ORARIO CONTINUATO, SETTE GIORNI SU SETTE

di Roberto PECCHIOLI MAURIZIOBLONDET.IT

ORARIO CONTINUATO, SETTE GIORNI SU SETTE


Le similitudini tra il comunismo e il liberismo ipercapitalista si fanno sempre più sinistre.


Nel periodo di Pasqua si è riaccesa la polemica sull’apertura festiva di negozi, centri commerciali e altre attività. L’URSS aveva creduto di risolvere il problema nel 1929 attraverso una riforma del calendario su cinque giorni, tutti lavorativi, distinti per numero e, nella giornata, tempi di lavoro ciascuno con un colore diverso.


L’obiettivo dichiarato era quello di consentire la produzione a ciclo continuo, 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno.


Il vero scopo, tuttavia, era quello di distruggere l’idea di famiglia: il padre lavorava nel giorno 2 nell’orario azzurro, la madre nel giorno 4 giallo, i figli in altre fasce orarie o giornaliere. Occorreva creare l’uomo nuovo liberato da ogni identità, affetto, appartenenza. Il torvo esperimento comunista è fallito e fu lo stesso Stalin, dopo circa 10 anni, a mettere fine all’esperimento del lavoro a ciclo continuo.


Nell’opera di distruzione della persona e di palingenesi antiumana migliore successo ha il modello mercatista del capitalismo ultimo. I centri commerciali devono restare aperti sette giorni su sette, con orari estesi all’intero arco delle 24 ore, in nome del consumo, dell’incremento dei ricavi (profitto e crescita sono i mantra indiscutibili dell’irreligione liberale). Devoti al mito dell’orario continuato, tutti dobbiamo essere disponibili senza posa nelle uniche due funzioni che si sono state assegnate dal Soviet Supremo: consumatori e lavoratori. In diversi quartieri funzionano supermercati aperti non solo tutti i giorni della settimana, ma per 24 ore.


E’ il modello americano, bellezza, la società del commercio spazzatura simboleggiata da Wal-Mart, anche se non riusciamo a immaginare il progresso e la comodità (altra parola chiave della narrazione liberista) di acquistare prosciutto, smacchiatore e detersivo alle tre di mattina.


Vale la pena ricordare il passo del Vangelo di Marco in cui Gesù, dinanzi a una società, quella dei farisei, fatta di gesti, prescrizioni, divieti e formalismi, pronuncia una delle frasi più significative della sua predicazione: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato.”


Il capitalismo ultimo non rispetta nulla, il nuovo signore del sabato è il Mercato, che se ne infischia del giusto riposo di chi lavora, ignora i simboli e le date, trita e travolge tutto sull’altare del registro di cassa. Qualcuno ricorderà Zio Paperone disegnato con gli occhi trasformati nel simbolo del dollaro.


Il Mercato non si arresta mai, dunque ha superato il Creatore che il settimo giorno riposò. I giorni festivi sono soltanto sinonimi di maggiore affluenza nei templi del consumo, da cui l’uomo di Nazareth scacciò i mercanti. Analogamente al comunismo, il mercato è diventato una visione del mondo, un obbligo, una religione con dei, riti, templi, fedeli.


Che importa se i genitori non possono stare con i figli, i lavoratori devono accorrere con un fischio via app alla chiamata di un padrone indiscutibile, se nessun momento è dedicato alla riflessione, alla sosta. Il calendario indica soltanto giorni di maggiore o minore affluenza dei compratori. Natale e Pasqua sopravvivono in quanto permettono un surplus di affari, mentre altre ricorrenze sono inventate di sana pianta, come San Valentino per gli innamorati, Halloween, le penose feste della mamma, del papà e simili.


Altre date simbolo vengono imposte per svuotare i magazzini dell’invenduto, come il Black Friday, il venerdì degli sconti. Ma essenziale è che non ci siano più giorni o periodi festivi. Chi si ferma è perduto, lo spettacolo deve continuare, il gregge deve accorrere alle funzioni profane senza mai fermarsi, pena la diminuzione dei profitti, la linea discendente negli istogrammi statistici, il blocco di Sua Altezza il Prodotto Interno Lordo.


Se c’è una battaglia sacrosanta che i sindacati dovrebbero intraprendere è quella per restituire la domenica e le feste comandate (una volta si diceva così) al riposo, all’interruzione della corsa, alla famiglia, alla convivialità, a quello che Ivan Illich chiamò mondo vernacolare, ovvero agire senza scopo di lucro perché essere persone significa stare insieme, ridere e soffrire al di là del portafogli, delle merci, dei rapporti strumentali misurati in denaro.


Ma è anche una battaglia della politica, della comunità, di ciascun individuo che ami la vita e sappia che il nostro destino non è lo scambio. Adam Smith teorizzò che non è dalla benevolenza del fornaio che avremmo avuto il pane, ed è vero, ma è dall’empatia reciproca, dal rispetto, della condivisione, dal dono che scaturisce una vita degna di essere vissuta.


Bisogna sapersi fermare, e, come è stato per tanto tempo, accontentarsi del pane fresco sei giorni su sette, tanto più che qualcuno disse anche “non di solo pane vive l’uomo”. Il sabato è per l’uomo, non per il centro commerciale.


Ce lo spiega un martire del comunismo, un religioso ortodosso che fu anche un grande scienziato, Pavel Florenskij, in una pagina memorabile. “Il distacco dalle circostanze usuali e dalle abitudini di vita si accompagna a un vivo senso di eccitazione: il nettare dell’inaspettata libertà. Camminare per le vie di una città sconosciuta, ritrovarsi soli in mezzo alla natura, oppure a una guerra o a una festa, se la si intende come una frazione di tempo consacrato, qualitativamente nuovo: tutti questi eventi agiscono in maniera simile, ovvero spezzando le catene delle minute, infinite preoccupazioni quotidiane, lasciando spazio a quelle linee sfrenate grazie alle quali anche la fiacchezza naturalistica della vita si trasforma in arte.


E’ proprio allora che si manifestano le forze più recondite del nostro essere, abitualmente soffocate dalla meschinità: energie troppo significative per l’uggiosa ferialità o forse persino invise a quest’ultima. Vacanza deriva da vacuuum, ossia vuoto, non ingombro; e molto spesso basta scrollarsi di dosso la zavorra delle solite minutaglie per liberare ciò che giace sotto, soffocato: la consapevolezza profetica, il senso di un legame radicato con il mondo, una gioia di vivere prossima all’estasi.”


Eppure, i nuovi dei falsi e bugiardi, consumo, diritti, capricci, desideri, tornaconto, ci hanno convinto che la felicità, il surrogato dell’eternità siano il moto perpetuo dell’acquisto, l’orario continuato sette giorni su sette, dalle ore zero alle ore ventiquattro. Un giorno almeno, spegniamo le luci, chiudiamo il negozio, guardiamoci negli occhi.


Roberto PECCHIOLI


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