RIFLESSIONE SULLA 'MODERNITA'', E IL SUO RITARDO

Maurizio Blondet

RIFLESSIONE SULLA “MODERNITA'”, E IL SUO RITARDO



Abbiamo appreso dai giornali  che l’ingegner Morandi   aveva applicato “audaci innovazioni”, usato per trazione il cemento, che lavora per compressione, e  da subito fu “ossessionato” dalla sua creatura, il ponte dell’autostrada sopra Genova,  già pochi anni dalla costruzione   vedeva il degrado tipico del cemento armato,  era consapevole del pericolo, consigliava”iniezioni di resine epossidiche e di coprire tutto con elastomeri ad alta resistenza chimica”.



Che dire? Un altro esempio, purtroppo, del rapporto degli italiani con la modernità;  l’adozione di  una modernità già un po’ arretrata,  la mancanza di conoscenze necessarie mascherata con innovazioni arditissime….


Morandi  appartiene alla generazione di Pierluigi Nervi e di Gio Ponti, le nostre archistar degli anni ’60, i virtuosi del cemento armato – e virtuosi lo erano davvero, suscitavano meraviglie  nelle riviste internazionali  realizzando in cemento ciò che in genere, all’estero, si realizzava in acciaio.

Il punto è che l’Italia  ha mancato completamente  la grande stagione delle costruzioni in vetro e ferro, che nel Regno Unito, in Francia e in Germania già era sorta dal 1830:  l’epoca delle grandi Esposizioni e degli edifici per contenerle, il Palazzo di Cristallo di Cristallo, le la Tour Eiffel,  il Ballo Excelsior.  


Nessuna colpa:  ci mancava la disponibilità nazionale di carbone per gli altiforni,  non avevamo   le miniere inglesi e dell’Alsazia-Lorena;   ci     mancavano le dimensioni industriali enormi delle  loro ferriere, il gigantismo industriale che rendeva il prezzo del materiale abbordabile.


La nostra piccolezza industriale ci ha mantenuto estranei a quel  clima, discutibile ma epico, e  alla sua estetica grandiosa,  in cui gli ingegneri sostituirono gli architetti e usarono il ferro per costruire padiglioni di dimensioni colossali, a volta appiattita, approfittando della leggerezza dei materiali e della loro  qualità fisiche per elevare “le cattedrali profane   di dimensioni mai più superate”, come dice Sedlmayr:  che   ne elenca la “leggerezza del tutto nuova, il carattere aereo, per cui l’edificio  poggia su articolazioni mobili, su punti”..


Palazzo di Cristallo, fatto per l’Esposizione del 1851 a Londra.


Costruzioni  immani ma  smontabili come lo fu davvero   il Palazzo di Cristallo di Londra,  di Joseph Paxton,  che finita l’esposizione, fu   smontato e rimontato a Sydenham.  Serre e mercati (le Halles)  dove “la luce entra in masse inattese”, tanto da far pensare a “chiese dove si pratica il culto della Luce”;  fabbriche contenute in un “ambiente per la prima volta unico e di proporzioni straordinariamente grandi,  quasi cosmiche”.


La serra costruita per il duca di Devonshire.


Tutto questo nasceva da uno spirito specifico. Dostojevski lo illuminò col suo genio diagnostico nel 1864: “Avrà inizio allora una nuova economia elaborata in maniera perfetta e calcolata con precisione matematica..si costruirà un palazzo di  cristallo”.   L’epica del vetro e  ferro si estese all’estero fino oltre l’art déco, basta  vedere la coerenza  stilistica della Parigi di Haussmann, dove anche l’imbocco delle stazioni del Métro è un Liberty in ferro.


Da noi, l’architettura in ferro è rara.   La Galleria di Milano,  dove essa è usata  solo  nella zona aerea dei tetti, che all’estero  caratterizzò  le prime realizzazioni, fu così sensazionale (e costosa) che venne a inaugurarla Vittorio Emanuele II.  Nessuna colpa, s’intende. Ma nel frattempo,  questa stagione epica aveva prodotto –  nel vasto Occidente –  competenze, conoscenze  e maestranze specializzate  che avevano dato i ponti sospesi e i grattacieli.


Il primo ponte in ferro, 1771.


Così,   la coscienza collettiva italiana non  ha trovato nulla di strano quando il Grattacielo Pirelli di Gio Ponti fu esaltato” “coi suoi 127 metri,  una delle più alte strutture di cemento armato d’Europa”.  


Che è un po’ come dire (scusate se esagero), abbiamo costruito l’unico  caccia-bombardiere tutto in massello di quercia  d’Europa.  Perché i grattacieli si costruiscono  da un secolo  altrove in acciaio,  gabbie di putrelle.   Quello è un piccolo grattacielino, fintamente moderno. 


