Da un CÚline all'altro

http://www.lintellettualedissidente.it di Valerio Alberto Menga


Da un Céline all’altro

Lettere, interviste e scritti per un'opera immancabile nella libreria di ogni céliniano che si rispetti. Il volume 'Un profeta dell’Apocalisse', uscito recentemente per Bietti, ha il pregio di mostrare tutti i volti del più grande scrittore del Novecento francese.



È la prima volta che in Italia vengono raccolti tutti insieme scritti, interviste, lettere, commenti e testimonianze sulla figura tanto discussa di Louis-Ferdinand Céline. Fino a ieri le operazioni si erano svolte in maniera isolata e disordinata da parte di vari editori: chi pubblicava i carteggi con editori e amanti, chi le interviste, chi le testimonianze… chi qualche inedito minore, qua e là. Ma l’operazione attuata da Edizioni Bietti è del tutto nuova. Nel volume Un profeta dell’Apocalisse troviamo materiale nuovo, appartenente a tutti i generi sopraelencati, e in un solo libro. Grazie alla curatela di un céliniano come Andrea Lombardi (l’ideatore del primo blog dedicato al grande scrittore francese), è ora possibile leggere (o meglio ri-leggere) la vita (o meglio le vite) del dottor Destouches.


C’è il Céline scrittore, ma anche il Céline medico; il Céline padre e marito, il Céline amante, il Céline antisemita… Tutte le facce della medaglia vengono finalmente mostrate, senza cesure di sorta, al di là delle sole demonizzazioni o apologie. C’è chi lo ama a prescindere, ritenendo l’intera sua opera un capolavoro, chi invece ritiene valida la produzione fino al ’36… Altri invece – i più idioti, i più ignoranti – lo bollano come mero antisemita: un autore da non leggere. Ma c’è una categoria ancora più bassa rispetto a questi ultimi. In essa si trovano coloro che vogliono normalizzare Céline, rendendolo più docile e presentabile, esibendolo per quello che non è mai stato, negando il suo antisemitismo (tanto sincero quanto odioso, banale e stereotipato), riducendolo a mero escamotage per concentrare sulla figura dell’ebreo l’odio che egli provava per l’uomo. Un misantropo… niente di più. È a questo che si ridurrebbe l’autore del celebre Viaggio al termine della notte? Certo che no. E il volume edito da Bietti ne è la prova.


Louis-Ferdinand CÚline, Un profeta dellĺApocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze (Bietti, pp. 496, Ç 25,00)


Si parlava del Viaggio… Tutti i céliniani sono passati da lì; tutti hanno cominciato da quel libro, compreso il sottoscritto. Nel leggerlo, si scopriva con sorpresa come, attraverso una scrittura magica e uno stile del tutto rivoluzionario, si potessero far convivere nella stessa pagina candore e squallore. E come un uomo, uno scrittore, potesse essere, allo stesso tempo, un delicato e un farabutto. Lo stesso Andrea Lombardi, nella sua prefazione, confessa ai lettori:

Conobbi Céline, come molti, attraverso il “Viaggio al termine della notte”, leggendolo piuttosto da giovane, quindi nella migliore condizione perché questo libro mi mostrasse la vita per quella che è. Dopo, si è troppo stronzi, troppo furbi, troppo stanchi, per capire a fondo Céline.


Tra il tanto materiale che il volume mette a disposizione vi è anche una biografia che riassume in tappe la travagliata esistenza del più grande scrittore francese del Novecento. A seguire compaiono le testimonianze di amici e intimi, coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo da vicino. I giudizi sono dei più disparati. Secondo Georges Geoffroy Céline era un uomo del Medio Evo o del Rinascimento ritornato sulla terra, che mal sopportava il XX secolo. Secondo Gen Paul era un patriota, un seminazizzania, geloso e distruttore; un uomo che non aveva il senso della famiglia. Ma è proprio una testimonianza famigliare, quella della figlia Colette, ad essere insieme la più curiosa, la più commovente e la più divertente:


Da piccola, mi faceva un po’ paura […]. Scriveva soprattutto la notte, dormiva pochissimo. Il muro era completamente pieno di scritte, parole, frasi annotate… Alla fine della scrittura del “Voyage a bout de la nuit” non c’era quasi più spazio […]. Mio padre scriveva tutto ciò che gli passava per la testa, ma riusciva sempre a trovare il filo… La sera, mi raccontava delle fiabe e mi metteva a dormire; quando mi addormentavo, prendeva a scrivere […] parlava da solo e a voce molto alta, si alzava, andava in giro parlando ancora più forte […]. Parlava da solo anche durante la giornata e mi ascoltava distrattamente con un sorriso gentile. L’ho anche sentito ridere di quel che aveva appena detto a sé stesso.


