La Catalunya insegna: le comunitÓ del Nord si muovano o sarÓ la 'FINE'

27/9/2012 da lindipendenza.com

La Catalunya è sul piede di guerra. Guerra politica, si intende. Messa alle strette dalla crisi economica che ha colpito pesantemente la Spagna, la regione più ricca, dinamica e produttiva della penisola iberica sta seriamente pensando sia arrivato il momento di staccarsi da Madrid. O quantomeno di forzare la mano per portare a casa l'autonomia fiscale, quella che ad esempio consente ai Paesi Baschi di tenersi abbastanza al riparo dal disastro spagnolo, perché le tasse vengono pagate sul territorio e solo una parte limitata viene poi girata allo Stato centrale. A Barcellona no, le cose non stanno così: le tasse dei catalani vanno direttamente a Madrid per oltre il 90%, che poi provvede a ritornare sul territorio catalano la quota che serve a far fronte ai servizi delegati alla comunità autonoma. Siamo dunque in presenza della cosiddetta finanza derivata, che lascia i cordoni della borsa al centro e questo non è federalismo.


Per anni la Catalunya ha contratto con Madrid (quello spagnolo è stato impropriamente definito un federalismo a geometria variabile) il proprio grado di autonomia e le relative risorse da ricevere dal centro, ottenendo risultati più significativi quando i parlamentari catalani sono stati indispensabili alla maggioranza governativa (in genere non sono però mai entrati negli esecutivi). E tuttavia l'odiata capitale non ha mai mollato la presa sulle tasse catalane perché con il residuo fiscale della Catalunya ha potuto foraggiare gran parte delle altre comunità falsamente autonome, a cominciare dall'Andalusia, sempre in deficit. Adesso, complice la crisi economica, Barcellona e la sua gente sono stufe di questo andazzo, non possono più sopportare di lasciare al centro la bellezza di 17 miliardi di euro all'anno e di trovarsi in difficoltà.


Molti hanno approfittato dei problemi finanziari della Generalitat de Catalunya a rifinaziare il proprio debito (con relatico ricorso al fondo salva-regioni messo in piedi da Madrid con 18 miliardi di euro) per favoleggiare sulla fine del mito e del modello dell'autonomismo catalano, dimenticando di segnalare che oggi il debito pubblico catalano ammonta a circa il 22% del Pil della regione, il che sarebbe una roba da ridere se il governo di Barcellona potesse disporre di una buona fetta delle proprie tasse che vanno al centro e non tornano più indietro. Se osservate bene il famoso fondo salva-regioni per entità è poco più grande del residuo fiscale annuo della Catalunya la quale, per poter rifinanziare il proprio debito, è stata costretta a chiedere aiuto a Madrid per farsi dare soldi che in definitiva sono i suoi.


Adesso la corda si sta spezzando. A novembre ci saranno le elezioni catalane in occasione delle quali è prevista una forte affermazione delle forze autonomiste e indipendentiste. E in particolare gli autonomisti moderati che da molti anni (salvo qualche parentesi) governano la Generalitat stanno alzando la posta caldeggiando il referendum per l'autodeterminazione che, secondo alcuni sondaggi, vedrebbe contrari non più del 20% dei cittadini catalani. Sarebbe un modo per alzare il prezzo e ottenere il cosiddetto "pacto fiscal" che il premier Rajoy ha respinto di recente, nella sostanza la parificazione ai Paesi Baschi con l'assunzione della competenza fiscale e, quindi, l'inversione dei rapporti di forza: non più Barcellona costretta ad andare col cappello in mano a Madrid a mendicare i propri quattrini, bensì  i catalani che dirottano allo Stato centrale una quota limitata e ben definita delle proprie tasse.


Questo lungo discorso per dire che anche da noi le comunità del Nord sono destinate a morire soffocate se non invertiranno al più presto il rapporto perverso che le tiene legate al cappio di Roma e dello Stato centralista. Un cappio che rischia di farsi ancora più stretto ora che è in atto la campagna mediatica contro gli sprechi e le degenerazioni delle Regioni (cose in gran parte vere), che presumibilmente si concluderà con il tentativo dello Stato di ridurre le competenze regionali e in particolare di riportare al centro il controllo della sanità, che rappresenta la voce di gran lunga più importante dei bilanci regionali. Si sta sparando contro il federalismo come causa di tutti i mali che stanno emergendo in questo Paese marcio, dimenticandosi di dire che il federalismo, quello vero, non è mai esistito e non esiste in Italia.


Il risultato è che ci ritroveremo definitivamente "schiavi di Roma" a causa di un pastrocchio colossale che tutto è furché federalismo, servito solo a far riprodurre e ingrassare caste regionali sostanzialmente prive di responsabilità. Tutto ciò è la negazione del federalismo, ma in questo Paese ignorante e pressapochista dal punto di vista civico e politico, oltre che popolato da troppi approfittatori, ora assistiamo alla campagna antifederalista e antiautonomista con l'intento di mettere una pietra tombale sopra ogni aspirazione di autodeterminazione. Proprio per non andare verso questo tragico destino, le comunità del Nord (sottolineo comunità, per non essere frainteso se parlassi di Regioni) che aspirano a un ordinamento diverso dovrebbero cogliere questo momento per far sentire la propria voce contro Roma e contro uno Stato marcio, parassita e onnivoro. Dal piccolo vascello de L'Indipendenza ribadiamo che la gente del Nord dovrebbe cominciare a scendere in piazza e manifestare tutto il proprio dissenso. I catalani lo hanno fatto di recente sfilando in oltre un milione e mezzo a favore dell'autodeterminazione e dell'indipendenza. Lo so che è oggi difficile, se non addirittura visionario, immaginare qualcosa del genere in Padania o nella regione Cisalpina che dir si voglia.


Ma bisogna che da qualche parte si cominci, altrimenti a breve potremmo esporre il cartello con la parola "FINE".

 
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