Apologia del suicidio

http://www.lintellettualedissidente.it di Claudio Zarcone

Apologia del suicidio

Troppo spesso il suicidio viene banalizzato con la riduttiva formula del 'male di vivere': offesa che non rende giustizia ad un gesto solenne, impossibile da inquadrare in rigidi schemi morali, religiosi e psicologici.

Qualcuno potrebbe mai pensare che io, padre di un suicida, possa celebrare l’elogio del suicidio? Qualcuno riesce minimamente a immaginare come si è dilaniati da fantasmi dalle apparenze orripilanti, quando ti muore un figlio? E quando una guardia giurata ti dice: Ho raccolto il suo ultimo respiro, era ancora vivo? Si infrange ogni principio logico, ogni sequenza logica, ogni parvenza di logicità e la tua vita ti si pone innanzi nella maniera più illogica immaginabile, quindi impercorribile. Anche quando cerchi di continuare, sai benissimo che stai appena sopravvivendo. Non farò pertanto un elogio del suicidio, ma non voglio neanche che questo gesto venga banalizzato alla semplice, riduttiva formula di mal di vivere.


Sarebbe un errore cruciale, dozzinale, un’offesa alla solennità del gesto, quantunque controverso. Nel punitore di se stesso l’idea del suicidio in determinate situazioni di disagio psico-fisico, esistenziale o di particolari drammi che investono il proprio privato personale, è vissuta come possibilità estrema, porta aperta, soluzione delle soluzioni. Possibilità delle possibilità.


Il suicidio – Edouard Manet (1880)


Mi sia concesso: non voglio celebrarne l’elogio, va da sé, ma ad un tempo, non voglio che una ‘scelta’ così delicata, intima, personale, dolorosa, possa essere derubricata, banalmente, a insano gesto, per dirla con i cronisti, o con certa psicologia a buon mercato. Quindi, osiamo al di là dell’odioso lessico giornalistico, di quell’oscuro e disgustoso mormorio che alimenta le riflessioni sul suicidio da parte di molti commentatori e opinionisti, studiosi del profondo e cronisti in perenne ricerca della notizia da cannibalizzare. Ai cosiddetti fautori della vita”, a coloro che contrappongono al suicida (e al mistero della libertà individuale), chi invece sceglie di restare – i “veri eroi” – dico che fare la scelta più amara immaginabile, è il rifiuto di una vita di compromessi, disumanizzazioni, reificazioni e rinunce ai codici primi della nostra identità.

Non è una soluzione facile e lo dimostrano i tanti casi di suicidio mancato all’ultimo momento. Ci si uccide purtroppo, anche per aver visto lesa, oltraggiata, la propria dignità.


Non è un atto di debolezza per come inteso dall’opinione comune, bensì un grande rifiuto (preceduto da un grande disgusto) a qualcosa: di fisico, tangibile, ma anche di immateriale (le proprie idee, l’amore, la libertà, la Patria ecc.). Per comprenderlo però, bisogna uscire fuori da schemi monolitici legati alla morale, alla religione, alla stessa psicologia. Per non parlare dei luoghi comuni, i più difficili da eradicare. Ripeto, senza peraltro voler istigare al suicidio, ci mancherebbe, che resta sempre una soluzione di difficile comprensione e accettazione dal senso comune. Anche queste righe saranno di difficile accettazione, spero tuttavia riescano a muovere il dubbio, poiché ogni dubbio apre al possibile, a un diverso angolo visuale, a una metanoia (ovvero un profondo mutamento nel modo di pensare, di sentire, di giudicare le cose). 


L’atteggiamento riduzionista, per contro, chiude dentro un compartimento stagno che impedisce prospettive diverse.


Suicidio – Andy Warhol (1964)


Ogni suicidio è diverso da un altro, dicevo, le motivazioni sono diverse, i contesti culturali sono diversi, le modalità sono diverse. Ridurre il suicidio allo schema di mal di vivere, a mio avviso, non ci spiegherà perché molti uomini scelgano tale via lacerante, per se stessi e per le loro famiglie. D’altronde, nessuna spiegazione sarebbe comunque rispondente al vero. Lo scrittore Hugo von Hofmannsthal addirittura morì di apoplessia durante il funerale del proprio figlio, morto suicida. Tanti scrittori e pensatori illustri sono morti con la propria mano, gente che malgrado tutto aveva dei resoconti culturali fortissimi con i quali confrontarsi e attraverso i quali evitare di auto-infliggersi la morte. Cito un passo di Camus tratto dal saggio Il mito di Sisifo, il quale, già nell’incipit recita:


Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.


