Ron Paul, la novitÓ delle elezioni Usa - INTERVISTA A CARLO LOTTIERI

Di Stefano Magli per www.opinione.it

Nuovo libertario o vecchio razzista? La candidatura alla presidenza di Ron Paul divide gli americani, alle prese con i primi voti, in Iowa, delle elezioni interne al Partito Repubblicano. Per il professor Carlo Lottieri, libertario italiano, non ci sono dubbi: Paul non è razzista e se dovesse diventare presidente "L'America tornerebbe a essere l'America: una terra di libertà e di speranze per quanti non credono che la violenza sia un metodo civile, rigettano ogni forma di socialismo, coercizione e tassazione".

Partita la stagione elettorale negli Usa con il caucus dell'Iowa, avanza la prima anomalia. Il candidato oggetto di odio e amore in America è il libertario Ron Paul. I suoi rivali additano la sua vecchia newsletter, carica di rancori e sfumature razziste. Ma il 67% dell'elettorato di Ron Paul è costituito da giovani under-35 repubblicani, che lo vedono come il candidato ideale per liberarsi del vecchio establishment e fare una nuova rivoluzione libertaria.
Comunque vadano le elezioni (di cui oggi avremo i primi risultati), Paul è già un caso. E come tutti i "casi" americani avrà ripercussioni anche nella politica italiana, dove iniziano a spuntare emuli e detrattori. Ne abbiamo parlato con il professor Carlo Lottieri, docente di Dottrina dello Stato all'Università di Siena, di Filosofia del diritto e Filosofia delle scienze sociali alla Facoltà di Teologia di Lugano e co-fondatore (assieme ad Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro) dell'Istituto Bruno Leoni, l'unico think tank italiano di area liberale classica e libertaria.
Professor Lottieri, Lei è dichiaratamente un libertario. Se fosse un cittadino statunitense. Sosterrebbe la candidatura di Ron Paul presidente? Certamente. Penso che Paul rappresenti davvero l'interprete più fedele della migliore tradizione liberale: di quella tradizione jeffersoniana che ha sempre pensato che il miglior governo sia quello che governa meno, e che ha sempre anteposto la libertà individuale a ogni logica di dominio e a ogni pretesa del ceto politico di pianificare la società.
Ron Paul si è candidato alla Casa Bianca già nel 1988 (per il Partito Libertario) e nel 2008 (con i Repubblicani). Perché le altre volte non ne ha parlato nessuno e quest'anno ha conquistato le prime pagine? Il motivo mi pare semplice: ed è che lo Stato in America è cresciuto sempre più, nel corso degli ultimi anni, e questo ha reso sempre più urgente la necessità di una svolta libertaria.
La presidenza di George W. Bush, prima, e quella di Barack Obama, poi, hanno portato a una dilatazione dell'apparato politico-burocratico che molti americani non sono disposti ad accettare. Credo che soltanto oggi Paul abbia una chance per lo stesso motivo che soltanto oggi è nato, oltre Atlantico, un movimento come quello dei Tea Party.
Non sono ottimista, sia chiaro, ma egualmente non sono del tutto sorpreso dal fatto che in questa fase che vede il crollo rovinoso degli Stati (oppressi da debiti mostruosi) ci sia un candidato libertario che conquista l'attenzione generale.C'è chi dice che sia solo un "matto" impresentabile col vizio delle sparate politicamente scorrette.
Può essere preso sul serio come comandante in capo della prima potenza mondiale?
La maggior parte di quanti screditano pubblicamente Ron Paul appartengono a quell'establishment che pagherebbe davvero molto salata una vittoria del dottore texano. A dispetto di taluni suoi limiti (e Paul ne ha, come tutti), egli ha un grande merito: è totalmente al di fuori di quel "giro" di interessi che, quale che sia il colore dell'amministrazione, riesce sempre a ottenere da Washington la soddisfazione delle proprie pretese.
Ed è fuori da quel sistema di relazioni perché i suoi principi sono incompatibili con quel mondo. Al posto di Bush e di Obama non avrebbe salvato le banche, né avrebbe tolto i soldi ai contribuenti per darle alle industrie collassate di Detroit. È dunque comprensibile che molti non lo amino.
Tanto più che egli non vuole essere un comandante in capo, ma ambisce solo a restituire agli americani la libertà che hanno perduto.A tener banco in queste settimane pre-elettorali è la polemica sulla sua newsletter. Anche il Cato Institute ritiene che i contenuti di quegli articoli, con battute contro i neri e i gay, siano da considerarsi "non libertari".
Ron Paul è un paleoconservatore camuffato?
Paul non è un paleoconservatore: è semmai, per tanti aspetti, un paleolibertario. È insomma un libertario che ritiene che la società libera abbia bisogno di poggiare su taluni valori morali, e che ritiene che una certa cultura di sinistra abbia portato l'America dentro una cultura del tutto relativistica.
Crede inoltre nel diritto di esprimersi liberamente e detesta il "politically correct". La polemica su quegli articoli, infine, mostra solo quanto siano privi di argomenti gli avversari di Paul.Come possiamo considerare la sua condanna storica al Civil Rights Act del 1964? Quello che Ron Paul ha detto al riguardo mostra come egli sia un personaggio estraneo non solo al mondo politico americano, ma alle logiche più elementari della politica.
