«Non esiste nessuna persona giuridica che rappresenti le marche globali; quello che esiste invece è uno spazio istituzionale, legale, formalizzato, che è stato prodotto passo dopo passo affinché le aziende globali potessero operarvi». Non spaventatevi. Saskia Sassen è una sociologa nonché economista statunitense, autrice di un’interessante opera: Le città nell’economia globale (il Mulino, 2010).


Attraverso un’intricata intervista la Sassen constata, a ragione, come le povere marche globali (altrimenti note come “multinazionali”) abbiano lamentato nel corso del ‘900 una notevole carenza di protezione giuridica da parte dello Stato per come lo abbiamo conosciuto fino alla fine degli anni ’70: investimenti pubblici, nazionalizzazione dell’industria, erogazione di servizi legati al welfare e controllo delle principali leve economiche impedivano uno spazio di autonomia in cui le grandi corporations potessero sprigionare tutto il loro potenziale economico. Le povere marche globali non avrebbero mai proliferato in un simile spazio giuridico, eccessivamente impegnato a redistribuire reddito tra i meno abbienti.


Com’è allora possibile che oggi il potere economico di un ristretto manipolo di global companies superi di gran lunga quello degli stessi Stati nazionali? Parte della spiegazione ce la fornisce la stessa Sassen:


[…] E questi nuovi regimi giuridici, indispensabili alla geografia globale dei processi economici, sono stati creati e legittimati dallo Stato, attraverso processi di denazionalizzazione. Gli spazi globalizzati non nascono dal nulla, ma sono stati creati attraverso un importantissimo lavoro altamente specializzato compiuto dallo Stato.


La globalizzazione capace di creare regimi giuridici utili alle grandi imprese di servizi finanziari è stata portata avanti grazie a una progressiva desovranizzazione dovuta a scelte politiche mosse per mano di un lavoro altamente specializzato compiuto dallo Stato: detto in parole povere, un lavoro ben pagato svolto dalle massime cariche dirigenziali dell’apparato statale teso a favorire la global corporate economy. Secondo la Sassen lo Stato nazionale è un feticcio, ormai prossimo a cadere in favore di una rete di città globali. Ma di cosa parliamo quando facciamo riferimento a una città globale?


E poi: chi trae beneficio da questa?


Gruene Nacht (Helmut Middendorf, 1987)


Benoît Bréville offre un interessante spaccato di città globale su Le Monde Diplomatique del novembre 2017: il giornalista francese punta il focus su Seattle, ex città industriale totalmente rimodulata negli anni ’80 per mano del pesante intervento di grandi companies come Google o Amazon. Contrariamente al caso della Silicon Valley, a Seattle tocca al centro urbano ospitare gli uffici amministrativi di questi giganti economici. La città è costruita a misura di azienda tanto che:


deserte la sera e durante le ore lavorative, all’ora di pranzo le sue strade si riempiono di una folla di persone con in mostra il badge blu dell’azienda. Giovani provenienti da ogni dove, con il bel tempo in maglietta e bermuda, si precipitano verso foodtruck e ristoranti dai menu esotici, biologici e senza glutine.


Si aprono le porte della città globale, benvenuti all’inferno.


Immaginare cosa si celi al di là delle immaginifiche porte d’accesso al regno di questa classe agiata, reclusa in tale ludibrio dell’umana esistenza, non è un’impresa ardua. Saskia Sassen ci aiuta in quest’opera d’indagine e lo fa con una sconcertante franchezza:

[…] lo stesso processo di produzione comprende una varietà di lavoratori e di imprese che di solito non vengono pensati come parte dell’economia dell’informazione, in particolare segretarie, addetti alla manutenzione e alle pulizie. Eppure, anche queste mansioni sono una componente chiave dell’economia dei servizi. […] In una città è necessariamente presente una quota rilevante di lavori a bassa retribuzione, che vengono spesso ritenuti irrilevanti per l’economia avanzata dell’informazione, benché ne siano parte integrante

.

La città globale poggia le sue fondamenta virtuali sulle spalle di una nutrita schiera di working poors a bassa retribuzione.


The Encounter (Maurits Cornelis Escher, 1944)


Quale diabolica mente si cela dietro la progettazione di tale non-luogo giuridico? Uno dei massimi esperti sul tema è l’economista Richard Florida: la città globale idealizzata (e poi realizzata, come nel caso di Seattle) da Florida è una città aperta, multiculturale, dove i migliori talenti a livello mondiale nel campo delle arti, della finanza, del giornalismo, della medicina e della ricerca si addensano in centri urbani colorati, vivi, frizzanti: questo docente di economia li definisce centri città dinamici. Stando alle teorie dell’accademico di Toronto, il target dei grandi centri urbani risulterebbe radicalmente stravolto rispetto al passato:


per le città l’obiettivo non sarebbe più attirare imprese, costruendo autostrade e centri conferenze od offrendo vantaggi fiscali e sovvenzioni, ma far arrivare “talenti”.


