Marina, morte-spot per l'eutanasia. E i Radicali mietono

Marina, morte-spot per l'eutanasia. E i Radicali mietono


Usata dai Radicali come trofeo della vittoria sul “testamento biologico”, Marina Ripa di Meana ha deciso di morire a 76 anni sotto i riflettori, così come aveva deciso di vivere: “Il mio cinema è la vita che vivo”, disse una volta, e “sono maestra nell'arte di far parlare di me… nella vita ci si può inventare tutto” (come non ricordare lo spot animalista in cui si lasciò fotografare nuda scrivendo sotto la sua immagine che i suoi erano gli unici peli che non si vergognava di indossare). 


Così come è vissuta, scegliendo di credere nel self-made-man padrone del suo destino e nel dio della natura, affetta da anni da un tumore non ha chiesto di essere accompagnata e amata nella sofferenza, ma ha, dapprima combattuto “come una guerriera contro la malattia”, ha dichiarato la figlia Lucrezia Lante della Rovere, e poi ha chiamato Maria Antonietta Coscioni, dell’associazione radicale Luca Coscioni, chiedendole di aiutarla ad uccidersi per annunciare poi la modalità con cui si sarebbe procurata la morte in un video messaggio trasmesso dal Tg5.


La Coscioni, accanto a Ripa di Meana intubata, ha letto il testamento della malata: “Babbo Natale, le mie condizioni di salute sono precipitate. Il respiro, la parola, il mangiare, alzarmi: tutto, ormai, mi è difficile, mi procura dolore insopportabile: il tumore ormai si è impossessato del mio corpo.


Ma non della mia mente, della mia coscienza”. È proprio questa, di fatto, che Ripa di Meana ha usato per scegliere la morte procurata o meglio per “tornare alla terra”, come era convinta lei senza credere che la vita sia eterna e che quella quaggiù serva solo per scegliere fra Paradiso e Inferno. 

In ogni caso, l’attrice ha confessato di aver chiamato Maria Antonietta Farina Coscioni, “persona di cui mi fido e stimo per la sua storia personale”, la quale però non le ha proposto, come farebbe una vera amica, una compagnia nella sofferenza né le ha dato una speranza. In poche parole, i Radicali che hanno offerto il loro “aiuto” alla donna, invece che dirle che avrebbero desiderato la sua presenza in terra fino all’ultimo, essendo pronti a lottare insieme a lei per la vita e a sostenerla nella sofferenza e nel cammino al destino eterno, si sono, come fanno da sempre, leccati i baffi.


Soprattutto davanti ad un caso che non avrebbe avuto bisogno nemmeno di essere montato per divenire noto, dato che riguarda una delle donne più note d’Italia. Sarà per questo che non hanno avuto remore nel farle dire una menzogna, ossia che invece che andare in Svizzera, si può “percorrere la via italiana delle cure palliative con la sedazione profonda”.


Che è come dire agli italiani: grazie alla nuova legge passata in Parlamento il mese scorso, per farsi uccidere non serve più andare all’estero dove l’eutanasia è legale, basta la “sedazione profonda” ammessa appunto dalle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat o “testamento biologico”). Ovviamente spacciando tutto ciò per un’azione prevista dalle cure palliative, anche se in verità queste non prevedono in alcun caso la “sedazione profonda”. 


Infatti, le cure palliative, già praticate in Italia da anni, hanno come scopo di alleviare la sofferenza e mai di uccidere la persona. Al contrario la sedazione profonda non ha il fine di alleviare le sofferenze, ma di usare una dose superiore di anestetici per accelerare la morte della persona.


Una contraddizione questa che si ritrova nelle stesse parole di Ripa di Meana, che nel 2010 spiegò a Vanity Fair di non avere paura di nulla se non della noia e che il 18 dicembre scorso, ospite del programma tv La Vita in Diretta, ha chiarito che “il male non deve impadronirsi di te, tu non sei la malattia…”, per poi contraddirsi nel video-testamento annunciando che “una persona deve sapere che può scegliere di tornare alla terra senza ulteriori e inutili sofferenze”.


Che è come confessare non solo il terrore della morte, ma che alla fine questo, più forte di ogni potere umano, è in grado di uccidere ogni speranza.


Dunque, meglio la via di fuga.


Perciò, nello stesso modo in cui aveva predicato la libertà senza vincoli usando "sessantottinamente" il suo corpo come il simbolo della liberazione (”Una volta mi sono dovuta prostituire per procurare la droga a Franco Angeli, il mio compagno dell'epoca. Ho vissuto bene perché sono sempre andata incontro alle mie necessità, alle mie debolezze e ai miei desideri”, ammise in un'intervista al Giornale), Marina Ripa di Meana è morta affermando l’autodeterminazione, rifiutandosi di fidarsi del disegno di Chi, amandola indipendentemente da lei, le ha dato la vita indipendentemente dalla sua volontà e scegliendo quindi di essere artefice della sua morte. 


Il guaio è che in nome di questa libertà molti saranno costretti a morire prima del tempo. Perché non è vero che grazie alla legge sulle Dat chi vorrà potrà farsi uccidere e chi no morirà sicuramente di morte naturale curato e accudito fino all’ultimo come desidera. Questa norma, infatti, creerà una mentalità efficientista e di abbandono terapeutico, facendo sentire i malati che vogliono vivere fino a morte naturale come un peso inutile.


Perciò, pur sperando che si sia convertita nella frazione di secondo successiva alla sedazione, il suo gesto finale ha una gravità dalle conseguenze enormi su tutta la società, che oggi più che mai è bisognosa non di aguzzini che offrano la mano per redigere “testamenti biologici”, ma di testimoni capaci di dare tempo, energie, amore, compagnia e quindi la vita, per la vita di ogni malato. 


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