ZONA FRANCA Marcello Veneziani intervistato da Alessandro Gnocchi

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ZONA FRANCA Marcello Veneziani intervistato da Alessandro Gnocchi


In mezzo ai piccoli e grandi sommovimenti che agitano la Chiesa, emerge un fenomeno  particolarmente interessante. Si tratta della riflessione, tutt’altro che banale e scontata, di osservatori estranei al cosiddetto “tradizionalismo” che si pongono su una marcata linea critica della attuale situazione ecclesiale. Le argomentazioni non sono sempre sovrapponibili a quelle sostenute da questo sito e, in genere, da ambienti tradizionali. Anzi, soprattutto per quanto riguarda le cause e i tempi della crisi, se ne discostano anche sensibilmente.


Ma hanno il pregio di essere oneste, intelligenti e, in particolare, di non avere fini di lucro intellettuale, professionale o di potere. Riscossa Cristiana ha quindi deciso di dare a queste voci uno spazio che, fin dal nome “Zona Franca”, garantisce loro di dirci tutto quanto pensano su ciò che da sempre ci sta a cuore. Ciò non per andare a tutti i costi in cerca di “ciò che unisce”, ma per misurarci con intelligenza su ciò che divideva e magari, in parte, ancora ci divide.


Pensiamo sia importante capire a che cosa è dovuto il cambiamento di orizzonte avvenuto in questi anni. Anche se non sempre il tempo è galantuomo, i galantuomini sanno sempre far buon uso del tempo. Grazie a Dio.


INATTUALE È CIÒ CHE NON MUORE A colloquio con Marcello Veneziani di Alessandro Gnocchi


Incrociai la prima volta Marcello Veneziani giusto trent’anni fa, era l’autunno del 1988. Gli portai un’intervista che avevo fatto a Gianfranco Miglio per Pagine Libere, una storica rivista della destra sociale e sindacale che, con la sua direzione, si proponeva come punto di riferimento della cultura non allineata. Questo per dire che la biografia di Veneziani si è sempre intrecciata con ciò che a destra ha avuto a che fare con la cultura e l’esercizio dell’intelligenza.


Un bagaglio fondamentale per comprendere un’epoca come quella attuale, che ama definirsi postideologica pur continuando ad alimentarsi delle categorie ideologiche. Oggi, da editorialista del Giornale e da saggista, Veneziani è tra i pochi ad aver compreso che la contrapposizione politica tra destra e sinistra non è altro che il riflesso della più profonda lotta fra tradizione e modernità. Dunque non è strano se, non essendo credente, abbia compreso più e meglio di molti cattolici le ragioni di ciò che non va nella Chiesa.


Ma prima di arrivare a questo tema, bisogna partire dai “Cento ritratti di maestri sconvenienti” raccolti negli Imperdonabili, un saggio pubblicato lo scorso anno da Marsilio. Parto da qui perché, fra questi “maestri sconvenienti”, ritrovo le tracce lungo le quali ho camminato, e in molti casi continuo a camminare, anch’io. Sono disposte in un ordine sparso che mi piace e riconosco, anche se non è sempre il mio, o semplicemente non lo è più. Ma come non provare affetto? Evola e Guareschi, Pound e Dostoevskij, Spengler e Solzenicyn… E poi il tocco di Cristina Campo, citata fin dal titolo, a legare tutto, con quel suo concetto di imperdonabilità che è un’irrevocabile rivolta contro il mondo moderno.


Marcello, chi è l’imperdonabile? Gli imperdonabili di oggi sono gli stessi di ieri perché, forse, più che una questione di pensiero, la loro è un’attitudine dello spirito?

Gli imperdonabili sono coloro che non si allinearono al potere dominante del proprio tempo. Coloro che seppero essere inattuali, cioè non appiattiti sul loro presente, ma capaci di guardare al passato e al futuro senza concedere nulla al conformismo vigente. Non tutti i cento autori che ho ritratto sono Imperdonabili nel senso che ho indicato. Ma il filo conduttore in linea generale è stato quello, la loro “sconvenienza” e la capacità di sopravanzare il proprio tempo.


La nostra generazione, nata e cresciuta a destra, è stata spesso costretta a trovarsi maestri altrove, con letture persino eretiche agli occhi di una cultura, o non-cultura, intellettualmente bigotta. C’è qualcuno che hai sentito particolarmente vicino?

