Di fronte alla figura di merda mondiale di Riotta, il Perozzi e la 'strage di mondane' sono da Pulitzer

Di Mauro Bottarelli https://www.rischiocalcolato.it/

Di fronte alla figura di merda mondiale di Riotta, il Perozzi e la “strage di mondane” sono da Pulitzer




Prima di tutto, permettetemi una breve premessa in tre punti. Primo, occupati come siamo a inseguire i fantasmi politically correct che arrivano dal confine fra Texas e Messico, rischiamo di perdere la bussola rispetto a cosa sta accadendo nel mondo. Ovvero, alle cose davvero serie. E non mi riferisco alle elezioni di domani il Turchia, il cui risultato lo sapremo veramente soltanto lunedì sul mercato dei cambi, seguendo l’andamento dell’ormai zigzagante lira turca (la quale ci dirà se, dopo l’ennesimo slalom alla Alberto Tomba, il buon Recep Erdogan avrà finalmente scelto il “lato giusto” su cui schiararsi in Siria) ma di quanto sta accadendo poco più in là, nel teatro di guerra siriano, appunto:



perché tale è, occorre ricordarlo. Soprattutto quando si mettono nel mirino soldati lealisti nella zona di de-escalation: chiamasi, aperta provocazione. Alla vigilia, questo sì, del voto in Turchia. Un messaggio molto chiaro. Secondo, eviterò come la peste (come direbbe Emmanuel Macron) di infilarmi nel ginepraio politico italiano, perché fra vaccini, migranti in continua partenza con direzione Sicilia e scambio di vedute fra Di Maio e ministro Tria sul reddito di cittadinanza, si rischia la guerra civile da queste parte.


Mi limito a una constatazione: grazie al cielo, domani si vota per i ballottaggi in 75 comuni e poi, se il Signore ci assiste, fino alle europee del 26 maggio la campagna elettorale, con i suoi toni e i suoi proclami, dovrebbe essere finita.



Terzo, strettamente connesso. Ovvero, per una campagna elettorale che speriamo finisca, una rischia di partire a brevissimo. E con conseguenze ben poco preventivabili. Domani a Bruxelles si terrà il cosiddetto mini-vertice preparatorio del Consiglio UE sui migranti del 29 e 30 giugno, un’assise poi nemmeno tanto piccola, visto che alla fine saranno 16 i membri che si siederanno attorno al tavolo convocato da Jean-Claude Juncker.


Non ci saranno i Paesi del Gruppo di Visegrad e nemmeno l’Austria prossimo presidente di turno dell’UE ma ci sarà la Germania di Angela Merkel, di fatto pivot dell’intera vicenda, quantomeno per il fatto che fu proprio la scelta di Berlino di aprire le porte indiscriminatamente all’immigrazione a innescare il domino, poi concretizzatosi con la chiusura della rotta balcanica, l’accordo con la Turchia e i conseguenti sbarchi di massa sulle nostre coste. Bene, come vedete



non solo Angela Merkel non affida alcuna speranza alla riunione di domani, strozzandone di fatto nella culla ogni possibile intento chiarificatore ma, addirittura, è l’idea stessa di collegialità europea ad essere stata seppellita dalla Cancelliera, visto che si parla apertamente di accordi bilaterali o multilaterali fra Stati, quindi senza la mediazione di Bruxelles e, di fatto, senza la sua regia statutaria. Si torna, di fatto, al regime di sovranità in base al quale ogni nazione decide la propria politica, trovando accordi al riguardo con gli Stati interessati o più affini a livello di agenda. A mio avviso, una notizia a dir poco epocale, arrivando da Berlino. Ma attenzione, perché un’altra notiziona al riguardo arriva da un pochino più a Nord, da Amburgo, dove ha sede la redazione centrale del settimanale “Der Spiegel”.


E cosa ci dice, nel suo ultimo numero, dalla copertina decisamente esemplificativa del momento politico?