Anche i suoi aedi ammettono che “la stabilità (resistenza al vento) in un edificio in cui il rapporto larghezza/altezza è così piccolo, era un problema senza precedenti per soluzioni in cemento armato”, problema  che “Pierluigi Nervi  risolse adottando, con una serie di accorgimenti, un sistema a gravità, concentrato nei triangoli rigidi delle due punte, coppie di piloni cavi a parete piena e nei quattro pilastri mediani ugualmente”


. Insomma una geniale ed ardita soluzione per problemi  che erano dovuti al materiale improprio, e con il ferro non si sarebbero presentati.  Ma Nervi era un genio. Morandi palesemente no.


Sala Nervi. “Cattedrale di Luce” in cemento.


Questo intendo per “arretrato rapporto italiano con la modernità”.    Oltretutto, il ferro costa e il cemento è economico.   E  come negare che Pier Luigi Nervi con esso emulò i miracoli delle “cattedrali di luce” delle Esposizioni e della Belle Epoque?


Ma  io da milanese mi rattristo nel vedre a Milano le successive adozioni di  “modernità architettoniche”  passate di moda, il liberty poi abbandonato,   il razionalismo, il gio-pontismo, e adesso la torre di Zaha Hadid, che sta già passando di moda  – e che fanno di Milano una città senza stile, senza coerenza   urbanistica.


E questo Milano, che è la “più moderna”. Guardatevi attorno e vedete questo rapporto arretrato col la modernità, indossata come una maschera,  dovunque: in tv come nella pubblicità,  nel giornalismo arretrato;  e soprattutto grave, nella  mentalità dei politici. Il modello che tanto abbiamo avuto sotto gli occhi in questi giorni di tragedia sono i manifesti del “trasgressivo” (da quattro soldi) Oliviero Toscani  per United Colors of Benetton, attraverso i quali questi padroni del monopolio da cui ricavano rendite come nel Medio Evo i gabellieri delle strade, ci fanno  le lezioncine del moralismo politicamente corretto: non siate razzisti, non siate omofobi,  non abbiate “tabù”,  non siate  religiosi, soprattutto  non vi scandalizzate, perché in questo consiste la modernità – altrimenti siete vecchi.


Scalfarotto moderno.


La  “Modernità” di Scalfarotto che “sposa il compagno”  e si complimenta che il sindaco Sala ha fatto dipinger una stazione della MM con i colori arcobaleno; la modernità della Cirinnà, la modernità di  Delrio che si occupa dello jus soli   ma trascura i problemi del ponte Morandi.  Che,  come ha detto un ex amministratore delegato di Autostrade, “era come avere un malato gravissimo in casa, bisognoso di una badante 24 ore su 24”.  Infermieri infatti ci lavoravano giorno e notte.  Non è bastato, perché il cemento non è adatto a quell’opera, s’era per giunta usurato, era giunto al termine “naturale” del materiale.


Ponte di Sidney. I ponti a campata unica si fanno in acciaio. E basta.


La Sinistra   è ormai l’incarnazione stessa di questa “modernità”  mal compresa, in ritardo,   ridotta alla “trasgressività” e all’’”Europeismo”  perché crede la UE sia la modernità invece  è   la vecchiaia,  una dittatura debole, dove è vietato mettere in discussione qualunque cosa, perché sennò crolla tutto come il Ponte Morandi.


Ma non posso tacere che intravvedo la stessa “modernità in ritardo” in Beppe Grillo,il comico che si crede diventato sociologo e filosofo senza aver studiato,   anti-industriale senza aver mai visitato un’industria, pieno di illusioni “tecnologiche” su motori ad aria compressa e simili “ecologismi”,   ed ha avuto tanto successo a predicare la decrescita felice in un Meridione dove è mancata prima la crescita, magari  infelice  ma con piena occupazione, capitalisti avanzati  e lavoro qualificato.  Nessun “grillino” se la prenda – so già che mi scriveranno  furenti – ma ascolti invece e rifletta, ora che essendo al governo,  rischia di imporre scelte “avanzate” che sono arretrate e costeranno a questo paese  come il Ponte Morandi.


Io, a 74 anni, ho la triste fortuna   che non vedrò queste ulteriori modernità. Mi conforta aver rinfrescato le mie conoscenze sul degrado inarrestabile del cemento armato:  fra 60  anni al massimo tutta la “modernità” fra cui ho vissuto, dalla Sala Nervi agli orrori dei palazzinari,  non escluso il grattacelo Pirelli (ora Regione)  sarà crollata,   maceria che si sfarina,  pulvis eris et in pulvere reverteris.


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