Ho avuto fratelli maggiori e ho conosciuto di persona qualche autore di riferimento: i primi si ritrovano nel post scriptum del libro e i secondi figurano tra i cento autori, ma non potrei dire di aver conosciuto e frequentato maestri. Tra i primi ricordo Accame e Gianfranceschi, Cattabiani e Buscaroli e altri; tra gli autori di riferimento penso a Del Noce, Severino o De Benoist. Ma i grandi maestri li ho conosciuti a distanza, nelle loro opere.


Più ancora, in questi decenni, a destra ci si è dovuti inventare il mestiere di scrivere. Tu hai trovato dei maestri?

Riferimenti sì, maestri in senso stretto no. Ossia non ho mai scritto avendo in mente autori e opere come paradigmi. Ma sicuramente, e inconsapevolmente, sono stato influenzato da molti scrittori e giornalisti: penso a Papini e Prezzolini, penso a Montanelli, a Longanesi e Flaiano, penso a Pessoa e la Yourcenar, ma dovrei citarne ancora tanti…


Ammesso che esista ancora, che cosa caratterizza l’uomo di destra? È possibile che sopravviva assediato dalla cultura di massa che ti raggiunge via smartphone anche in mezzo al deserto?

Da anni non mi pongo più il problema di dire o nascondere i tratti salienti della destra… Mi limito a guardare ai contenuti e a non badare alle etichette. Per esempio credo che sia fondamentale collegarsi a una tradizione, legarsi a una comunità e sentirsi eredi di una civiltà, considerare l’amor patrio, la famiglia, il senso religioso come proiezioni e protezioni necessarie per vivere e dare un senso alla vita. Tutto questo per me è essenziale, poi se questi principi configurano o meno una scelta di destra mi pare un dettaglio secondario. La cultura di massa è pervasiva nel suo nichilismo e nel suo distruggere ogni riferimento culturale, trascendente e spirituale. È potente nei mezzi quanto debole nel pensiero; da qui la speranza che un pensiero forte, pur debole nei mezzi, possa fronteggiare la sfida.


Che cosa ti ha amareggiato o deluso di più se pensi a quello che progettavi e speravi tanti anni fa?

Troppe cose, direi che mi ha deluso la vita, ho perso ogni fiducia che la giustizia, il merito, la responsabilità, la qualità, la coerenza, il valore e i valori contino qualcosa. Ho smesso di sperare, testimonio a vuoto, sapendo di affrontare la solitudine, la disattenzione, l’incomprensione. Ma non ho altra scelta e vado avanti. La noncuranza alla fine comprende anche se stessi.


In un tuo libro hai fatto l’elogio della tradizione definendola già nel titolo nel modo più semplice possibile: Di padre in figlio. A mio parere, oggi è proprio questo approccio esistenziale che manca a chi parla di tradizione. Volente o nolente, l’uomo di tradizione è costretto a intellettualizzarla e quindi a negarne l’essenza, che è vita concreta. Penso a Peguy, che rimproverava ai seguaci di Maurras di non avere neanche un barlume dello spirito della vecchia Francia, barlume che invece avevano i suoi vecchi maestri di scuola, i quali pensavano di essere rivoluzionari. Vuol dire che la tradizione ha perso perché i tradizionalisti ne hanno fatto un concetto?

La tradizione è il senso della continuità, la capacità di trasmettere di padre in figlio; o di consegnare la fiaccola ricevuta, come il tedoforo. Questo è il sentimento fondamentale della tradizione, su cui poi si può fondare una visione trascendente che si spinge fino ai territori del sacro. Ma la tradizione è una rielaborazione culturale di un bisogno naturale, umano, universale. È un’esperienza selettiva per cui, alla fine, la tradizione è quel che resta di ciò che passa. Non va intellettualizzata, ma va concepita in una visione gerarchica, ciascuno secondo il suo rango.


Se la destra non sta bene, neanche la sinistra può stare allegra e spesso se ne nasconde la decadenza dicendo che queste categorie sono superate. Ma, più che superate sono decadute. La sinistra è passata dalla teoria dell’egemonia culturale di Gramsci alla sua realizzazione pratica con Fabio Fazio. La destra ha visto come leader Berlusconi che, grazie alla tv, ha diffuso più e meglio dei rivoluzionari le teorie libertine del 68. Non c’è un effetto tragicomico in tutto questo?