Empedocle – racconta il mito – si gettò nell’Etna per amore di conoscenza, Tito Lucrezio Caro morì probabilmente suicida, Seneca morì suicida e lo stesso dicasi per Catone l’Uticense.


Georg Trakl, Otto Weininger, Wladimir Majakovskij, Carlo Michelstaedter, Drieu La Rochelle, Yukio Mishima morirono suicidi. E non stiamo parlando di giovani invaghiti dal velinismo televisivo o infatuati dal mito di Kurt Cobain, il leader dei “Nirvana”, anch’egli morto (ufficialmente) suicida. Stiamo parlando di fior di pensatori e letterati, che ciascuno, per vie diverse, per motivazioni diverse, volle uscire fuori dal mondo per sconfiggere gli eventi (o lanciare un messaggio) con un terribile atto di decisione. In percentuale, quante persone che hanno letto – fra milioni di lettori – Mishima e Majakovskij e Pavese, si sono suicidate per spirito di emulazione?


E di un matematico geniale come Alan Turing, grande studioso dell’intelligenza artificiale, vessato e condannato per la sua omosessualità, poi morto per libera scelta, ne vogliamo parlare? Ditemi, vi prego ditemi, quanti illustri filosofi contemporanei e del passato, hanno scelto la morte volontaria solo per imitare Turing?


Alan Turing


Purtroppo il pensiero bolso, debole, di una società che ha perduto il senso di apertura verso ciò che non comprende, ha prodotto e continua a produrre paradossi e sfasature sociologiche, come nel caso di qualche anno fa:

Dostoevskij induce a suicidio: rinviata inaugurazione metro Mosca Una ‘fermata’ decorata con le immagini dei romanzi più famosi


L’immagine incombente di Fëdor Dostoevskij sulle mura della nuova stazione metropolitana di Mosca potrebbe indurre i viaggiatori a gesti inconsulti. E per evitare che possa trasformarsi in una sorta di “mecca del suicidio”, le autorità moscovite hanno deciso di rinviare l’inaugurazione della nuova stazione dedicata all’autore di Delitto e Castigo.


Egesia di Cirene, filosofo di scuola greca vissuto intorno al IV secolo a.C. si rese conto che la felicità, per quanto anelata non fosse mai raggiungibile. Siccome l’anima soffre e si turba col corpo e la fortuna impedisce di conseguire ciò che si spera, pare che per lui, l’unico tentativo di cercare la felicità fosse la morte. La vita è un bene per lo sciocco, è indifferente per il sapiente sembra dicesse Egesia, autore dello scritto (almeno a lui attribuito) “Colui che si lascia morire di fame”, conosciuto anche come “Il suicida”. Per tale ragione venne definito peisithanatos, ossia “persuasore di morte” (o “avvocato della morte”).


Chi è nel nostro e nello scorso millennio il “peisithanatos”? Nessuno potrà mai dirlo con certezza. Ma io, da piccolissimo osservatore quale sono, potrei pensare al mondo patinato e deresponsabilizzato della pubblicità, della televisione, dei social; a una società che non comunica più malgrado l’eccesso di comunicazione mass-mediatica, alla stessa scuola che ha perduto autorevolezza, capacità didattica per trasformarsi sempre più in azienda e sempre meno in agenzia formativa primaria. Un giovane, un giorno potrebbe accorgersi che la vita non è – ahinoi – quella felice della pubblicità del Mulino Bianco e della pasta Barilla, ma che essa è fatta di contraddizioni, lacerazioni e delusioni. Una nota sulla squola (ormai da scrivere con la q) voglio farla, perché la ritengo corresponsabile della deriva culturale, generazionale, che spesso produce (o non sa colmare) quei ‘vuoti’ dove si insinuano le insicurezze dei nostri giovani.


Fëdor Dostoevskij, ritratto del 1872 ad opera di Vasilij Perov


Ho “rubato” dal web lo sfogo di un aspirante docente (che ha sostenuto il ‘concorsone’ voluto da Renzi), più amaro dello stesso fiele. Il docente mi perdonerà il latrocinio, visto che sto omettendo il suo nome:


Ieri ho finito il tirocinio formativo, una delle esperienze più mortificanti della mia vita. Sono stato in balia di burocrati imbecilli e dilaganti, e di docenti universitarie incapaci e rancorose. Ho capito che la scuola nelle teste di chi la progetta, è fatta solo di tabelle e astrazioni, e che non c’è margine di dialogo perché capiscono solo le loro parole. Mi viene in mente quel film di Moretti, Bianca, dove il professore Apicella va dallo psicoterapeuta, e gli dice che vorrebbe essere un uomo in gamba, autonomo, di quelli che sanno prepararsi gli spaghetti… alla …E lo psicoterapeuta con aria puntuale, gli chiede: Alla? A quel punto Moretti sbotta e fa: Ma alla che? Ma che c’ha fame, dicevo per dire!


