OBTORTO COLLE - MASSIMO FINI

Antonello Piroso per 'la VeritÓ' http://www.dagospia.com

OBTORTO COLLE - MASSIMO FINI



Cos'hanno in comune Enzo Tortora, il canaro della Magliana, Salvatore Ligresti, gli intellettuali italiani e la carica del capo dello Stato? Essere stati oggetto delle riflessioni di Massimo Fini, 74 anni, giornalista e saggista, un vero libero pensatore, un «bracconiere solitario» (Indro Montanelli dixit), di cui Marsilio ha appena pubblicato Confesso che ho vissuto. Esistenza inquieta di un perdente di un successo, raccolta dei suoi tre libri più autobiografici, a cominciare dal Di[zion]ario erotico. Manuale contro la donna a favore della femmina.


La situazione è grave ma non seria, Fini. A oggi non si sa se ci sarà un governo, di che natura, o se si tornerà alle urne, e se sì quando (Matteo Salvini ha detto «subito ma non a luglio»).


Nella maionese impazzita è finito perfino Sergio Mattarella, con tanto di annunciata richiesta di impeachment, poi rientrata. Anche lei ha avuto una posizione molto critica verso il Quirinale.

«Mi attengo ai fatti. Una maggioranza parlamentare democraticamente eletta, qualunque essa sia, ha tutto il diritto di esprimere la sua compagine ministeriale e le linee dell' azione di governo. Su questo il presidente della Repubblica non poteva e non può intervenire a gamba tesa, se non in presenza di un cambio del regime previsto dalla Costituzione, cioè con quello che, tecnicamente, si può definire un colpo di Stato».


Non mi confronterò certo con lei, che giudica Curzio Malaparte il più grande giornalista del Novecento, sul di lui libro Tecnica di un colpo di Stato. L'articolo 92 della Costituzione sancisce però che i ministri sono proposti dal presidente del Consiglio, ma nominati dal presidente della Repubblica. Non c'è scritto: «la proposta è vincolante e va solo avallata».

«L'interpretazione del comma è oggetto di dibattito tra i costituzionalisti, di certo non c'è neppure scritto che la nomina è rimessa alla discrezionalità del Colle».


Il non possumus di Mattarella su Paolo Savona ha più precedenti. Oscar Luigi Scalfaro sbarrò la strada a Cesare Previti ministro della Giustizia, come Giorgio Napolitano stoppò per quello stesso dicastero Nicola Gratteri. Leggendo i diari di Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale con Sandro Pertini, si può verificare poi quante volte questi oppose un suo veto.

«Previti era l'avvocato personale di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio. Gratteri, magistrato tuttora in servizio, per prassi non poteva andare a capo di un ministero da cui i magistrati dipendono. I limiti erano di tipo soggettivo.


Qui siamo invece all' imposizione di una linea politica, e tale potere di diktat non rientra tra le prerogative di Mattarella, a meno di non ipotizzare che si sia passati da una democrazia parlamentare a una repubblica presidenziale. In Venezuela Nicolas Maduro ha fatto di meno: per arrivare a tanto, prima ha comunque indetto le elezioni dell' assemblea costituente. Mattarella ha spaccato il Paese come mai era successo prima. Se avesse un briciolo di dignità dovrebbe dimettersi sua sponte».


Non mi pare che Francesco Cossiga, per citare un predecessore, raccogliesse consensi unanimi, anzi: fu richiesto l'impeachment pure per lui. E perfino Pertini fu divisivo. Su di lui, in un diverso contesto, nel 1981 lei scrisse: «Gli voglio bene. Proprio per questo mi dà enorme fastidio l'orgia di retorica che si è abbattuta sulla sua figura da quando è al Colle. L'idolatria acritica per i "grandi vecchi" non è mai un buon segno per una democrazia. Non dimentichiamoci che fu Paul von Hindenburg a spianare la strada ad Adolf Hitler».

«Pertini non si conteneva, era un gaffeur malato di protagonismo, andò perfino a Vermicino, dove stava agonizzando il piccolo Alfredino Rampi caduto in un pozzo, una tragedia trasmessa dalla Rai. Un'infamità, quella diretta non stop, consumata in un'oscena atmosfera da circo equestre, atta a soddisfare la curiosità morbosamente sadica di un gregge indecente».


Dal combinato disposto di Confesso che ho vissuto, della precedente raccolta delle sue opere storicofilosofiche, La modernità di un antimoderno, e di quella ancora più datata di Il conformista, emerge il ritratto di un intellettuale «disorganico», ontologicamente - prima ancora che montanellianamente -, «controcorrente», dotato di notevole preveggenza.


«Come ha scritto Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano: "Avere ragione troppo presto equivale ad avere torto". Leo Longanesi lo diceva a Giovanni Ansaldo e a Montanelli (lui e Giorgio Bocca stanno un gradino sotto Malaparte): io capisco le cose cinque anni prima che accadono, voi cinque giorni prima, per questo mi fregherete sempre».