Grazie ai suoi numerosi contatti con le amministrazioni cittadine di mezzo pianeta, Florida è ormai un vero e proprio influencer a livello mondiale: le sue consulenze per introdurre gli amministratori alla sua visione di città globale e trasformare un banale centro urbano sono pagate a peso d’oro: lezioni, conferenze e convegni per un prezzo che oscilla tra i 30000 e i 40000 dollari. La città globale idealizzata dal docente statunitense è definita un paradiso degli hipster mentre la Sassen la dipinge come una sorta di paesaggio esotico. Muta il concetto di turismo:


aumentano costantemente i turisti che vogliono visitare una città non soltanto perché attratti dai musei o dall’antichità, ma anche per sperimentare quello che potremmo definire l’esotismo urbano”, la presenza dei punk, la mescolanza di persone provenienti da tutto il mondo, le ultime creazioni di architetti famosi […] queste trasformazioni in atto nel mondo della politica contribuiscono anche all’esperienza della rinascita delle città.


La città globale annichilisce il significato di scambio culturale, di cooperazione, di folklore, di crescita sociale. Il viaggio è depauperato di ogni sfumatura romantica: che valore potrebbe assumere per l’essere umano lo spostamento in un non-luogo perfettamente identico a quello da cui si proviene? Tale assetto sociale parrebbe preservare unicamente il profitto dei rentier, di coloro che muovono le masse dei lavoratori guardando al lavoro come a una merce.


Berlin street scene (Nikolaus Braun, 1921)


Come spesso ricordato dal noto economista Ha-Joon Chang l’immigrazione è il principale strumento a disposizione degli Stati per controllare il livello dei salari. In “Le città dell’economia globale”, Saskia Sassen dimostra di aver appreso alla perfezione questa lezione:

La presenza, o l’assenza, di una notevole massa di manodopera immigrata è potenzialmente rilevante per tutta una serie di questioni, fra cui il livello salariale nella fascia inferiore del mercato del lavoro e le sue conseguenze sul costo della vita e sulla competitività delle attività locali, nonché sui modelli di segmentazione e di opportunità di avanzamento dei lavoratori autoctoni.


La città globale è una creatura complessa che per sopravvivere abbisogna di molte energie, a basso costo se possibile. La Sassen inquadra il fenomeno senza nascondersi: la classe agiata, chi manovra e prende decisioni dal 143esimo piano di un grande grattacielo situato nel centro della città globale dipende:


dal personale adibito alla manutenzione molto più di quanto ne dipenda la dimora suburbana della classe media, con il suo elevato ricorso al lavoro familiare e alle attrezzature domestiche.


Chi in particolare dovrebbe svolgere queste mansioni è una classe di lavoratori disagiata, abbandonata a se stessa, scevra di tutele.


Le città sono anche i luoghi in cui si concentra una quantità sproporzionata di tutti i migranti del nord globale.


La Sassen li definisce i circuiti globali della sopravvivenza: labirinti celati agli occhi dei “talenti”, cunicoli sudici, disumani, un sistema fognario all’aria aperta nascosto sotto le stuoie colorate e variopinte del multiculturalismo della città globale. Protagonisti di questi lugubri ambienti sociali sarebbero le donne e gli immigrati al punto che in un passaggio critico di una recente intervista la Sassen arriva ad invocare la loro presenza (“Gli sfruttati, i miserabili, i rifugiati, i senza documenti” ndr) al fine di “far lavorare” norme altrimenti meramente formali sui diritti umani. Si avverte inoltre una punta di disprezzo nelle parole che la sociologa statunitense, sardonica nell’occasione, utilizza per descrivere il nuovo assetto di questi circuiti: l’immagine dell’immigrata che serve la professionista bianca della classe media ha sostituito quella tradizionale della donna di colore che serve il padrone bianco. Benvenuti nel mondo privo di muri.


Carne da macello si (s)vende al mercato


È lapalissiano che dietro tolleranza, multiculturalismo e dinamismo ci siano delle pesanti contraddizioni: questi nuovi centri urbani globalizzati producono ricchezza principalmente grazie all’industria di servizi (prevalentemente finanziari), ma come fa notare la Sassen spesso «non si presta sufficiente attenzione all’insieme di mansioni, molto o poco retribuite, che concorrono a produrli [i servizi]».


Si indagano gli effetti, vietato proferir parola sulle cause del fenomeno: nei suoi studi viene data per scontata la deregolamentazione del mercato del lavoro (favorita, come abbiamo visto dalla progressiva opera di desovranizzazione), l’informalizzazione dell’economia, la crescente presenza di working poors, basse retribuzioni e carenti tutele. Viene quindi accettato un certo tasso di disoccupazione naturale, totalmente rimosso il problema politico del mercato del lavoro e del perseguimento del pieno impiego, unico strumento (dinamica colta con grande lucidità dai nostri padri costituenti) in grado di conferire dignità all’esistenza umana. Saskia Sassen, perdonate la franchezza, veste i panni di una moderna Mengele al soldo del grande capitale.