Tornando a noi e tralasciando la scuola, in un suicidio non vale per tutti lo stesso teorema. Può valere un amore impossibile e l’aspirazione a ricongiungersi al Tutto primigenio (Goethe ci ha lasciato pagine memorabili con “I dolori del giovane Werther” ma mille altri libri parlano del suicidio, che fa li proibiamo?), può esservi atto decisionale a causa di una bocciatura a scuola che avrebbe deluso i genitori, può anche essere determinante, a volte, quella banalizzazione che chiamiamo “mal di vivere” (non deve diventare in ogni modo un assioma), può essere scelta filosofica come predicava Egesia e si chiedeva Camus, può essere un umano, troppo umano problema economico o di crisi coniugale, o può anche essere un gesto di lancinante protesta: vi dice niente Jan Palach, il giovane cecoslovacco che si diede fuoco a Praga per protestare contro l’invasione dei carri armati sovietici nel 1968?


Jan Palach, immagine del film dedicato al martire anticomunista


Vi sono, è ovvio, delle costanti, ma vi sono, credetemi, ve lo dice uno che piange quotidianamente il proprio figlio, troppe variabili indipendenti che portano a dispregiare il proprio corpo. Voglio farvi un esempio. Il filosofo statunitense Thomas Nagel (nato a Belgrado), nel 1974 scrisse un articolo/saggio per la Philosophical Review che ancora oggi fa riflettere: “Cosa si prova ad essere un pipistrello?”. Eccolo qua in estrema sintesi:


Non serve cercare di immaginare di avere sulle braccia un’ampia membrana che ci consente di svolazzare qua e là all’alba e al tramonto per acchiappare insetti con la bocca; di avere una vista molto debole e di percepire il mondo circostante mediante un sistema di segnali sonori ad alta frequenza riflessi dalle cose; e di passare la giornata appesi per i piedi, a testa in giù, in una soffitta. Se anche riesco a immaginarmi tutto ciò (e non mi è molto facile), ne ricavo solo che cosa proverei io a comportarmi come un pipistrello. Ma non è questo il problema: io voglio sapere che cosa prova un pipistrello a essere un pipistrello. Ma se cerco di figurarmelo, mi trovo ingabbiato entro le risorse della mia mente, e queste risorse non sono all’altezza dell’impresa. […] potremmo immaginare che i pipistrelli provino una qualche versione del dolore, della paura, della fame, del desiderio […] resta però la certezza di un carattere specificamente soggettivo di queste esperienze che continuano a sottrarsi alla nostra capacità di concettualizzazione […] quel che posso trarne è solo un’idea di cosa proverei io a comportarmi come si comporta un pipistrello.


Cosa voglio dire con l’esempio di Nagel? Che noi potremo solo pensare, in base alla nostra coscienza soggettiva cosa provi un suicida ad essere un suicida, ma sarà sempre e ad ogni modo, un nostro, ingenuo punto di vista. Quello che ci sfuggirà sempre è il punto di vista individuale del suicida, il flusso della sua coscienza. L’intenzionalità della coscienza medesima. Quindi, eviterei semplificazioni e generalizzazioni, poiché il magma interiore che scorre nella mente di un aspirante suicida – mancando il presupposto di una conoscenza oggettiva della sua coscienza – non potremo mai conoscerlo del tutto.


D’altronde J.P. Sartre scriveva che “il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza”. Ed Henry Miller sentenziava: Il cancro del tempo ci divora. I nostri eroi si sono uccisi, o s’uccidono. Non c’è scampo, non cambierà stagione… il caos è la partitura su cui è scritta la realtà.  E dentro quel caos (partitura della realtà) noi vorremmo decifrare, banalizzando già col semplice tentativo di decostruzione, il suicidio? Sarebbe come voler conoscere gli stati d’animo di un pipistrello quando acchiappa insetti per nutrirsi, quando emette segnali ad alta frequenza o quando sta a testa in giù. A me, la sola idea di stare a testa in giù mi fa venire i capogiri.