Quale è la posizione di Paul sul tema? È forse un razzista? Niente affatto! Tanto è vero che in quella stessa occasione ha dichiarato di essere contro le cosiddette Jim Crows laws, e ovviamente di essere nemico di ogni discriminazione legale. Avrebbe quindi cancellato le norme razziste, ma si sarebbe limitato a questo, mentre le norme del 1964 hanno invece introdotto una serie di divieti a discriminare nell'uso dei propri beni che, ovviamente, sono odiosi agli occhi di un liberale.
Figuriamoci per un libertario come Paul! Se ho un negozio e pongo un cartello con la scritta "Vietato l'ingresso ai neri" oppure "Vietato l'ingresso ai bianchi", in un mondo liberale la cosa è da giudicarsi come incivile, ma certo non andrebbe vietata. Paul ha preferito difendere i suoi principi, quelli di chi crede nella proprietà privata, piuttosto che piegarsi alle logiche del politicamente corretto e dello statalismo sotteso ad esso.
Ron Paul ha anche ottenuto l'appoggio di David Duke, ex leader dei razzisti del Ku Klux Klan. E Paul non lo ha rifiutato. Vuol dire che, tutto sommato, non disdegna il razzismo? Non mi pare sia esattamente così. Quando è stato interrogato in merito (vi sono anche alcuni video su Youtube) è stato netto, dicendo: "I don't want white supremacist support", e aggiungendo anche quel tipo di visione è semplicemente "sbagliata".
È vero che David Duke ha dichiarato di sostenere le sua candidatura e che anche altre figure marginali (ossessionati da cospirazioni di varia natura) sono pro-Paul. Ma questa è solo la prova di come il potere di Washington e/o di Wall Street sia oggi chiuso su se stesso, al punto da generare attorno a sé ogni genere di sospetto e fobia, e come l'America disorientata tutta - perché Paul sta entusiasmando anche vecchi sinistrosi allo sbando - possa guardare al candidato libertario con simpatia.
Anche la comunità ebraica sembra aver mosso guerra a Paul, dopo che il candidato libertario ha dichiarato che l'eventuale distruzione di Israele non è un problema americano e di non ritenere l'Iran una minaccia reale. Paul è un anti-sionista? Distinguerei tra gli apparati della cosiddetta "comunità ebraica" e gli ebrei in carne ed ossa.
Sempre in Internet è facile trovare le iniziative di "Jews for Ron Paul", ossia di quegli ebrei americani che condividono con Paul l'idea che l'America deve smettere di essere il poliziotto globale, ritirare nei propri confini l'esercito, piantarla di sostenere questo o quel governo (come fece, ad esempio, con Saddam Hussein).
E chiaramente deve anche interrompere i propri aiuti a Israele esattamente come ai paesi arabi (che complessivamente ricevono più soldi di Gerusalemme). Paul non ha dunque nulla contro gli ebrei, ma crede che gli Stati Uniti debbano imparare a pensare di più alla propria difesa, e sempre meno ad impicciarsi negli affari altrui.
Come ho già detto, Paul è fedele all'ispirazione originaria degli States: quella di George Washington e di Thomas Jefferson. Non è già un isolazionista (perché sul piano economico crede nella massima apertura dei mercati), ma è semmai per una neutralità armata, che porti l'esercito degli Usa a preoccuparsi della difesa americana e di nient'altro.
Sempre nella newsletter incriminata, si legge che il primo attentato alle Torri Gemelle è frutto di un complotto ebraico. Ammesso che siano parole sue, la teoria della cospirazione giudaica non è più adatta all'estrema destra che a un candidato libertario? In realtà Paul ha negato che quelle parole fossero sue.
E mi pare che tutta questa vicenda legata a una newsletter distribuita in mille copie nel periodo durante il quale era tornato in Texas a fare il ginecologo sia più una montatura legata a inimicizie settarie tra libertari che a questioni di sostanza.Cosa ritiene importante, in particolare, nel programma di Ron Paul? Due cose: la fine di ogni forma di imperialismo americano (perché la guerra è la madre dello statalismo, e perché solo un universo "all'elvetica" è in grado di offrire un futuro all'umanità) e la determinazione a tagliare a colpi d'accetta la spesa pubblica e, di conseguenza, la distribuzione di risorse da quanti sono politicamente deboli a quanti sono politicamente forti.
Ma faccio fatica a distinguere nettamente le due cose, dato che - come disse Randolph Bourne e come dimostra pure la storia europea - "la guerra è la salute dello Stato", che si è sempre dilatato grazie alla guerra e al bellicismo.Che impatto potrebbe avere un'eventuale affermazione di Paul qui in Italia? L'America tornerebbe a essere l'America: una terra di libertà e di speranze per gli uomini liberi, per quanti non credono che la violenza sia un metodo civile, per quanti rigettano ogni forma di socialismo, coercizione, tassazione.
E credo che quel messaggio potrebbe aiutare anche quei pochi che, nel Vecchio Continente, continuano ad avere più fiducia nell'individuo che nel potere, più nella società che nello Stato.


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