Il '78: tre papi, due svolte e un regicidio

MARCELLO VENEZIANI

Il ’78: tre papi, due svolte e un regicidio


Finita l’orgia di celebrazioni per i 50 anni del ’68, è ora di ricordare un anniversario ben più ricco di eventi e a noi più vicino: i 40 anni del ’78.


Era di maggio quando si scatenò un semestre di cambiamenti radicali: fu ucciso Moro, cominciò l’era di Craxi, si avvicendarono tre papi, cominciò l’era di Woytila, Karol Magno; fu approvata la legge sull’aborto e sull’abolizione dei manicomi, gli Anni di piombo lasciarono il posto al Riflusso, la supremazia del Politico cedette il passo alla supremazia del Privato, finì l’Era Sindacale e nacque l’era del Libero Mercato, il comunismo abdicò per il liberismo che portò poi Reagan e Thatcher al potere, la modernità al collasso si aggrappò al postmoderno. Vi pare poco?


Quell’anno lasciò un’impronta decisiva sulla nostra epoca. Proviamo a coglierne il senso. Dunque, per cominciare, cosa significò l’uccisione di Aldo Moro e l’ascesa di Bettino Craxi? Finì col “regicidio” di Moro l’era del compromesso storico, che con altre finalità riprenderà poi negli anni ’80 De Mita; ma nella Dc prevarrà la linea più duttile di Andreotti; cresce l’autonomia dei socialisti dal marxismo e dal Pci, sancita dalla pubblicazione nell’estate del ’78 di un memorabile saggio di Craxi dedicato al “Vangelo socialista”, che liberò il socialismo dal marxismo e dalla subalternità politico-sindacale ai comunisti.


La fine del disegno moroteo e l’ascesa di Craxi, dettero al Psi centralità politica, avviando il progetto di una grande riforma costituzionale. Un disegno rimasto in sospeso nella Prima repubblica, per la resistenza conservatrice di democristiani e comunisti ma che di fatto proiettava l’Italia nell’attesa di una repubblica presidenziale, decisionista, compiutamente bipolare.


La Dc cominciò il suo lento declino, che poi crollò cinque anni con De Mita al suo minimo storico, ma che si compirà solo con Tangentopoli. Il Pci perse il suo afflato popolare e la sua carica messianica, anche se mantenne larghi consensi elettorali. Recise progressivamente il suo legame con Mosca, ma apparve un macchina ingessata, obsoleta, rispetto alla più agile, arrembante, moderna, classe dirigente di giovani socialisti venuti su col craxismo.


Nel decennio che si aprì nel ’78 Craxi liquidò l’Italia del Cln, il cattocomunismo, l’antifascismo politico e la subordinazione al mondo bipolare, Usa-Urss, rifece il concordato con la Chiesa, riprese la tradizione nazionale-risorgimentale, riportò la politica estera italiana al centro del Mediterraneo.


Craxi è il più grande politico degli ultimi 40 anni. Con tutti i suoi difetti, le sue ombre, la sua corte, Craxi aveva una visione politica e un senso della storia che non ebbero gli altri uomini di governo; ragionava in grande, con audacia e piglio decisionista. Intanto cominciava, anche grazie al craxismo e al socialismo tricolore, un graduale superamento di quella pregiudiziale antifascista che poi sdoganò la destra sociale e nazionale.


Ma il passato sessantottino continuava a pesare e nel ’78 si fecero norma alcune sue eredità, come la legge 194 sull’aborto e la legge 180 sui manicomi, detta Basaglia, che decretava l’abolizione della follia per decreto. Il ’78 segna il passaggio dalla sfera politica e sociale alla sfera intima e privata; i grandi temi diventeranno sempre più bioetici, sessuali, psico-individuali e sempre meno ideologici, politici, collettivi e sindacali.


Il Privato diventerà poi sull’onda della rivoluzione liberale anglo-americana, il nuovo Orizzonte globale. Il ’78 libera però l’Italia dalla cupezza degli anni settanta, dall’estremismo e dalla violenza; anche se il terrorismo continuerà a spargere sangue. Si spegne pure il fervore militante degli anni precedenti, fino al truce ’77 degli autonomi; un’atmosfera edonista coglie l’Italia a pochi anni dall’Austerity e dai sogni di rivoluzione, golpe e guerra civile.


Grandi cambiamenti, dunque, nascono nel ’78, quasi un mutamento di epoca.


Ma poca cosa furono quei mutamenti politici e sociali rispetto al cambiamento che si produsse in quell’anno nel mondo cattolico. Un vero terremoto fu il ’78, tra la morte di Paolo VI, Papa tormentato e da ultimo sofferente per l’assassinio di Moro, l’elezione e la morte rapida quanto misteriosa di Papa Albino Luciani, e poi l’elezione gloriosa di Papa Woytila, che ebbe un ruolo decisivo tanto nella cristianità quanto nello scenario mondiale. Con Giovanni Paolo II si arresta l’onda del Concilio Vaticano II, la cristianità riprende vigore evangelico e legami vivi con la tradizione.


Il Pontificato fuoriesce dalla dimensione nazionale, si fa globale, sfida il comunismo nell’est ma critica pure il materialismo occidentale. L’interventismo papale viene attaccato come ingerenza papista negli affari politici o statali dagli stessi che oggi esaltano e invocano l’ingerenza di Papa Francesco nella vita civile.


Un Papa viaggiatore come nessuno mai prima di lui, un Papa che regnò a lungo come pochi, seppure a lungo malato; un Papa che dialogò con le altre religioni ma senza annacquare il messaggio cristiano in sincretismo umanitario; un Papa che aveva oltre il senso liturgico anche il senso teatrale, e difatti diventò presto una Star globale come mai era accaduto prima. Il rischio nell’era Woytila fu di ridurre la religione a culto del Papa, trasformando i devoti in fan di Giovanni Paolo II.


Ma il suo maestoso pontificato subì l’aborto e la scristianizzazione d’Europa, il rifiuto dell’unione Europea di riconoscere le radici cristiane dell’Europa; vide crescere la brutta piaga della pedofilia dei preti e del malaffare, crollò il comunismo ma s’impose una società globale fondata sull’economia e sul materialismo del lusso e del piacere, l’utile e l’egoismo. Lui, Karol Magno, il Grande Papa, fu un glorioso sconfitto.


Formidabile quell’anno; non il ’68, come pensava Mario Capanna, ma il ’78, l’anno dei tre papi, due svolte e un regicidio.


MV, Il Borghese maggio 2018


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