Breve storia di sette anni infami

MARCELLO VENEZIANI

Breve storia di sette anni infami


Nel pieno di una deprimente schermaglia elettorale, guardiamoci indietro per capire come siamo arrivati a questo punto. Ricostruiamo la storia degli ultimi sette anni.

In principio fu la fine di Berlusconi. Messo fuori gioco da un mezzo golpe interno e internazionale, nel nome di una parola magica chiamata spread, cominciò per l’Italia il settennato più assurdo della nostra pur anomala storia.

Nell’arco di questi sette anni abbiamo assistito nell’ordine al suicidio della destra, al suicidio della sinistra, all’avvento sciagurato dei tecnici, alla crescita abnorme dell’antipolitica, alla morte e resurrezione di Berlusconi.

Il suicidio della destra ha un nome principale: Fini. Il suicidio della sinistra ha un nome principale: Renzi. E due sciami di complici.

Il fallimento dei tecnici ha il nome di Monti (e magari la faccia della Fornero), la crescita abnorme dell’antipolitica ha la chioma di Grillo e il faccino di Di Maio. E il vuoto che resta, la sedia vacante, ha il nome di Mattarella.

Il collasso della politica rispecchia il collasso della società; anzi è l’unico punto che congiunge il degrado della politica alla decadenza della società. Sullo sfondo c’è il tragico sorpasso dei decessi sulle nascite, dei vecchi sui giovani, più la fuga all’estero dei ragazzi più svegli, rimpiazzati dall’arrivo di clandestini. La società di massa si è fatta molecolare, sempre connessa e sempre più solitaria, abitata da narcisi astiosi.

È l’epoca del selfie come orizzonte di vita.

Ma torniamo alla politica. Veniamo da una sequenza di fallimenti: fallì la politica, fallirono i tecnici, fallisce l’antipolitica ovunque passi da protesta ad amministrazione.

La cosiddetta seconda repubblica era stata segnata da due fenomeni eminenti: l’avvento dei partiti personali al posto dei partiti ideologici e corali; e l’avvento di un bipolarismo dell’alternanza più che perfetta, perché a ogni elezione il governo uscente veniva bocciato e subentrava l’antagonista.

Il presente settennato, che ho difficoltà a definire terza repubblica, ha prodotto due ulteriori novità: il bipolarismo si è fatto tripolare, anticamera dell’ingovernabilità; e il partito personale si è fatto ancora più personale e ancor meno partito.

Dopo la fase cruenta dei tecnici sacrificali, siamo alla fase imbonitrice dei politici piazzisti.

Sul piano delle idee domina il deserto ma con alcune particolarità. Un tempo la sinistra aveva un punto saliente: l’anticapitalismo. Dopo un lungo viaggio in cui si è trasformata nella guardia bianca del Capitale e nel cappellano morale del mercato, l’anticapitalismo è stato sostituito dall’antifascismo.

L’antifascismo, in assenza di fascismo, ha generato un rigido, manicheo, irreale schema di polarizzazione.

Il sogno della rivoluzione a sinistra si è spaccato in due filoni: il proletario o l’operaio è stato sostituito dal migrante e la liberazione degli oppressi è stata sostituita dalla liberazione dei repressi, in tema di sesso, famiglia, pulsione di morte, desideri sprigionati.

L’ideologia pervasiva, transnazionale, è il politicamente corretto.

E a destra, invece? La destra non ha elaborato strategie, pensieri, culture politiche e civili. Si è limitata a rilanciare il brusio del giorno e gli umori della folla. Ha giocato di rimessa e contrappunto, ha cavalcato il momento. A volte intercettando con efficacia e successo mediatico alcuni (mal)umori diffusi. A volte no.

Invece la società si è polarizzata sui temi sensibili, bioetici, riguardanti l’accoglienza, la famiglia, i sessi, la vita e la morte. Esiste un’opinione pubblica di questo tipo (che diremo “conservatrice”), contrapposta a un’area “progressista”, ma non esistono adeguati soggetti sul piano dei media, delle istituzioni, dei partiti, in grado di rappresentarla.

Ci provano la Lega di Salvini, la Meloni e i suoi fratelli, più formazioni minori (tipo Casapound).

Praticamente non pervenuta l’incidenza dei cattolici in politica, ridotti a coriandoli di poco peso. Il bergoglismo ha ancor più spaccato i cattolici, tra accoglienti (pro-migrantes, pauperisti, caritatevoli) e tradizionali  (pro-famiglie, civiltà cristiana, religiosi).

A puri palliativi si riducono le altre definizioni: moderati, modernizzatori, liberali o riformatori. Definizioni passepartout che non dicono nulla in questo contesto, al più indicano un modo e non un contenuto, un’istanza generica, ma non sono in grado di indicare contenuti politici, scelte di fondo, risposte concrete, orientamenti di vita.

Cosa resta della politica in questo 2018 elettorale? Resta solo il marketing elettorale. Non la formazione di una classe dirigente, non le motivazioni ideali o civili, non la bioetica,  i diritti e doveri. Ma solo il marketing.

Leader è il Miglior Venditore. Non ci sono altri criteri. La politica è la gara a chi compiace di più e meglio i votanti e chi mostra meglio il bluff del concorrente.

L’alchimia del sistema elettorale nega ogni preferenza e legame territoriale. Siamo al remake più kitsch: tentativi goffi di rifare la sinistra, di rifare la destra, di rifare il verso, di rifare il berlusconismo (sette anni visti come un circolo vizioso, da B. a B.). O in alternativa arrendersi alla forza del nulla, in versione regime (establishment euro-italiano) o in versione movimento (protesta grillina).

A vederli alle spalle, in sequenza, sembra che sette anni fa ci attraversò la strada un gatto nero, che ha portato sette anni di guai. Ma il peggio è che non si intravede ancora un’uscita dal settennato nero e sfigato da cui proveniamo.

Lanciati nel voto, senza paracadute.

MV, Il Tempo 17 febbraio 2018


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