City of Gastronomy Festival, dissipatori dell'identità di Parma

https://www.ilfoglio.it/ CAMILLO LANGONE


City of Gastronomy Festival, dissipatori dell'identità di Parma



Turismo da torpedoni, borghetti gremiti di beoni, trattorie che servono Lambrusco finto e culatello di cartone, nativi in fuga da un centro dove non si può più dormire, parcheggiare e perfino pedalare


“City of Gastronomy Festival” è il titolo apolide e senza sapore della manifestazione mangereccia di Parma, oggi e domani nelle vie e nei mangifici della città del famoso formaggio, un altro passo verso la sua trasformazione in una Venezia senza Piazza San Marco (al suo posto una piazza principale che gareggia per bruttezza con quella di Fidenza) e senza Canal Grande (al suo posto un torrente che per molti mesi sembra una cava di ghiaia).


“City of Gastronomy” ossia un turismo da torpedoni, borghetti gremiti di beoni, trattorie che servono Lambrusco finto e culatello di cartone, nativi in fuga da un centro dove non si può più dormire, parcheggiare e perfino pedalare (Strada Farini ostruita dalle pedane dei locali, impedimento anche all’ambulanze, alle auto della polizia, al passaggio di chiunque non sia devoto al culto nichilista dello spritz).


“City of Gastronomy” e dunque cooking show, pop-up restaurant, meeting, talk show, kids lab, chef chic (quando non c’è nulla di meno chic della parola chef), street food academy, onceuponafood, food writer, un bolo di inglese premasticato, derivativo come il superospite Mario Biondi, bravissimo cantante specializzato nell’imitazione di Barry White, in una città che si lamentava del “parmesan cheese”, imitazione del parmigiano originale, e che adesso imita i propri imitatori e dunque finirà col dire esattamente “parmesan cheese”.


Che il prodotto più tipico di un territorio sia la lingua è un pensiero che non sfiora gli organizzatori di “City of Gastronomy”, dissipatori di un’identità e però miei involontari benefattori: mi liberano dalla fatica di difendere una parmigianità abbandonata innanzitutto dai parmigiani e mi consentono di mangiare senza rimorsi il Gran Moravia.



Perché la lingua trasmette più civiltà dei luoghi e un grana italofono prodotto nella Repubblica Ceca è meglio di un parmigiano anglofono prodotto in un Ducato scomparso.


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