Che il segretario generale della SPD, Lars Klingbeil, preso atto della situazione, fra la fine della scorsa settimana e l’inizio di quella che va a concludersi avrebbe tenuto tre riunioni strategiche con lo staff elettorale in vista di un ritorno anticipato al voto, la cui scadenza vedrebbe una delle tre ipotesi al vaglio cadere addirittura entro la prima metà di settembre. Insomma, crisi di governo lampo all’orizzonte.


Insomma, non dico che lunedì potremmo svegliarci in un mondo senza più Angela Merkel al potere ma, stante l’impasse già sancita dalla stessa Cancelliera e la minaccia al riguardo di Horts Seehofer, fra due lunedì, invece, l’ipotesi potrebbe non essere così peregrina. Anche in questo caso, un qualcosa di storico.



E di preoccupante, se accantoniamo il lato meramente politico della vicenda e proviamo a mettere in prospettiva l’eventuale reazione dei mercati a una crisi di governo in Germania con campagna elettorale in piena estate, quando i volumi bassissimi permettono scorrerie borsistiche e attacchi speculativi cui è sempre difficile reagire efficacemente. Fossi un membro del governo italiano, seguirei la questione con molta, molta attenzione. E predisporrei una bella task-force per i mesi estivi al MEF, tanto per non sapere né leggere, né scrivere.



Chiusa la premessa, ora veniamo alla “ciccia”. Già, perché mai come in questo caso la definizione di figura di merda mondiale calza a pennello. A chi doveva farla, fra centinaia di inviati ai Mondiali di calcio in corso in Russia, se non un giornalista italiano? E non uno qualsiasi ma il debunker per antonomasia, lo smascheratore di fake news in serrvizio permanente ed effettivo, la coscienza atlantista e liberal di questo Paese sempre più alla deriva nel populismo più bieco: Gianni Riotta.


Il quale, signori miei, non si capisce per quale cazzo di motivo dovrebbe essere inviato in un contesto calcistico, essendo editorialista-analista-corsivista-commentatore ma tant’è, ci ha regalato una perla. E di quelle serie.


STRAGE DI MONDANE


IL FORNAIO


Roba che mi ha subito fatto tornare alla mente quel maestro di giornalismo del Perozzi di “Amici miei”, l’uomo che inventava stragi di mignotte per allietare prostitute e clienti del bar in cui si recava all’alba, uscendo dal lavoro, per il rito di caffè e sigarette, l’uomo che aumentava di un’unità – la sua amante, moglie del fornaio – il bilancio delle vittime di un incidente stradale per schiacciare con il senso di colpa le intenzioni divorziste della moglie e non doversi più sorbire in solitudine il demoniaco figliolo, l’uomo che sapeva sempre sbloccare le situazioni di stallo e noia, magari con una bella gara a chi prendeva meglio a sberle i passeggeri dei treni in partenza che si sporgevano dal finestrino per salutare i congiunti sul binario. Ho pensato a lui, al Perozzi, quando ho visto questo:



già, perché fra migliaia di giornalisti di testate di tutto il mondo presenti in Russia, il 90% dei quali appartenenti a gruppi editoriali non certo teneri con Vladimir Putin e quindi pronti a denunce di ogni genere dopo aver tramutato quella sesquipedale cagata del Russiagate in un caso editoriale da Pulitzer, chi doveva scoprire la censura delle autorità moscovite sulla libera stampa, vittima di perquisizioni e sequestri degni del KGB di Breznev, se scoperta a criticare il governo dello Zar nelle sue cronache sportive? Ma lui, ovviamente! Una denuncia dura, seria, roba da far accaponare la pelle a chiunque abbia a cuore la libertà di espressione in un mondo già vittima delle bufale e delle fake news, di cui la Russia è notoriamente fabbrica globale.