Colette Turpin, nata Destouches


Ricorda poi la delusione sentimentale avuta a sedici anni: il suo fidanzato si era dileguato avendo saputo che lei era la figlia di Céline.

Ero corsa da mio padre, pensando di trovare consolazione e conforto; era per me la risorsa suprema, un rifugio contro le avversità. Provò a consolarmi […]. Dovevo rimanere nubile […]. Dovevo mettermi in testa che gli uomini erano tutti poligami: era la natura a volere così. Ne profittò per raccontarmi le sue esperienze sentimentali. Cosa che non mi consolò affatto. Ripartii all’alba, ancora più scossa di prima.

E poi, l’incontro dopo la prigionia in Danimarca, dove si trovò davanti a un vecchio irriconoscibile, ridotto a un mucchietto d’ossa… Nemmeno una parola. Solo abbracci e lacrime tra loro.


Lucette Almanzor in costume da cambogiana (1938)


L’ultima moglie, Lucette Almanzor, ricorda un uomo a prima vista assente, molto distante e misterioso, dai passi aggraziati e dagli occhi impressionanti: un Céline triste e sognante. Sempre in materia di esperienze sentimentali, la testimonianza della giovane ebrea tedesca Erika Irrgang, una delle tante amanti di Céline, è a dir poco emblematica. Quello che racconta pare tanto un aneddoto montanelliano:

Louis si metteva a parlare con vecchi ubriaconi e pallide prostitute. A un poveraccio che sputava i polmoni dava una ricetta per un ricovero in un dormitorio municipale. Alzava poi le spalle quando il malato stesso la strappava davanti ai suoi occhi. Dopo, teneva una conferenza sull’inutilità di aiutare la gente e descriveva con dettagli orrendi la ‘corte dei miracoli’ che si parava davanti a noi.


L’intellettuale antifascista Lucie Mazauric, durante la sua permanenza in Russia, ricorda l’incontro con l’uomo che, tornato dall’URSS, diverrà l’autore del pamphlet antisovietico Mea culpa. Ghiacciata dal suo fisico, viene colpita dal suo volto tormentato, forato da due occhi azzurri molto chiari: la sola nota di purezza in una faccia degradata. Altri giudizi sull’uomo arrivano da Frédéric Empaytaz, per cui Céline era semplicemente un delicato che rifiutava di farsi fregare, mentre per Pierre Duverger un uomo spaventosamente lucido in un mondo orrendo. Ma è il romanziere Karl Epting che con la sua testimonianza smonta un cliché: quello che vuole separati il Céline scrittore e il dottor Destouches.


La vita e l’opera di Céline non acquistano significato che attraverso la professione di medico, ed è solo partendo da lì che possono essere comprese nel loro doppio significato.


Epting lo ritrae come un uomo sempre pronto a presentare una richiesta in favore di qualcuno e che per sé non ha sollecitato altro che la carta per far stampare le proprie opere.


Non lo dimenticherò mai: ci incontrammo a Berlino in un cupo ristorante qualunque, ancora risparmiato dalle bombe, e poi Céline se ne andò, leggermente curvo, Bébert sotto braccio, Lily e Vig al suo fianco, attraverso le macerie delle case crollate. Ecco la mia immagine di questo scrittore: Ferdinand in cammino, senza riposo, come Ahasvérus [l’Ebreo errante] sulle rovine del mondo.


Dresda in rovine


Meno entusiasta è l’incontro tra l’autore del Voyage e lo scrittore tedesco Ernst Jünger, che fu molto colpito dal primo grande romanzo céliniano, ma restò deluso dall’uomo. In lui vide uno sguardo da maniaco introvertito, un nichilista, un antisemita; un visionario che indicava una sedia su cui era accomodata la morte, sempre al suo fianco. Ma, bisogna pur dirlo, anche se nel libro si è dimenticato di riferirlo: Jünger riporta nei suoi diari che Céline, nonostante i proventi derivanti dai suoi libri, era sempre a corto di denaro, poiché lo distribuiva alle prostitute che curava personalmente. Decisamente più lusinghiero è invece il giudizio di Robert Brasillach – un altro grande scrittore maledetto – che disse ironicamente di invidiare moltissimo quelli che volevano legare Céline a qualsivoglia partito, ritenendo Bardamu il refrattario totale, che non si accoda a nessun conformismo.

Céline dice ciò che pensa, e pensa ciò che vuole.