La città globale è perciò un non luogo giuridico in fuga dalle restrizioni del crudele stato nazionale, un meta-luogo dove si delinea l’estinzione di quella classe media che un buon compromesso tra crescita capitalistica e consumismo aveva saputo creare e dove si vengono a solidificare due nette classi sociali in contrapposizione l’una con l’altra. Per descriverle ci rifacciamo al profetico testo di H.G Wells, la macchina del tempo (1895, sic!): nelle terrazze celesti della città globale stanno gli eloi, i privilegiati degni di trarre ogni tipo di godimento dall’informalizzazione del lavoro tesa a soddisfare (in condizioni di schiavitù) una maggiore domanda di costosi servizi e prodotti personalizzati. Lontani da questa classe egemone, nelle profondità di un mondo sotterraneo fatiscente e privo di luce stanno i morlock, le classi popolari a basso reddito, il cui unico scopo è svolgere mansioni di basso rango per soddisfare la propria «maggiore domanda di servizi e prodotti a prezzi estremamente bassi».



Tratto dal film “Madmax: Fury road”. Nella distopia della città globale una massa disorganizzata di Murlock trarrà giovamento solo quando gli eloi lo vorranno


Non è un caso che nella Seattle descritta da Bréville i ceti meno abbienti impiegati in lavori poco qualificati occupino le periferie: «niente impedisce ai proprietari di aumentare gli affitti ogni volta che vogliono e in questo modo la città sta diventando inaccessibile per le classi popolari». L’elucubrazione mossa intorno alle città globali da personaggi come la Sassen o Florida è schiacciata sotto il peso delle dichiarazioni di chi la città globale la vive concretamente, osservandone e talvolta patendone tutti gli effetti. Toby Thaler, avvocato in pensione residente a Seattle, si confessa a


Le Monde Diplomatique:


dappertutto, la gente esclama estasiata: “Oh Seattle, questo faro illuminato dal progressismo” … ma noi viviamo in una città profondamente diseguale! Non siamo in grado di fornire abitazioni alle nostre classi popolari, i promotori hanno libero accesso al municipio e, siccome nello Stato di Washington non ci sono imposte sul reddito, abbiamo il sistema fiscale più regressivo del Paese: la quota di reddito che i ricchi devono destinare a tasse e imposte è inferiore a quella pagata dai poveri.


Temo le città globali e sogno una rieducazione circa il concetto di Stato. Intorno a quest’ultimo il nostro Paese sta vivendo un autentico medioevo culturale: Leviatano per tanti, garante dei diritti sociali secondo pochi, pochissimi. Nel 1648 il trattato di Westfalia, tra le altre cose, pose fine alla guerra dei trent’anni e plasmò il principio del superiorem non recognoscentes, per cui uno Stato nazionale con minor forza economica non avrebbe accettato ingerenze da parte di Stati terzi. Non fu questo tipo di nazionalismo a condurre alle tragedie del ‘900, ma un travalicamento di questa accezione di Stato indirizzata verso il dominio sovranazionale


. Le costituzioni democratiche del XXI secolo segnano un importante momento di rottura con tale concezione imperialistica, dato che nelle stesse (e la Costituzione italiana non ha eguali in questo) viene assunto come compito inderogabile dello Stato (e non di altri!) la protezione dei lavoratori e la conduzione di politiche economiche tese alla piena occupazione. Il lettore trasalirà: «ah sì? E dove stanno?». La stessa domanda venne posta da un gigante della costituente come Piero Calamandrei il 6 marzo del 1947, durante una seduta della stessa. Fu Lelio Basso a rispondergli con queste stesse parole:


Certo, non è vero oggi che la democrazia italiana sia in grado di garantire a tutti il lavoro, che sia in grado di garantire a tutti un salario adeguato alle proprie esigenze familiari. Ma il senso profondo di questi articoli sta nell’armonia complessa della Costituzione, dove tutto ha un suo significato, e dove ogni parte si integra con le altre parti, sta proprio in questo: che finché questi articoli non saranno veri, non sarà vero il resto; finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizzeremo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia.


È lo Stato nazionale e non le città globali – fondate su precarizzazione e disumanizzazione della vita – che può tutelarci e permetterci di vivere con dignità. Natalino Irti insegna che il profitto non conosce frontiere ed è per questo che è necessario osteggiare con tutte le forze una retorica come quella della Sassen:


affinché si affermi un mercato mondializzato dei capitali e si apra uno spazio di operatività per le ditte nazionali con ambizioni globali, alcuni settori dello stato nazionale devono operare in modo da denazionalizzare alcune componenti statali. È così che questi settori ottengono più potere.


Lo Stato nazionale garantisce la tutela dei diritti inviolabili dei propri consociati, l’abbattimento di ogni frontiera mira alla prevaricazione da parte di forze esterne sugli stessi. Il fine ultimo perseguito in passato dalle cannoniere è oggi inseguito dai trattati di libero scambio orchestrati da FMI,


Banca Mondiale e WTO. Mutatis mutandis, temo le città globali.