La sinistra ha tradito se stessa quando ha sostituito la difesa dei poveri, la richiesta di giustizia sociale con la difesa di alcune minoranze e di alcuni canoni radical-borghesi che vanno sotto il nome di politically correct, spostandosi dai diritti sociali ai diritti civili. Ma ha perso quasi ovunque la sua battaglia, non ha più il consenso popolare, ma solo di minoranze solitamente benestanti e le sue esperienze di governo sono state di recente battute quasi ovunque. Dall’altra parte il berlusconismo è stato un fenomeno di monarchia mediatica, su basi seduttive, in cui si mescolavano temi moderati, temi conservatori in versione pop e temi liberali, liberisti, libertari e libertini. Il grande merito di Berlusconi fu di portare alla vittoria forze popolane come la Lega e forze emarginate come la destra nazionale; e di sconfiggere politicamente (ma non culturalmente) la sinistra.


Poi la pochezza degli alleati di destra, l’ostilità dei poteri forti, il taglio esclusivamente personalistico della battaglia berlusconiana, hanno reso quell’esperienza povera di risultati. Il berlusconismo è passato sull’Italia come un palliativo, una nuvola di suggestioni ma senza lasciare vere tracce.


Se c’è una crisi che le contiene e, a mio avviso, le spiega tutte è quella della chiesa cattolica. Tu, da non credente, sei un critico che guarda con attenzione e con dolore quanto sta accadendo. Quali sono gli aspetti che ti inquietano di più?

La crisi religiosa, cristiana e cattolica, non nasce certo nei nostri anni; diciamo però che col pontificato di Papa Bergoglio assume una dimensione più grave perché, da un verso, la risposta cattolica sembra essere un tentativo di inseguire il proprio tempo e di assecondarne anche gli aspetti più contraddittori; dall’altro, il suo successo mediatico e tra gli atei non si converte in un risveglio religioso, ma in una specie di onda “simpatica” per un personaggio e per una chiesa che somiglia sempre più a una Ong.


La crisi non è solo una questione di vertice, ma arriva fin nel più profondo delle parrocchie dove ormai molti fedeli che pensano di essere cattolici non sono più neanche vagamente cristiani. Che cosa si aspetterebbe invece un laico serio da un cristiano serio?

L’ateismo pratico, il nichilismo assoluto, il cinismo hanno corroso lo spirito della civiltà cristiana e ne hanno minato le basi. Non si può pensare che il rimedio sia solo quello di accogliere migranti, di cercare la soluzione nel dialogo con le altre religioni e le altre culture, magari dimenticando le condizioni drammatiche di molti cristiani e cattolici perseguitati nel mondo. Vorrei che un cristiano fosse anche per un laico un esempio di vita, uno di cui fidarsi, uno che ha qualcosa in più dalla sua parte…


E che cosa pensi che si aspetti un cristiano serio da un laico serio?

Che prenda sul serio la vita, che non viva per gioco, caso e distrazione; che si interroghi sul suo destino. Anche per un laico la vita non va solo vissuta ma va dedicata. Vivere non basta.


La cifra 8 ricorre nella data di morte di Guareschi (1968), Jünger (1998), Solzenicyn (2008), quasi a sottolineare la loro comune imperdonabile inattualità. C’è qualcosa che ti colpisce in particolare in ciò che li lega?

Sono tre figure diverse, con campi di interesse diversi, e se Guareschi e Solzenicyn furono narratori e raccontarono la vita senza perdere la fede, Jünger invece è una sentinella sull’orlo del nulla, un visionario esteta e aristocratico che gioca la sua partita con la sorte, senza cercare riparo e consolazione in una religione. Li leggo per differenti ragioni: Guareschi in fondo ci insegna l’abc elementare della vita e del buon senso, nel suo Mondo piccolo dove anche Gesù si fa piccolo, paesano e ti suggerisce il da farsi. Solzenicyn è il testimone e martire di una fedeltà a Dio, alla sua Russia, alla Tradizione, che seppe denunciare oltre il gulag anche l’inaridimento spirituale del materialismo occidentale. Jünger è pensatore simbolico, metafisico di un’epoca che ha perduto Dio, gli dei, la Tradizione e cerca di affrontare eroicamente la condizione disperata del suo tempo.


Vorrei chiudere come abbiamo aperto, con Cristina Campo. Quando passo da Bologna cerco sempre di andare alla Certosa, sulla sua tomba per portarle delle rose. Mi dici come l’hai scoperta e cosa ti colpisce di lei?

Il primo a parlarmene fu Alfredo Cattabiani. Poi, quando lessi le sue opere negli anni Ottanta, mi innamorai della grazia perfetta del suo scrivere, del suo pensare, del suo essere. Pochi hanno saputo vivere con l’attenzione spirituale di Cristina Campo. Le sue rare opere, i suoi densi carteggi, le sue letture e traduzioni, lasciano la convinzione che qualcosa poi resti, da qualche parte. Una fiducia misteriosa, trascendentale, nonostante tutto…


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