C’è poi c’è la sorpresa di Maud de Belleroche, scrittrice e attrice francese, nel ritrovarsi d’un tratto personaggio di Nord. Nel ricordarlo lo evoca come un genio, di cui tesse le lodi:

Louis-Ferdinand-il-Magnifico, dall’aspetto tormentato e l’insolenza in punta di lancia, gli abiti frusti e disdegnosi, che mi aveva rivelato il potere d’incanto del verbo nello stupefacente Viaggio al termine della notte. Portava con sé un tascapane da dove spuntava Bébert, un gatto gigante…


L’inseparabile amico a quattro zampe viene ricordato anche da Lucien Rebatet quando, davanti a una infame brodaglia di cavoli rossi e rutabaga, fa capolino dal tascapane annusando il piatto con le sue narici diffidenti per poi riguadagnare, sdegnato, la sua tana. Ed è sempre Rebatet, uno dei pochi presenti, a rievocare il funerale dell’amico Ferdinand:


Lucette avrebbe voluto una messa (Céline se ne fregava, avrebbe optato per la fossa comune), ma il curato di Bas-Meudon si era rifiutato. Aveva rifiutato persino d’inviare una religiosa per l’ultima vestizione. […] Era perfettamente nell’ordine delle cose che il più grande scrittore francese del tempo fosse seppellito così, clandestinamente, da un pugno di amici, più miseramente di una lavascale.


Tomba di CÚline


Oltre alle testimonianze, il saggio contiene molte interviste (edite e inedite) in cui si ritrova il Céline ritratto da Stenio Solinas nell’introduzione: un Céline affabulatore e falsificatore nato, sempre pronto a riscrivere la sua vita, ad alimentare menzogne, leggende e polemiche sul suo conto, riproponendosi come lo scrittore per caso ispirato dalla morte. Ma vi sono anche alcuni scritti inediti dello stesso Céline; o meglio, del Céline prima di Céline, che si scopre scrittore prima di divenire tale. Si smaschera così la grande menzogna dell’uomo divenuto “scrittore per caso”. Il saggio Si hanno i padroni che si meritano è infatti del 1924 (otto anni prima del Viaggio, tre prima de La Chiesa). Scritto come un’introduzione ad un articolo per la Società delle Nazioni, non verrà mai pubblicato. Ritrovato negli archivi dell’ONU a Ginevra nel 2014 da Alexandre Junod, il documento mostra un dottor Destouches che anticipa lo stile e la visione del mondo che si ritroverà nel Voyage. Eccone qui uno stralcio:


Dormire, mangiare, cercare il piacere supremo e divino in meno di un istante: ecco quel che ci ossessiona! […] la nostra vita, nient’altro che una passeggiata incerta sull’orlo del baratro! […] A che può servire pensare! Per la maggior parte di noi è già penoso così, il vivere. Non è già sufficiente invecchiare e morire nel dolore e nello stremo della decadenza? […] Quando la nostra giovinezza avrà fatto quel che deve per alimentare le forge divine del mondo, saremo ormai vecchi e non ci rimarrà che morire.


Non manca all’appello neanche il Céline medico, che stila una relazione per la SdN reduce da una visita alle fabbriche Ford. Le stesse che il dottor Destouches rievocherà, nei panni di Bardamu, nel suo stupendo e terribile primo romanzo. Come si può notare, aveva ragione la moglie Lucette quando, durante un’intervista del 1969, ribadiva il fatto che lo scrittore provenisse dal medico. Come l’argot deriva dall’odio, fatto per esprimere i veri sentimenti della miseria.



Seguono poi le lettere del Céline amante e del razzista delirante, che vedeva in un prossimo futuro il mondo invaso dai negri e dai gialli. Fondamentale per comprender al meglio l’autore è lo scritto di Marcel Aymé (il miglior ritratto-analisi che si potesse fare), così come illuminanti sono le interviste a François Gibault (il biografo di Céline) e Philippe Muray, che per comporre L’impero del bene si è ispirato proprio a lui. Ultima – ma non meno importante – è infine la sezione dedicata ai commenti stilati da eminenti lettori di Céline.


Tra questi spiccano i nomi di Benito Mussolini (fu lui a definire Céline una bomba armata al rancore), Pierre Drieu La Rochelle, Charles Bukowski, Henry Miller e William Burroughs che, insieme ai giovani ribelli della Beat Generation, ricorda l’incontro in Francia:

Giunti al cancello per accomiatarsi, Ginsberg salutò Céline dicendo: «Rendiamo onore dall’America al più grande scrittore di Francia», e Lucette, aggiunse, in tono scherzoso: «Dell’universo!».


Questo e molto altro materiale – sezione iconografica compresa – è ora disposizione dei lettori. Un omaggio a uno scrittore ancora da scoprire, ancora da studiare. Un volume che non può mancare nella libreria di un céliniano che si rispetti.


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