Almirante trent'anni dopo

MARCELLO VENEZIANI

Almirante trent’anni dopo


Giorgio Almirante era un pifferaio magico. Incantava con la sua voce suadente e penetrava col suo sguardo di perla, toccava con delicata maestria le corde dell'uditorio.



Lo infiammava col fascino del proibito, l'epopea dei vinti e il carisma della nostalgia. Tradusse il fascismo in fascinazione allusiva. Per i missini fu l'officiante della destra sociale e nazionale, tra il mito e la storia. Non aveva cultura politica e ideologica ma letteraria. Non Gentile o Evola, ma Dante e d'Annunzio.




Amava l'italiano, come lingua e come popolo. Non primeggiava in strategia politica e progetti lungimiranti, non aveva attitudine di governo, ma aveva nel sangue la politica come teatro, persuasione e liturgia della parola.


Non aveva la schietta umanità di Romualdi né la lucidità politica di Michelini o de Marzio, ma riusciva più di tutti a farsi amare dal popolo di destra e a farsi ammirare da chi non lo votava.



Fu il più grande oratore della repubblica italiana, fluente in Parlamento e magnetico nelle piazze, gremite di gente e di tricolori e nei primi tempi bohémien, in avventurosi comizi su camion e tavolini fin nelle più sperdute periferie. Fu un gran giornalista e diventò il primo leader televisivo di successo.


Nessun democristiano o comunista bucava il video come lui. Amava le donne, Mussolini e la Juventus e aveva la civetteria della superstizione.



Domani è il suo centenario e lo ricordiamo come il paroliere d'Italia, unico leader politico che suscitava l'amor patrio in un Paese che si vergogna di se stesso.


MV, Il Giornale 2014


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