La camicia nera per l'ultimo viaggio

MARCELLO VENEZIANI

La camicia nera per l’ultimo viaggio


Seppellitemi con la camicia nera. Per distrarvi dalla miserabile pantomima degli antifascisti permanenti che insorgono sdegnati all’idea che Roma dedichi una via a Giorgio Almirante, vi racconto di un rispettabile galantuomo, che ha diretto vari giornali tra cui anche questo, ritenuto da tutti liberale, forse democristiano, al più conservatore, che ha chiesto, a sorpresa, prima di morire di farsi seppellire con la camicia nera.


Accadde pochi mesi fa, si chiamava Franco Cangini. È uscito ora per le edizioni Minerva un libro di più autori, La camicia nera di mio padre, che racconta l’insano gesto di quel camerata “a babbo morto”. Il curatore di questo testo è suo figlio, Andrea Cangini, già direttore del Quotidiano Nazionale e ora senatore. Ma a testimoniare su suo padre e a commentare la sua decisione e “la morte della patria” figurano Battista e Cardini, Follini e Galli della Loggia, Gervaso e Martelli, Violante e Veltroni, per citarne alcuni (oltre il sottoscritto).


Cosa può voler dire oggi decidere di congedarsi dal mondo in camicia nera, come ha scelto Franco Cangini e prima di lui Dino Ferrari, figlio del mitico Enzo, giovane militante missino, e Giano Accame, fascista inquieto e aperto al dialogo oltre ogni frontiera?  


Vuol dire dichiarare a viso aperto, nel momento assoluto della verità, che quest’Italia non ci piace, anzi questa non-Italia ci dispiace.


Vuol dire ribellarsi ai canoni del politicamente corretto, alle leggi che puniscono i reati d’opinione, alla storia manipolata e negata, da cui è impossibile dissentire. Vuol dire essere fedeli alla propria adolescenza nel dopoguerra, fedeli a coloro che hai amato, magari ai tuoi famigliari che per quell’ideale, per quella scelta, pagarono di persona.


Indossare la camicia nera vuol dire indossare il lutto per la patria perduta, ritenendo che davvero vi sia stata tra l’8 settembre del ’43 e l’aprile del ’45 la morte della patria. Chi decide di indossare in extremis la camicia nera, senza aver mai mostrato alcun fanatismo, alcun cedimento retorico al nostalgico cosa vuol denunciare?


Non l’antifascismo coerente che si oppose al regime fascista, e ne pagò il prezzo. Non l’antifascismo che nel nome della libertà e contro i tedeschi combatté la sua guerra e mise a repentaglio la propria vita. Semmai chi combatteva il fascismo non nel nome della libertà ma di una più cruenta dittatura, di un regime totalitario più radicale che ha un nome preciso: comunismo.


E l’antifascismo sanguinario di cui ha scritto Pansa e prima di lui altri storici ma “dalla parte sbagliata”: i massacri del triangolo rosso, le foibe, gli assassini di Gentile e di tanti altri. Ma non è l’antifascismo che Cangini ha voluto sfidare in punto di morte, nemmeno l’antifascismo postumo e grottesco delle leggi speciali a settant’anni dalla morte del fascismo, o dell’Anpi che non ha pietà neanche per i morti e per le vittime inermi e innocenti. O l’antifascismo da parata e da passeggio dei nostri anni.


Ma un fenomeno più pervasivo e più distruttivo: lo sfascismo. Ossia la voglia di sfasciare la nostra nazione, la sua identità e la sua sovranità, i suoi confini e la sua civiltà. Di ridurla a sala d’aspetto dell’Europa, tinello dei poteri forti, corridoio umanitario per i migranti. Quello sfascismo che va dalla cosa pubblica alla vita privata, che investe famiglie e valori, che inveisce contro la nascita e la fertilità, che giustifica ogni sfascio come una liberazione e un’emancipazione; che predica il diritto di avere diritti e impone il diritto di desiderare rispetto a ogni responsabilità e a ogni dovere. Quello è lo sfascismo imperante, da almeno 50 anni (cioè dal ’68).


Contro quello sfascismo è insorto un galantuomo come Franco Cangini, che era uomo d’ordine e non concepiva i diritti scissi dai doveri. Fascismo qui diventa l’opposto di sfascismo: ossia volontà di edificare, di unire, di mettere in salvo, di tramandare. Per questo io penso che quella sua scelta estrema gli faccia onore. E penso che faccia onore anche a te, direttore, di aver non solo eseguito la volontà di tuo padre ma di averla resa nota e di parlarne senza ipocrisie e imbarazzi.


Tra tanti ominicchi e quaquaraquà, ecco un uomo, che senza clamori, senza intemperanze, forte solo della sua coscienza pulita e libera dignità, decide nel momento della verità di affrontare l’estremo viaggio verso l’ignoto in camicia nera. Un modo per farsi coraggio, per fregarsene della morte, per tentare con un piccolo atto simbolico – etica ed estetica del coraggio – di fronteggiare omeopaticamente la Nera Signora.


Lo ammiro, ma per l’estremo, definitivo viaggio io preferirei liberarmi dalle scorie della storia e indossare solo una tunica bianca.


MV, Il Tempo 16 giugno 2018


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