MASSIMO FINI PENSIERO: RECENSIONI A 'LA RAGIONE AVEVA TORTO?'

By Cavallo Roberto - http://www.stroboscopio.com/

LA RAGIONE AVEVA TORTO (recensione a cura di David Taglieri)


Il progresso tecnologico ha veramente accresciuto la ricchezza dei saperi e la felicità nella libertà? Oppure la tanto decantata civilizzazione della scienza, non andando di pari passo con la civiltà dei valori umani, ha determinato l’annichilimento dei mezzi a scapito dei fini?


Con tali quesiti di fondo si apre “La Ragione aveva torto”  (pagg. 158, Edizioni Sperling e Kupfer), il libro con cui lo scrittore e giornalista Massimo Fini compie un’analisi delicatamente dettagliata sul confronto fra un presente indefinibile – marcato dalla frenesia iperveloce – ed un passato che non riusciamo più a riconoscere e a decifrare.  E’ comunque un passato che racchiude certezze e convenzioni che, per quanto tradizionali, circostanziavano la vita delle  persone e riuscivano a rappresentare un riferimento basilare a livello umano.


Non di un’esaltazion e b anale del buon tempo andato si tratta, ma della stigmatizzazione dell’uomo moderno, quello che si è costruito delle condizioni di vita intollerabili, nella ricerca dell’opposta finalità di migliorare il proprio tenore di vita.


Il mondo preindustriale era fatto di durezze, sofferenze e fatiche bestiali, con il concetto di sacrificio che a livello materiale e spirituale apportava fortezza di carattere e temprava le personalità.


L’Ottimismo illuminista, perseguendo il migliore dei mondi possibili, ha prodotto in realtà il peggiore universo inimmaginabile.


Modernità è un concetto che da sfogo all’errata ermeneutica del linguaggio, laddove tale termine viene accostato con ripetuta insistenza al falso mito del progresso sic et simpliciter.


La Rivoluzione Industriale può essere studiata sotto molteplici punti di vista, in un’ottica di costi e benefici che possono indubbiamente svelare svantaggi e vantaggi. Ma un dato è certo per l’Autore: da quel momento in poi l’umanità nei rapporti sociali in senso lato ha subito un peggioramento sostanziale.


Qualità della vita – postulato molto diffuso oggi in una prospettiva del breve periodo – è una definizione tanto abusata quanto difficilmente realizzabile.


Il mito della Ragione non ha mai tollerato che si usassero contro di esso le medesime metodologie che pure quello stesso mito ha sempre esercitato per affermarsi. Non per nulla il saggio di Massimo Fini ha suscitato molte polemiche, figlie dell’intolleranza razionalista,  che confuta la fede ma eleva a soprannaturali tutte le scoperte di  tecnologia e scienza,  innalzandole a totem indiscutibile.


Non si tratta di elencare nostalgie – di roussoniana memoria – del buon selvaggio, ma di operare un sano confronto di carattere dinamico, rifiutando l’accettazione acritica di tutto quanto proviene dal mondo della post-modernità.


L’idea di progresso – quale noi la intendiamo oggi – era estranea alle civiltà classiche, greca, latina, e alle antiche civiltà mediorientali; furono ebrei prima e poi cristiani ad  introdurre un elemento del  tutto nuovo, postulando un fine verso cui si dirigerebbe la storia. Nacque in questa maniera la concezione teologica della storia, anni luce distante dalla visione illuminista secondo cui la storia era principalmente evoluzione progressiva, avente per fine la miglior condizione possibile per l’uomo sulla terra.


L’Ottimismo illuminista aveva alla sua base l’incipiente fiducia che la tecnica potesse risolvere tutte le aspirazioni, i desideri, le volontà dell’uomo, dimenticando, però, che la ricerca della mera materialità cela talvolta un’esigenza innata verso un Infinito di leopardiana memoria.


Il punto è che la storia divide e schematizza due categorie di uomini, quelli che credono di trovare il Paradiso nel mondo ultraterreno e quelli invece che sono convinti di potersi fabbricare “in casa” con i propri mezzi la Felicità somma, proprio qui sulla terra.


Ci si arricchisce in questa lettura affrontando il capitolo relativo alla vita, alla morte e all’anima: l’uomo di ieri  accettava la morte, anche con determinati rituali, attraverso un rispetto per il  sacro  e la devozione nei confronti  delle anime dei defunti, rappresentata degnamente dal silenzio, che oggi è cop erto dagli applausi d emenziali e rumorosi.


