Missione impossibile ma necessaria

MARCELLO VENEZIANI

Missione impossibile ma necessaria


No, ragazzi, non è disfattismo dirvi come stanno realmente le cose ed esporsi a prevedere come finirà questo braccio di ferro tra Salvini e il resto del Mondo, e tra il popolo italiano e i potentati interni e internazionali. Dopo l’editoriale di martedì dedicato a come andrà a finire, abbiamo ricevuto, oltre tantissimi consensi, anche una marea di commenti negativi di chi non vuole sentirsi dire la verità ma preferisce sentirsi raccontare che alla fine l’Eroe, coram populo, sbaraglierà tutti.


Vi ammiro per l’ardore, l’ottimismo e la speranza, che spero non siano passeggeri e superficiali, ma vi esorto insieme a vedere la realtà, a ricordare l’esperienza, e a rendervi conto che tutti i poteri stanno da una parte e dall’altra c’è il consenso popolare finché dura e un intrepido leader, con pochi valorosi compagni di strada, che sfidano le sorti del mondo.


Sarebbe già un azzardo immaginare una lotta finale tra il governo gialloverde (e la maggioranza che lo sostiene) e l’establishment istituzionale, mediatico, giudiziario, italiano e globale.


Ma come sapete, la partita non è nemmeno quella, il governo è diviso, i grillini si sono già dissociati dal conflitto coi giudici partigiani e dall’incontro di Salvini con Orban, e frenano sui migranti; tutto ciò dimostra che nella contesa Salvini non può contare nemmeno sull’appoggio del suo governo e della maggioranza.


Ci sono infatti i grillini a lui ostili, ci sono i grillini freddini che si limitano al minimo contrattuale ma sono pronti a dissociarsi in caso di difficoltà – come si è visto – e ci sono almeno tre ministri, dell’economia, degli esteri e della difesa, che sono contro di lui.


E sullo sfondo c’è la sagoma curva e bianca del Quirinale, a lui ostile. E non solo, anche nella Lega Zaia frena, Maroni dissente… Pensate davvero, realisticamente, che si possa portare fino in fondo con successo una linea con questi presupposti? Scusate ma all’Uomo solo, all’Uomo della Provvidenza, con tutta la buona volontà, non credo.


Se il fine di questa partita, invece, non è cambiare le cose ma aumentare a breve giro i consensi elettorali, allora è molto probabile che l’impresa riesca. Ma dopo, si riproporranno i problemi già detti, sia pur con un diverso rapporto di forze. L’unica prospettiva è dunque quella di tirare la corda fino a che è possibile, poi quando si spezza andare al voto, incassare bei voti e tentare di governare il paese, magari abbandonando le follie egualitarie dei grillini e sostenendo i cambiamenti reali e salutari.


Una partita difficilissima. È onesto dirlo. Ma nessuno con ciò dice che dovete arrendervi e gettare la spugna. Chi l’ha detto?


Il pericolo che additano tutti, dalla Boldrini a Tajani, passando per i grillini, è oggi il modello Orban.


Sarà bene chiarire che in Ungheria, nell’Ungheria martoriata dal comunismo, un leader popolare – e del partito popolare europeo – è stato eletto e poi rieletto trionfalmente in un regolare voto democratico e governa democraticamente in un paese in forte crescita economica e sociale. Ha il consenso del popolo sovrano che nessun altro governo europeo ha. Ma diventa un mostro perché crede ai confini e alla necessità di salvaguardare le sovranità territoriali, nazionali e popolari.


Ma tornando a noi, anzi a voi che non volete vedere come stanno le cose, dico una cosa: un conto è tentare un’analisi e poi sulla base dell’esperienza fare una previsione, un altro conto è coltivare una speranza, augurarsi che non succeda, e adoperarsi perché non accada. Uno non esclude l’altro, il realismo della visione non significa fatalismo dell’abbandono. Le speranze sono legittime, augurarsi che non finisca così è sacrosanto. Ma capire prima di agire mi pare utile, e separare le speranze dalle constatazioni è necessario. Sono due cose diverse.


Da sempre sostengo che bisogna coltivare un’operosa disperazione o se preferite una disperata fiducia: ovvero disperare degli esiti ma impegnarsi con tutto il cuore perché qualcosa di diverso accada.


Sin da ragazzo sposai il motto di Guglielmo il taciturno “Non occorre sperare per intraprendere né riuscire per perseverare”.


E da allora non mi faccio illusioni ma non mi inchino ai dominatori. E poi sono convinto che anche le battaglie più impervie alla fine lascino qualche traccia benefica.


Meglio farle, nonostante tutto, che gettare la spugna e imprecare contro la malasorte.


MV, Il Tempo 30 agosto 2018


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