Su Tortora, morto esattamente 30 anni fa, ebbe ragione da subito. Nel 1983, a una settimana dall' arresto, scrisse: «L' istinto mi spinge a sedermi idealmente accanto a Tortora e a sentirlo innocente».

«Mi ci sedetti anche non idealmente. Nel 1971 Tortora, da cronista del Resto del Carlino, scrisse parole molto dure nei confronti di sei anarchici accusati per le bombe alla Fiera di Milano. In aula alcuni scalmanati cercarono di aggredirlo, fu salvato dalla polizia. Nessuno dei colleghi osava più avvicinarglisi, come fosse un appestato.


Io, che difendevo gli anarchici a spada tratta, vedendolo isolato e umiliato, con stupore di tutti mi sedetti accanto a lui. Solidarizzo da sempre con i più deboli e gli emarginati sociali o professionali. Il suo calvario giudiziario fu allucinante, frutto velenoso della "cultura del pentitismo", per cui bastarono le parole non verificate di un gruppo di delinquenti a inchiodarlo ad accuse tanto aberranti quanto infondate».


A Cannes ha riscosso successo il film di Matteo Garrone Dogman, ispirato alla vicenda di Piero De Negri, il famoso canaro. Nel 1988 lei scrisse: «Terribile, dice la Bibbia, è l'ira del mansueto».

«Fu la rivolta di un "cane di paglia", come da film con Dustin Hoffman per la regia di Sam Peckinpah, il debole che a un certo punto esplode. Ho sempre pensato che attribuire a De Negri, intendiamoci, autore di un delitto orrendo, l'infermità mentale significava rendergli un'ingiustizia, togliere al suo atto il profondo senso che aveva per lui, declassandolo al ruolo di eterna vittima delle vessazioni di Giancarlo Ricci. E difatti in seguito, a mente lucida e senza cocaina in corpo, De Negri dirà: "Lo rifarei"».


Il 15 maggio è scomparso Salvatore Ligresti, un'inchiesta sulle sue manovre speculative le costò un lungo processo.

«Durò quattro anni, fui querelato e assolto grazie a Basilio Rizzo - un veterano della politica milanese, dalle fila di Democrazia Proletaria negli anni Ottanta allo scranno di presidente del Consiglio comunale con il sindaco Giuliano Pisapia - che mi mise in contatto con una delle poche persone disposte a testimoniare in mio favore.


Va da sé che Ligresti ha continuato a fare il Ligresti fino alla fine. La cosa divertente è che andavamo dallo stesso barbiere, il quale mi riferì che Ligresti non si faceva una ragione del fatto che "quello là", cioè io, ce l'avesse tanto con lui. Il che è un tipico riflesso pavloviano dei potenti: se ti occupi dei loro malaffari è perché ce l'hai con loro sul piano personale».


Nel 1979 scrisse: «Basta entrare in un salotto romano per capire che in Italia non si farà mai la Rivoluzione». Un j'accuse nei confronti dei radical chic.

«In quelle case stupende - con prestigiosi uomini politici comunisti, socialisti, del Manifesto avvinti come l'edera a palazzinari, mafiosi d' alto bordo, direttori democristiani della Rai, ragazze Coccodè, scrittorucoli, parassiti di tutte le risme - realizzavi com' era conciata la sinistra nel nostro Paese».


Il tutto con il conforto dei cosiddetti intellettuali engagée. Nel 1986 scrisse: «La vera questione morale sta nella loro profonda corruzione etica, nella loro abdicazione - per opportunismo, viltà e tornaconto - alla coerenza, con la malafede eretta a principio e a stile di vita».


«Non stava venendo meno solo la coerenza morale, che vuole che alle parole tengano dietro fatti conseguenti, ma perfino quel minimo etico che è la coerenza intellettuale, che vuole che alle parole tengano dietro almeno parole conseguenti. Gli intellettuali sono stati ipocritamente coesi solo nell' uniformarsi all' ipocrita verbo del politicamente corretto».


Nel 1989 suo figlio Matteo, allora undicenne, le disse: «Papà, tu non esisti». Aveva intervistato la figlia dell' ayatollah Khomeini, la Rai trasmise le immagini, con la sua voce fuori campo ben udibile, ma non la menzionò.

«Spesso mi sono stati scippati o plagiati articoli e editoriali. Non ho mai reagito né inseguito i cialtroni, perché ho sempre impiegato tutto il mio tempo a lavorare, non me rimaneva anche per difenderlo, il mio lavoro. Le mancate citazioni contribuiscono a fare di te un fantasma, perché alla censura diretta o violenta oggi si preferisce l' emarginazione soft. Ma alla mia lateralità basta il riconoscimento di Renzo Arbore: "Fini è uno che guarda sempre da un'altra parte"».


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