Per noi oggi la morte è pornografia, nel senso che non se ne può parlare, è tabù, meglio piuttosto alimentare la distrazione nei centri benessere, affinché l’oggi sembri eterno.


Prima la vita durava molto meno, le condizioni erano più difficili, e lo stesso Dante ne fissò la metà dell’arco verso i 35 anni, “…nel mezzo del cammin…”.


Come l’uomo preindustriale accettava quale fatto inevitabile la morte, così aveva in sé un forte  senso di coesione comunitaria: i villaggi realmente costituivano una rete non virtuale ma viva, umana, con splendide amicizie e solidarietà concrete che si formavano fra le differenti famiglie, con i saggi, le loro narrazioni accompagnate da aneddoti di vita vissuta ed esperienza accumulata negli anni.


Oltretutto non esistevano barriere fra età e i vecchi dialogavano con adulti, ragazzi, bambini, indifferentemente; la felicità si configurava come conquista quotidiana, con le piccole soddisfazioni nel mondo di quaggiù non paragonabili alle gioie dell’Aldilà.


Oggi la felicità si trasforma in un dovere: il mezzo principale si chiama edonismo di massa godereccio e tracotante.


Un tempo l’uomo subiva la Natura, oppure la rispettava convivendoci, oggi la vuole dominare, manipolandola con la violenza e l’isterismo dell’ambizione.


La società preindustriale si caratterizzava per il suo patriarcato incentrato su gerarchia ed autorità: il vecchio viveva  in famiglia circondato da bambini e donne di casa, da esse accudito quando non era più in grado di badare a sé stesso.


Invece la nostra Società fatta di vecchi, li emargina, li ghettizza e ne accresce l’umiliazione con il culto di un giovanilismo grottesco.


I motori hanno rotto il rapporto fra uomo e Natura, causando un disequilibrio, con la Tecnologia sempre più in alta quota ad organizzare prepotentemente la vita dell’individuo, incanalandolo in un vortice dove l’uomo è al tempo stesso giocattolo e giocatore.


Lo scrittore ammonisce sulla differenza fra fini e mezzi: ad esempio non è da demonizzare Internet, ma l’abuso che se ne può fare. Nel momento in cui si potenzia al massimo un mezzo, è matematicamente dimostrabile che la persona perde il contatto sia con il reale che con la Finalità.


Nel mondo odierno abbiamo paradossalmente più mezzi e canali tecnologici ed industriali, ma meno competenze e sapere, pochissimi o nulli spunti culturali.


La profondità nell’immaginario collettivo va abbinata alla lentezza, mentre si premia la velocità e la  frenesia con le tanto acclamate tre “e”: efficacia, efficienza ed economicità, a discapito dello spessore decisionale relativo alle scelte, alle scelte importanti.


La Ragione ha talmente creduto in se stessa che si è fatta superstizione, senza raziocinio, perdendo idealità e passione, oltrepassando i suoi limiti che potevano insegnarle qualcosa di più grande.


Si adatta bene a questo saggio il passo di un articolo pubblicato dall’Autore qualche tempo fa, relativo alla crisi valoriale determinato dal Torto della Ragione: “Vorrei essere un talebano, un kamikaze, un affamato del Darfur, un ebreo, un bolscevico, un fascista….perché più dell’orrore mi fa orrore il nulla”.


Ed il nulla è il Trionfo della Ragione sragionato e scriteriato.


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Ma la modernità ci ha resi davvero migliori? – La Ragione aveva Torto?, di Massimo Fini


Pubblicato per la prima volta nel 1985, La Ragione aveva Torto? è un pamphlet contro la modernità.


Quanto ho appena scritto descrive in poche e superficiali parole il contenuto dell’opera di Massimo Fini e, allo stesso tempo, rappresenta la principale ragione per cui questo libro sia stato relegato in fondo ad uno scaffale perchè profondamente frainteso o, peggio, sottovalutato. Chiunque non riesca a leggere nelle parole di Fini oltre il “si stava meglio quando si stava peggio” della introduzione è anche colui che non riesce a vedere oltre la punta del suo naso.


La Ragione aveva Torto? è sicuramente un inno all’antimodernità, ma non è affatto una lode nostalgica verso l’età della pietra. Ciò che, infatti, Massimo Fini mette in discussione non è la modernità in sè, ma il modo in cui essa è stata portata avanti fino a noi e la direzione futura che noi le stiamo dando. Va da sè che, letto in questa prospettiva, La Ragione aveva Torto? risulta essere un ammonimento profetico. Tant’è che, a fronte del suo iniziale insuccesso, lo stesso libro è giunto alla sua sesta edizione (Marsilio).