Peccato che, conoscendo l’elemento (uno che immagino dorma con la foto di Mike Pompeo sul comodino, mentre quella di Madeleine Albright fa bella mostra sulla consolle fin de siècle del soggiorno), l’ambasciata russa in Italia lo segua su Twitter e, preso atto della vibrata denuncia, abbia deciso che sia finito il tempo dell’umana pietà, in base al quale si lasciava che Riotta giocasse al fare il Bob Woodward dei poveri in tv come si lascia credere ai matti di essere Napoleone e abbia risposto:



sputtanandolo. Vagamente. E lui, il nostro eroe, cosa fa? Accetta la figura di merda e chiede scusa, come avrebbe fatto – ricorrendo all’ironia dissacrante – il Perozzi? No, rilancia, facendosi scudo di un suo amico all’ANSA che balbetta in qualche maniera una sorta di difesa del nostro affezionatissimo. Il quale, solitamente, è venerato come un Re Mida della notizia dal circuito mainstream dei media nazionali.


Questa volta, invece, silenzio totale. E qui Riotta dimostra di essere anche un ingrato, perché già riuscire a far calare il silenzio su una figura di merda del genere, si configura come atto di grande generosità da parte dei potenti colleghi, i quali non hanno speso un tweet in sua difesa, perché va bene la solidarietà ma qui siamo addirittura oltre il forno crematorio di Assad paragonato ai camini di Auschwitz, capolavoro inarrivabile del duo Mentana-Mimun. Ma lui no, lui non molla. Fattosi forte del “Moscow Times”, a quanto pare unica testata russa credibile, visto che fino alla scorsa settimana per Riotta dalla Russia uscivano solo fake news confezionate dal Cremlino e del collega dell’ANSA, ecco che il nostro eroe rilancia: colpa dei troll scatenati dall’Ambasciata russa in Italia che vuole depotenziare la sua denuncia clamorosa!




Ora, il fatto che nemmeno la peggiore stampa USA, quella che fa impallidire per maccartismo di ritorno anche John McCain e Chuck Norris, abbia cagato di pezza Riotta e il suo tweet, già di per sé la dice lunga ma qui siamo al caso clinico, perché voler anche rilanciare in tono di sfida, arrivando all’arroganza di dire che “qui le fake news non passano”, significa voler andare incontro al martirio professionale. Perché per quanto Vladimir Putin possa essere despota nell’animo, a vostro modo di vedere è così coglione da fornire un bazooka carico ai suoi detrattori di mezzo mondo, sequestrando telefonini e pc ad inviati sportivi, se scoperti a criticarne l’operato sui social?



Lui, l’uomo su cui è stata riversata più merda mediatica degli ultimi 20 anni, si preoccupa dei tweet di Riotta e soci, arrivando al paradossale autogol di tramutarli in martiri della libertà di stampa? Senza contare che il nostro ha un passato ai vertici del KGB, quindi se proprio deve operare per silenziare qualcuno, immagino faccia in modo che non possa poi denunciarlo su Twitter. Verrebbe spontaneo chiedere a Gianni Riotta perché, ad esempio, trovandosi in zona, non faccia un salto in Ucraina, di fatto il 52mo Stato degli USA: lì sì che avrebbe materiale su cui lavorare, quando si parla di intimidazione. Anche nei confronti dei giornalisti.



Ah no, anche in quel caso il buon Riotta ha già dato, incolpando a tempo di record Vladimir Putin per la morte di Arkadji Babchenko, poi miracolosamente risorto in quello che appare il false flag più idiota della storia, roba che “Vieni avanti cretino” può essere usato come tutorial a Langley o Quantico. Peccato, perché in quel caso il buon Riotta ha poi cancellato la sua vibrata protesta su Twitter, forse in un sussulto di dignità. Oggi, invece, insiste. E rilancia. Il buon Perozzi, da lassù, ti guidi e ti assista, caro Gianni. Poi, mi raccomando: la mattina ricordati la pillolina rossa, altrimenti per forza che vedi spie del KGB e hacker russi dappertutto…


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