimine squisito, d’un furtarello sottile, d’un buon tiro: rubavo la gloria intima al mondo.
Come una particella sempre più incosciente e abbandonata, in Racconto segreto, Drieu coglieva l’intuizione del nulla e si lasciava trasportare nel mare dell’eternità, nel sogno dell’immortalità: dandomi la morte non credevo assolutamente di contraddire l’idea dell’immortalità che ho sempre avuto viva in me. Il suicidio era un gesto violento, un gesto pazzo, che lo proiettava, che lo urtava contro una morte selvaggia, l’affermazione assoluta della libertà umana.

C’è una sola cosa nella vita, la passione, e la passione si può esprimere soltanto con l’omicidio – degli altri e di se stessi, lasciò scritto in Addio a Gonzague. Ammazzarsi significava esercitare su se stessi il diritto di vita e di morte, era una sorta di distruzione delle frontiere umane, una fuga inquieta dal proprio essere. Il suicidio in sé e per sé era un’attrazione fatale delle forze irrazionali, rappresentava il tentativo di squarciare il Velo di Maya che costringe l’uomo a vivere prigioniero dell’apparenza illusoria del mondo e al tempo stesso appariva come una sorta di ricerca del Nirvana (in India i saggi brāhmani alla ricerca della liberazione da tutti i mali nel Niente assoluto, durante le feste religiose, spesso si toglievano la vita).
Pertanto uccidersi non era solo una evasione ma l’estrema ricerca della perfezione, e Sade, di fronte a tale eccessiva richiesta di annullamento di sé, non avrebbe forse esclamato:
Che cosa valgono tutte le creature della terra di fronte a un solo nostro desiderio!
Pierre Drieu La Rochelle

Drieu non era vittima del filosofo Egesia, colui che spinge alla morte, mentre era assai vicino a Seneca(pensare alla morte è pensare alla libertà) o agli eretici catari, i Perfetti, che commettevano il suicidio sacro: il suo suicidio era un gesto significante, esemplare, che gli permetteva di cogliere il gusto, il sapore proibito della Morte. Egli non sognava di suicidarsi come Annibale, che aveva scelto di uccidersi per liberare i romani dal terrore, semmai preferiva negare ai suoi futuri carnefici il piacere di assassinarlo, e non commise un suicidio forzato come Socrate, ma si uccise perché il Destino volle la sua morte.
Yasunari Kawabata, maestro dello scrittore Yukio Mishima, sosteneva che l’uomo non ha vita, ha un destino, così Drieu, che non voleva lasciarsi toccare dal nemico, scrisse il 12 agosto del 1944 a André Malraux:
Non voglio fuggire. Non voglio nascondermi. Non voglio essere ucciso per mano dei vigliacchi […] Sarò molto contento di morire in piena coscienza, di mia scelta, da uomo.
Come Mishima, anni dopo, anch’egli preferì morire piuttosto che cedere al disonore e alla sconfitta e seguì inconsciamente la dottrina dei Samurai, i dettami dell’Hagakure (Quando si presentano due strade, tu sceglierai quella su cui morirai prima), aprendo senza esitazione il 16 marzo 1945 il rubinetto del gas e ingerendo tre tubetti di un potentissimo barbiturico, il Gardenal. La sua collaborazione al regime di Pétain, come il suo suicidio, erano scelte dovute alla volontà nietzschiana di superarsi sempre nel disprezzo di tutti i ristagni e soprattutto al richiamo potente delle Erinni (lo scrisse in Gilles). Posseduto dalla vertigine della potenza, dal bisogno di bruciare la verità sul momento, accettò di diventare un collabo votato a morire, per poi perdersi nella morte stessa con la paura di non riuscire a rispondere a quel tempo che lo aveva tradito in maniera così drammatica e insistente.
Yukio Mishima e Yasunari Kawabata