Nel suo La Ragione aveva Torto?, Massimo Fini sottopone a una puntigliosa e radicale critica questi nostri tempi moderni, attraverso un “imbarazzante confronto” – dati alla mano – tra la società moderna figlia della Rivoluzione industriale con “una società realmente esistita, concreta, verificabile quale fu quella dell’ancien régime”. Lo fa affrontando sette distinte e fondamentali tematiche (la vita, la morte e l’anima; la fame, la casa, il tempo; identità e felicità; gli analfabeti; l’uguaglianza; leggittimazione, democrazia e potere; un tempo inesistente: il futuro) che, a differenza di quanto siamo abituati a pensare, sono quelle che più influiscono sulla qualità di vita degli individui. Peccato siano state tolte tutte dal paniere ISTAT e da molti altri panieri che, a questo punto, non saprei davvero cosa contengono e cosa misurano.


Il raffronto serrato col passato vede il nostro tempo uscirne sconfitto. Nonostante questo, però, il nostro tempo continua a sembrare sempre più forte, come per una sorta di autodifesa che il sistema che ci siamo creatie di cui abbiamo deciso di far parte ha costruito per autoproteggersi e, soprattutto, autoriprodursi in una specie di meccanismo ri-produttivo impazzito. Che l’uomo occidentale moderno sia riuscito a costruirsi un mondo abbastanza invivibile, credo sia sotto gli occhi di tutti, anche di chi lo stesso sistema è disposto a difenderlo a spada tratta. Il fatto, però, che si viva in un mondo ancor più invivibile di quello precedente alla rivoluzione industriale è, forse, noto solo a pochi.


Dai dati storiografici e numerose ricerche demografiche, emergono fatti eclatanti. Non è vero che la nostra vita è più lunga, e se anche lo fosse sarebbe di qualche anno che paghiamo a caro prezzo. A che pro, infatti, una lunga vita se di essa non se ne può disporre?. La nostra qualità di vita, infatti, non è affatto superiore a quella dei nostri predecessori: essi avevano più tempo e ne disponevano liberamente; lavoravano duro, certo, ma lavoravano meno a guadagno di una vita sociale più fitta e meno alienante. Tutti possedevano una casa, vi erano territori pubblici comuni a disposizione della comunità e l’essenziale non mancava che in alcuni casi: coloro che vivevano, come oggi diremmo, al di sotto della soglia di povertà erano proporzionalmente la stessa quantità presente ai nostri giorni.


L’analfabetismo non era così grave come ci viene insegnato ufficialmente e veniva compensato da meccanismi di conoscenza condivisa, del passaggio di conoscenza tra generazioni e dell’utilizzo dell’oralità, a fronte di un falso alfabetismo odierno, preda di un’acculturazione priva di cultura e dell’information overload che ci porta a saltare da una cosa all’altra dimenticando quasi tutto. I nostri “antenati” sapevano quello che facevano, dove vivevano e come funzionava quello che usavano. C’era consapevolezza nelle loro azioni, cosa che manca totalmente oggi, anche nella semplice azione di guardare la TV.


I padri dei padri dei nostri padri conoscevano chi li governava. Vi era un rapporto molto più diretto, meno distante tra re e popolo rispetto a quello che c’è ora tra parlamentari e cittadini. Le responsabilità erano diffuse: tutti avevano il diritto, e soprattutto il dovere, di interessarsi dell’area e della comunità nelle quali vivevano. Le classi sociali si mischivano molto più tra loro, con una conseguente elevata mobilità sociale. Cosa che noi, oggi, moderni uomini del XXI secolo, siamo riusciti ad affrontare con i Co.Co.Co e i contratti a progetto.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che va tenuto in considerazione la diversità dei due contesti. Però io mi chiedo: e se fossimo riusciti a costruire un contesto differente? Se avessimo utilizzato la nostra modernità per arrivare a risultati diversi? Se avessimo affrontato l’esistenza in maniera distinta?


Non è un caso il fatto che La Ragione aveva Torto? porti nel titolo un punto interrogativo. Un segnale di intelligenza dell’opera e di chi l’ha scritta, che mettono sí in discussione il loro tempo, ma sempre conservando il beneficio del dubbio. Il dubbio: non vi è critica più forte e migliore all’Illuminismo industriale, “esattamente ciò che gli stolidi epigoni dell’Illuminismo hanno dimenticato”. Tenendo sempre bene in mente questo, forse un modo per cambiare lo stato attuale delle cose sarebbe ammettere – a se stessi e agli altri – che la Ragione aveva Torto.


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