ARCHIVIO Morte affinché sia vita

2006 MASSIMO FINI

Morte affinché sia vita

 

Negli anni Ottanta quando, fra il giubileo generale, cominciò l’orgia dei trapianti e degli espianti di organi, nuova frontiera della medicina tecnologica, Sergio Quinzio scrisse, con la sua consueta acutezza: “Quando l’essere umano è sentito come qualcosa di scomponibile e sostituibile nelle sue parti, è già inesorabilmente ridotto a cosa e ogni cosa ha necessariamente il suo prezzo e il suo mercato”.


La profezia di Quinzio si è puntualmente avverata.


Negli Stati Uniti, Sally Satel, studiosa dell’American Enterprise Institute, celebre luogo di elaborazione del pensiero ‘neocon’, si chiede, spalleggiata dal Wall Street Journal e dal New York Times, se non sia venuto il momento di smantellare quello che si ritiene un tabù: il divieto di vendere una parte del proprio corpo.


E propone l’istituzione di un mercato legale di compravendita di organi, sia da persone morte (morte per modo di dire, dato che i loro organi non lo sono) che vive.


Negli Stati Uniti, dice laSatel, per superare le lungheliste di attesa (…) per ottenere un organo molti americani se li vanno a comprare all’estero (è nota la pratica per cui ai bambini brasiliani delle favelas vengono strappati occhi, reni, parti di fegato, polmoni per rifornire i bambini malati dei ricchi yankees) e questo comportamento è ormai socialmente accettato.


Tanto vale quindi legalizzarlo. Del resti il processo, dice la Satel, sarebbe irreversibile: le tecnologie rendono operabile un numero sempre crescente di pazienti, cosa che, insieme all’invecchiamento della popolazione, spinge ineluttabilmente verso un sempre maggior fabbisogno di organi da trapiantare.


E poiché questi organi, in regime di donazione volontaria e condizionata, scarseggiano, via con la compravendita, via col mercato che, com’è noto, è la panacea di tutti i mali.


Viene di rincalzo, sul Wall Street Journal, Richard Epstein, un professore dell’università di Chicago, il quale scrive che tutti gli scrupoli etici “vanno accantonati di fronte alla realtà delle lunghissime liste di attesa: le persone muoiono ogni giorno perché non riescono a ottenere il rene che potrebbe salvare loro la vita.


Solo un esperto di bioetica può preferire un mondo con mille altruisti che contano un organo e 6500 morti per mancanza di un sufficiente numero di persone altruiste, a un mondo nel quale non ci sono altruisti e non ci sono decessi per mancanza di organi”.


È tutto molto razionale, molto pratico. Non si capisce però bene che senso abbia rendere gli uomini meno difettosi creandone altri (i donatori mercenari vivi). Inoltre a
chi verrebbero comprati questi organi?


Ai poveri ovviamente. Sparirebbe anche una delle ultime uguaglianze dettate da Madre Natura, per cui si può nascere poveri, ma sani in un suburbio e ricchi, ma malati in una reggia.


Basta con queste sciocchezze, i ricchi hanno da essere sani e i poveri di fornire loro il materiale organico necessario per rendersi tali, ammalandosi al loro posto.


L’impazzimento mercantile, tecnologico e illuminista non conosce ormai più limiti. Non è il Sonno, ma il Sogno della Regione che ha partoriti mostri.


Come conferma quell’altra notizia che viene da Londra dove nei laboratori dell’University College Hospital, attraverso la fecondazione in vetro, selezionando e uccidendo un mucchio di embrioni sani, ma che, divenuti uomini, potrebbero ipoteticamente sviluppare un tumore alla retina, ne è stato scelto uno immune da questa patologia di cui soffre la madre.


Insomma un bebè “a la carte”. E sicuramente andremo avanti sulla strada di questa eugenetica (Hitler era un dilettante in confronto) alla ricerca spasmodica dell’embrione, e quindi dell’uomo perfetto garantito da ogni malattia.


Senza renderci conto che questo è un sogno, oltre che impossibile, solido, perché la Natura ha bisogno della malattia come della morte, e per ogni patologia che eliminiamo altre ne crea, sempre più angosciose e terribili (cancro e infarto, tanto per fare esempi, erano pressoché sconosciuti in era preindustriale).


Senza capire, all’inseguimento di questo rito prometeico, che dolore, imperfezione, malattia e morte sono precondizioni essenziali senza le quali non potrebbero esistere nè la felicità, nè la salute, e in definitiva, neppure la vita


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