Il suicidio del monaco Thich Quang Duc


Stavo scrivendo queste considerazioni – sicuramente inattuali – quando in questi giorni del mese d’aprile 2018 accadeva questo:

Ragazza suicida sotto il treno. Non ha pace neanche da morta Beatrice Inguì, la ragazza che mercoledì scorso si è gettata sotto un treno alla stazione di Torino Porta Susa. La irridevano perché grassa anche sui social. Anche da morta (7 aprile 2018) Vittoria (RG)Si è impiccato all’interno della sua azienda agricola Giovanni Viola, classe 1987, sposato, padre di una bambina di pochi mesi, attanagliato da debiti da crisi agricola”. (8 aprile 2018)


Ragazza morta suicida a Napoli oggi pomeriggio presso la sede di Monte Sant’Angelo dell’Università Federico II di Napoli. Giada Di Filippo aveva detto di doversi laureare oggi ai familiari e agli amici, in realtà il suo nome non era tra quelli dei laureandi, poiché non aveva sostenuto tutti gli esami: quindi la vergogna, il salto nel vuoto. (9 aprile 2018)


Sono stato tentato dall’interrompere la mia scrittura, mi sono sentito inopportuno, poi invece leggere le cattiverie che sono state scritte dagli ‘odiatori di professione’ sui social e il pensiero di mio figlio mi hanno incitato a continuare [* guardate in fondo alla pagina cosa ho dovuto leggere su mio figlio in un social]. Non si può andare avanti giocando partite truccate sulla pelle di chi, la sua partita a scacchi con la morte l’ha già perduta. Non si può offendere la memoria di chi ha ‘scelto’ diversamente facendolo sentire un complessato, un frustrato, un debole, un incapace per il solo fatto di non riuscire a comprendere il suo gesto. Per il solo fatto di non essere – noi che restiamo – pipistrelli come loro.



Io piango mio figlio, come il vecchio Priamo pianse le spoglie di Ettore, un genitore, infatti, non dovrebbe mai sopravvivere ai propri figli. Lo piango di lacrime dal sapore del sangue versato dal mio povero ragazzo sul suolo della Facoltà di Lettere, per protestare contro coloro che gli stavano rubando i sogni. Ne avverto ancora l’odore pungente, di quel sangue dispersosi in mille rivoli sul selciato di Lettere. Non posso più andare a Lettere senza essere stordito da quell’odore acre che brucia le mie narici; un odore ormai permanente dentro il mio sistema olfattivo. A mio figlio la celebrità non interessava, e non voleva fare il tronista dalla De Filippi o il partecipante al “Grande Fratello”. Lui era solo studio e ricerca, musica e passioni dalle molte forme. Lui era filosofia, il grande amore della sua vita e ad essa si voleva dedicare per quei 1100/1200 euro al mese dell’assegno di ricerca, se gliene avessero concesso la possibilità. Infatti Norman non aspirava a posti di lavoro strapagati o a sottogoverni regalati dalla politica: ripeto, egli era solo filosofia.


Era nato per questo. E per questo è morto. La sua grande dignità ed “etica del lavoro”  egli le declinava, inoltre, facendo il bagnino d’estate in un circolo nautico di Palermo per venticinque euro al giorno, dodici ore al giorno. E non certo perché in famiglia ci fosse un bisogno economico oggettivo, ma per una pura esigenza interiore di guadagnarsi qualche soldo col sudore della propria fronte: etica del lavoro la chiamava.


Questo è stato anche il suo volontariato civile in una società che divora i suoi figli per paura che le intelligenze più pure, possano aiutare gli altri a destarsi dal torpore e dall’assopimento che sta comodo a chi manipola i gangli vitali del potere a tutti i suoi livelli. Per questo vi dico, ritornando al discorso iniziale sul suicidio: evitiamo giudizi sommari, banalizzazioni dei problemi e generalizzazioni come “mal di vivere”. Così come nessuno saprà mai cosa si provi ad essere un pipistrello, nessuno potrà capire mai cosa provi un suicida ad essere un suicida. Ve lo dice chi non smetterà mai più di piangere, che non smetterà mai più di annusare l’odore del sangue sull’asfalto di Lettere. Il sangue di mio figlio. Il mio sangue… 


Ho ascoltato e letto troppe cazzate, commenti severi da parte del “becchino” di turno, i cori ululanti dei cosiddetti “difensori della vita”, tanto da provare una nausea sartriana verso costoro, bravi a sparare sentenze basate su meri pregiudizi imbellettati da valori religiosi o laici, e tuttavia incapaci di cogliere l’imperscrutabilità di un gesto tanto antico e conosciuto, quanto purtroppo attuale in ogni contesto sociale. Farisei, maldestri parolai, vuoti retori che non si sforzano di guardare alle contingenze individuali e all’energia magmatica che scorre nelle vene di un aspirante suicida. Un gesto da rispettare non foss’altro per la sua solennità, se proprio non lo si vuol comprendere; che in ogni caso non può essere commentato con tanta superficialità bigotta dai soliti, orridi, censori, e dagli altrettanto soliti, orridi, moralisti di casa nostra.


