Israele-Iran: La questione non è se attaccare l'Iran, ma quando

01/03/2012 tratto da Interpress Service www.ips.org - Traduzione a cura della Redazione di Megachip

«La calma prima della tempesta»: ecco come gli esperti israeliani hanno descritto il conto alla rovescia iniziato prima della riunione in programma il 5 marzo tra il presidente americano Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.  Dopo il pellegrinaggio a Gerusalemme dei diplomatici statunitensi la scorsa settimana, è ora la volta dei leader israeliani di andare a Washington.

Il Primo Ministro è atteso alla Casa Bianca il 5 marzo, due giorni dopo il presidente israeliano Shimon Peres.

I ripetuti avvertimenti da parte degli Stati Uniti prima delle riunioni presidenziali non potevano essere più chiari: «Sarebbe prematuro lanciare un attacco militare contro l'Iran», ha detto alla CNN il capo di stato maggiore statunitense, il generale Martin Dempsey. «Il governo degli Stati Uniti è certo che gli israeliani comprendano le sue inquietudini», ha aggiunto il generale Dempsey.

Tuttavia, la preoccupazione principale della leadership israeliana è quella di essere sicuri, non di curarsi delle "inquietudini" americane. Benché apprezzino le posizioni USA tese a contenere lo sforzo nucleare iraniano, e siano anche disposti a riconoscere privatamente che le sanzioni adottate dagli Stati Uniti hanno superato le loro aspettative, molti di domandano la ragione della testardaggine nel tenere segreto il momento scelto per lanciare un potenziale attacco "preventivo" contro l'Iran, se non per motivi puramente tattici.

Sembra che il dilemma di Israele «sull'attaccare o non attaccare l'Iran prossimamente» risieda sulla natura incerta delle prese di decisioni americane relative alla Repubblica islamica. Dempsey si è fatto chiaramente sentire: «L'Iran è un attore razionale ... Non fa conto di sviluppare l'arma nucleare.»

Secondo un articolo del «New York Times» pubblicato Sabato (25 febbraio), la dichiarazione di Dempsey è stata corroborata da sedici agenzie di intelligence degli Stati Uniti, intanto che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) aveva riferito venerdì che l'Iran ha accelerato il suo programma di arricchimento dell'uranio rispetto alla relazione precedente di novembre 2011.

Netanyahu ha ripetutamente affermato che l'Iran rappresenta una «minaccia esistenziale» per Israele, ma anche per il resto del mondo, e che questo non può essere tollerato. Le dichiarazioni del Primo Ministro aderiscono all'opinione americana: «Tutte le opzioni sono sul tavolo». Tuttavia, Netanyahu ha anche lanciato un avvertimento: «Basta con questa loquacità, che fate danni», ha ordinato ai suoi ministri. «Noi non dovremmo dare troppe informazioni su questo argomento.»

La questione è allora sapere chi ha «rivelato troppe informazioni». Questo avvertimento era forse un consiglio dissimulato annunciato dagli stessi funzionari americani che hanno pubblicamente esortato il suo governo a smettere di parlare di un attacco all'Iran?

In ogni caso, non è tanto quel che Netanyahu dice a preoccupare gli Stati Uniti, quanto piuttosto quel che non dice. Il fatto di lasciare tutti gli attori chiave in dubbio sul sapere se un attacco israeliano contro l'Iran sia imminente (per la primavera se dobbiamo credere alle dichiarazioni del segretario di Stato americano Leon Panetta riferite da David Ignatius del «Washington Post» all'inizio di febbraio) ha uno scopo preciso.

Nessuno si illude: le minacce di un attacco israeliano non dissuaderanno l'Iran dal perseguire la sua ricerca nucleare. Questo potrebbe, nel migliore dei casi, evitare che il fronte internazionale abbassi la guardia di fronte a Teheran.

«Fino ad ora, l'opzione militare rappresenta un grande successo sul fronte diplomatico», ha assicurato il giornalista Ari Shavit. «È riuscita a far uscire la comunità internazionale dalla sua apatia e ha dato un contributo decisivo all'inasprimento dell'assedio economico e diplomatico contro l'Iran.»

Quindi cosa possiamo aspettarci da questo incontro al vertice tra israeliani e americani? Una cosa è certa: Obama non vuole dare l'impressione che gli Stati Uniti rischino di essere trascinati da Israele in un attacco contro l'Iran.

Tuttavia, il coordinamento tra i due paesi alleati è tale che, se Israele attaccasse l'Iran, sarebbe estremamente difficile per il presidente degli Stati Uniti convincere la comunità internazionale - in particolare gli stati arabi post-rivoluzionari con cui gli USA sono impegnati a ripristinare un clima di fiducia - che non fosse a conoscenza della decisione di Israele o che disapprovasse un'azione unilaterale di Israele.

Peggio ancora, nessuno può davvero affermare che un attacco unilaterale non potrebbe avere ripercussioni su un Vicino Oriente ancora più instabile. Gli Stati Uniti potrebbero facilmente perdere il controllo della situazione e impantanarsi sul piano militare.

Ci vorrebbe qualcosa di più delle parole perché l'opposizione statunitense a un attacco israeliano sia credibile agli occhi della comunità internazionale, cosa inconcepibile durante una campagna elettorale. L'unica possibilità di Obama sarebbe quella di ottenere la promessa da parte di Netanyahu, anche in privato, che Israele non prenderà in considerazione per il momento l'idea di lanciare un attacco militare contro l'Iran.

In cambio, Netanyahu sicuramente otterrà una reiterazione del consueto «appoggio incondizionato» degli Stati Uniti alla sicurezza di Israele. Ma questo non è affatto sufficiente, perché il minimo che possiamo dire è che Netanyahu non ha piena fiducia in Obama.

Shavit, che ama imitare il Primo Ministro, ha scritto nell'edizione del fine settimana di «Haaretz»: «Se il presidente vuole evitare una catastrofe, deve garantire a Netanyahu che gli Stati Uniti fermeranno l'Iran in qualunque maniera e ad ogni costo, dopo le elezioni. Se Obama non lo fa, obbligherà Netanyahu ad agire prima delle elezioni del 2012.»

In questo contesto, la discussione in seno ai circoli diplomatici e della difesa americani e israeliani stringe. Un attacco contro l'Iran - senza, ma, se possibile, con la collaborazione degli Stati Uniti - è ora sul tavolo delle trattative in termini di tempo anziché di probabilità.

Quanto più ci avviciniamo al mese di novembre, più la probabilità di un attacco israeliano sarà elevata, e non a causa delle condizioni climatiche, quanto invece del clima elettorale americano. Una guerra preventiva sarebbe percepita come una grave interferenza politica negli affari interni americani. Questo non è un rischio che Netanyahu, buon intenditore della politica americana e di indole cauta, sarebbe incline a correre.

Se è chiaro che nessuna azione militare sarà lanciata contro l'Iran prima di novembre, perché gli israeliani non placano le inquietudini americane in questo senso? Netanyahu vuole che Obama faccia la cosa giusta per Israele, vuole portare il presidente a stare con il suo paese sul piano militare e preferibilmente prima di un attacco israeliano.

La prospettiva di un attacco unilaterale contro l'Iran, anche se avviene dopo le elezioni, sembra essere la migliore arma diplomatica di Israele.


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