Il suicidio per Drieu era una forma disperata di libertà rispetto all’angoscia di esistere, era un sottile legame che lo univa al Baudelaire delle Litanie a Satana, al poeta nichilista Jules Laforgue, a Elémire Bourges, autore del decadente Le Crépuscule des dieux. Riprendendo un concetto del poeta dei Fiori del Male, in Racconto segreto, Drieu aveva posto il suicidio fra gli atti di audacia più o meno criminali, da un punto di vista sociale, che sono offerti all’uomo per scuotersi, per agitarsi, per protestare, per fuggire: gli altri sono la droga, la lussuria, l’alcool, il furto e l’assassinio, l’alchimia, il guadagno, la scienza e la rivolta.
È presumibile che Drieu si richiamasse all’idea di Antonin Artaud, il quale aveva visto il suicidio come mezzo per riprendere in mano la direzione della propria esistenza, dunque di recuperare la propria libertà. Ma non bisogna dimenticare che Drieu, dapprima dadaista e poi legato al gruppo surrealista di Andrè Breton, aveva finito col polemizzare con i surrealisti stessi indirizzando loro tre lettere, apparse sulla Nouvelle Revue Française e Les Derniers Jours (rivista fondata insieme a Emmanuel Berl nel febbraio 1927), in cui sosteneva in modo perentorio che
il Surrealismo era la rivelazione, non già la rivoluzione.
Antonin Artaud

Scrivendo, esprimendo sempre se stesso e il suo mondo interiore, con il suo distacco aristocratico dalla folla, Drieu mostrava il lato oscuro della sua anima e si sentiva diverso dalla massa anonima delle persone che gli stavano intorno, al pari di André Gide che da bambino si gettò fra le braccia di sua madre gridando: io non sono come tutti gli altri (lo ricorda Jean Paul Sartre nella premessa al Ritratto dell’avventuriero di Roger Stephane). Anche se era la stessa società a spingerlo verso la fine, non gli importava molto di vivere o di morire poiché, come afferma in Gilles, è la sorgente stessa della vita che è lesa. Di fronte alla disponibilità di Malraux, eroe della Resistenza, di accoglierlo nella Brigata Alsazia-Lorena, e all’offerta del ministro Astier de La Vigerie di fuggire in Svizzera, preferì rifiutare e uccidersi con coerenza.
Nel Diario 1944-1945, a testimonianza di quanto non temesse la fine e preferisse togliersi la vita, Drieu scrisse:
Forse i miei nemici hanno avuto paura della mia morte, perché un morto è sempre un testimone pericoloso, un rivale terribile, un visitatore inevitabile.
Addirittura, lasciò dire ad Alain, protagonista di Fuoco fatuo:
Io mi uccido. Lascerò su di voi una macchia indelebile. So bene che si vive meglio morti che vivi nella memoria dei propri amici.
Per questo la sua personalità critica esigeva la morte e, come un kamikaze, diede la propria vita lucidamente, senza emozione, non solo per consegnarsi alla Storia, ma per dare un senso alla propria esistenza. E Addio a Gonzague, dedicato al suicidio dell’amico Jacques Rigaut, scrittore surrealista, termina profeticamente con queste parole:
Non avevi che da scegliere tra il fango e la morte. Morire è ciò che potevi fare di più bello, di più forte, di più.

Paul Renard, nel redigere la postfazione a Racconto segreto, il travaglio esistenziale di Drieu sotto forma di racconto, quasi un testamento, l’ha definito un autoritratto dell’artista come suicida. A sua volta Philippe Soupault, che distrusse personalmente i 250 esemplari del suo Invito al suicidio nel 1922, non può non essere rimasto colpito da quel gesto mortifero, inteso come atto di forza: in esso possiamo cogliere il mistero di un uomo che si era sempre sentito un abisso, che aveva coniugato arte e potenza, un intellettuale votato all’estasi della morte. In verità, Drieu La Rochelle aveva perso la paura di morire con la certezza di conseguire la propria immortalità nella scrittura, perché, come lasciò scritto in Fuoco fatuo, il gesto dello scrivere resta per sempre.

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