Il nonno di Salvini

MARCELLO VENEZIANI

Il nonno di Salvini

Se cercate le radici culturali e umorali del cattivismo di Matteo Salvini, ma anche del decisionismo e del sovranismo, dovete tornare con la mente e la memoria a quella specie di zio Drago degli Addams o di Nosferatu che fu il professor Gianfranco Miglio. Ve lo ricorderete, il burbero professore di Como, che fu per anni il teorico di punta della Lega, prima che litigasse con Bossi, ma che aveva alle sue spalle una storia culturale di grande rilievo.

Se cercate una matrice culturale a quel che dice Salvini, la trovate in quel rivoluzionario e reazionario lucido e spietato che fu Miglio. Lui sui migranti e i rom, sull’Europa dei mercanti e sul buonismo sinistrese aveva idee più drastiche del suo vituperato ma popolarissimo nipote che ora siede al Viminale e presiede nei sondaggi.

Fu lui, il Professor Miglio, ilteorico della Padania ma anche lo strenuo difensore della civiltà cristiana, ben prima e ben oltre la Fallaci, e a un livello più alto, anche se meno efficace. E non si trovò a vivere il terrorismo islamico dalle Due Torri in poi. Quest’anno è il centenario della sua nascita, ed è uscito in questi giorni il suo primo libro, la sua tesi di laurea di epoca fascista. Ha un titolo chilometrico e una copertina austera, Le origini e i primi sviluppi delle dottrine giuridiche internazionali pubbliche nell’età moderna(ed. Aragno) e c’è già in nuce il suo pensiero, e l’idea di una repubblica cristiana, una comunità organica.

Miglio fu un gran scienziato della politica, un po’ stregone, il più grande allievo nostrano di quel mostro di genialità e cattiveria che fu Carl Scmhitt. E difatti Schmitt definì Miglio il pensatore della politica più lucido d’Europa.  Fu Miglio alla fine degli anni ottanta a scoprire, come Cristoforo Colombo, la Padania in un viaggio da casa a casa, che fece intorno al suo giardino. Ci arrivò tramite il federalismo, la secessione, le macroregioni, le sue tre caravelle in viaggio verso la Confederazione italiana, con un occhio ai Cantoni e uno alla Germania.

Ma fermiamoci qualche Miglio indietro, prima della scoperta della Padania. 

Miglio fu tra i primi in Italia che spezzò il circuito cerimonioso degli adoratori della democrazia parlamentare e del formalismo giuridico. E importò categorie toste come il conflitto alle origini della politica, la dialettica amico-nemico, come l’aveva figurata Schmitt, l’idea del leader come decisore, il legame fiduciario diretto tra capo dell’esecutivo e popolo.

Mi ricordo da ragazzo quando studiando per l’esame di filosofia della politica, scoprì tra tanti Bobbio, Passerin d’Entreves e altri studiosi che oscillavano tra il pensiero liberale e il pensiero marxista, passando per il socialismo, l’antifascismo e il cattolicesimo democratico, le pagine taglienti di questo Professore della Cattolica di Milano, preside di facoltà, che guardava alla realtà della politica con realismo crudo, e citava quel terribile Schmitt che era stato cassato dalla cultura politico-giuridica del tempo perchè infettato dal nazionalsocialismo. Mi avvicinai a Schmitt a causa sua, prima che lo scoprissero a sinistra Tronti e Cacciari, e poi tanti altri.

Ritrovai Miglio nei primi anni ottanta quando all’epoca di Craxi dette forma compiuta al presidenzialismo col Gruppo di Milano. Disegnò una repubblica presidenziale, decisionista. Da allora Miglio cominciò quella sua lotta con la Costituzione, che chiese di riformare, anche con qualche strappo. Non era di quelli che credevano all’intoccabilità della Costituzione, la considerava un frutto della storia e non della religione, dunque modificabile. Poi litigò con Bossi che lo definì con la sua notoria eleganza, “una scorreggia nello spazio” e lui, l’alieno, se ne tornò, auribus demissis, con le orecchie abbassate, nelle sua galassie visionarie.

Ma Miglio prima della Padania aveva teorizzato una Repubblica mediterranea per l’Italia. Per lui l’Italia non è come i paesi nordici e protestanti, in cui vige il comando impersonale della legge; ma è un paese mediterraneo in cui conta molto la mediazione personale e la figura del capo.

Da qui l’idea di una repubblica con un leader carismatico (Miglio fu pure un grande studioso di Max Weber) e fondata su un rapporto fiduciario, diretto tra popolo e leader. Anche perché Miglio riconosceva da schmittiano l’autonomia sovrana della politica e non amava il dominio delle oligarchie, finanziarie, tecnocratiche, intellettuali o d’altro tipo. Non voleva neutralizzare la politica ma caricarla di pathos decisionista e partecipativo. Oggi lo chiameremmo populismo; Miglio era un fautore del decisionismo su base popolare.

Quando diventò teorico della Lega nord e della secessione, io gli ricordai in più occasioni, anche in un libro che scrivemmo insieme (il dialogo Padania, Italia, curato da Marco Ferrazzoli), la sua repubblica mediterranea. Ma lui spiegò la sua mutazione con una trovata astuta ma un po’ napoletana. Disse che la repubblica mediterranea era stata pensata per l’Italia, dunque per Roma e il sud, non per la Padania. E si ritirò in una cultura nordico-protestante che era estranea al suo humus cattolico e schmittiano.

Prima del suo ictus, negli anni ’90 ci vedevamo quasi ogni estate a Madesimo con Miglio, perché presiedevamo insieme un premio, La Torre, che avevamo per primi ricevuto e condiviso. 

L’ultima volta che lo vidi la sordità era peggiorata e le sue orecchie appuntite come le antenne di un alieno, si erano ancor più divaricate come se se cercassero disperatamente di captare le parole. C’era uno strano feeling con lui, nonostante avessi la metà dei suoi anni, fossi dell’altra metà d’Italia e lui fosse bianco cadaverico di carnagione e io nero nero. Ma lui non era un accademico pomposo e scostante; gli piaceva anzi fare un po’ il genio del male, di quelli che predicono catastrofi, con una punta di sadica allegria.

Peccato che non ebbe la possibilità di fare il ministro delle riforme nel primo governo Berlusconi, che fu affidato a tale Speroni, un antesignano degli sprovveduti grillini di governo, forse per non scontentare gli altri professori del Polo (Miglio, Urbani, Fisichella, Armaroli e altri). Ma io me lo ricordo, il nonno di Salvini, che tra un pizzocchero e una bresaola pregustava insurrezioni e drastici cambiamenti. Lo guardavi, lo sentivi e poi dicevi: con lui finisce la pacchia.

Tutto suo nonno, Matteo.

MV, Il Tempo 22 giugno 2018


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