Evelyn Francis McHale


Il 29 novembre 2011 leggevo del suicidio assistito di Lucio Magri. Una scelta ponderata, meditata ampiamente da un uomo di 79 anni, per il quale la vita non aveva più scopo. Non un pischello andato fuori di testa, ma un uomo maturo, colto, protagonista di pagine importanti della politica italiana. Anche Lucio Magri merita rispetto, allo stesso modo di Mario Monicelli, altro intellettuale che nella fase più matura della sua vita, a 95 anni, scelse di anticipare il suo vis-à-vis con la morte. Tutti dobbiamo tributargli rispetto, tutti dobbiamo accettare la loro scelta senza ricorrere ad armonie segrete infrante o ad inviolabili dogmi sanciti all’atto della Creazione. Un giovane umanista finissimo e validissimo (citerò solo le sue iniziali perché è persona molto discreta, M.M.V.), ha afferrato benissimo, dal punto di vista intellettuale ed esistenziale, il senso di quel mistero che è la morte autoinflitta:

Si è tolto la vita poiché non riusciva più a vivere. Mai nessuno che capisca che ci si uccide perché non si riesce più a comprendere, non a vivere.


E l’umanista M.M.V. continua:


Non è che uno sceglie di uccidersi; al suicidio sei condannato e non sai da chi. Ti suicidi poiché sai che puoi fare ma non sei messo in condizione di fare. Tutto qui. Non serve molto.


Mi sono rotto di ascoltare le buone ragioni di psicoterapeuti fanatici e inzuppati di dottrina mercificata, preti intransigenti verso il suicidio e molto compiacenti con i mafiosi (da Casamonica in giù e da Welby in su), borghesi dal pensiero minimo,  benpensanti che si battono il petto e catto-marxisti che affollano il web.


Le buone ragioni di questi signori dovrebbero prima confrontarsi con le buone ragioni di chi decide la solennità di un gesto imprevedibile, misterioso come le seduzioni della notte, oscuro come una profezia della Sibilla, non comprensibile da chi è convinto di possedere la verità assoluta, o buona parte di essa: sia in termini morali, che psicologici, sociologici, metafisici, religiosi, filosofici.


La libertà, signori miei! è una conoscenza troppo complessa che non può essere ridotta a qualsivoglia teoria, sia pur affascinante; essa, piuttosto, assume le forme del molteplice, nel molteplice si manifesta e attraverso il molteplice diventa molteplici esperienze.


O, con Norman Manea:


La libertà è l’evasione dalla tirannia di un unico sistema mentale, la libertà è questo pensiero incompleto, aperto, antidogmatico, l’incertezza, la nebulosa delle probabilità.


Invece stiamo diventando tutti assenti, smarriti, distratti da un’idea di presenza e velocità che non lascia tempo alla riflessione, di accorgerci delle altre esperienze umane. Siamo i personaggi dello stralunato episodio narrato da Ray Bradbury (Fahrenheit 451): «[…] come in quell’altra barzelletta del signore che, tornando a casa ubriaco e alle ore piccole, sbaglia porta, entra in un appartamento non suo, si corica nel letto di una sconosciuta e la mattina presto si alza per recarsi al lavoro, senza che né l’uno né l’altra si accorgano di nulla». Non ci accorgiamo più di nulla. Eppure crediamo di sì.


(*) Purtroppo una certa forma di “parrocchialismo” fa presa nella percezione delle cose di molta gente e ho dovuto subire, a pochi giorni dalla morte di Norman, nel pieno del mio folle dolore, i commenti cattivi, velenosi, di alcuni internauti affetti da oltranzismo pseudo-religioso. Ricordo che molti, amici di mio figlio o semplici sconosciuti, insorsero contro le idiozie scritte sul web, tanto che questi signori furono costretti a cancellare le loro “altissime meditazioni” sulla vita e sulla morte.


Voglio ricordare solo un tale, sedicente cristiano, cattolico, che scrisse pressappoco così: «Norman è stato cattivo perché ha trasgredito la legge di Dio e adesso sarà all’Inferno. Suo padre non lo vedrà mai più, tranne che non sia stato cattivo come suo figlio e allora si incontreranno all’Inferno». Commenti?

 
Busto in marmo di Seneca, scultura anonima del XVII secolo

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