MASSIMO FINI PENSIERO - La Ragione aveva torto?

MASSIMO FINI

La Ragione aveva torto?

Che il mio libro, La Ragione aveva Torto? avrebbe avuto accoglienze tempestose me l'aspettavo.


Non è un libro destinato a suscitare consensi. Vi sostengo infatti la tesi che la società industriale e tecnologica non ha aumentato la democrazia, la libertà, l'uguaglianza, la cultura, la felicità degli esseri umani, non ha, insomma, migliorato la qualità della nostra vita rispetto alla società agricola che la precedette, non perché questa fosse un idillico Eden (che anzi era un mondo fatto di durezze, di sofferenze, di disuguaglianze, di fatiche spesso bestiali), ma perché, con la rivoluzione industriale, l'uomo è riuscito a costruirsi condizioni di vita ancor più intollerabili.


Tesi, come si vede, quanto mai impopolare dato che, come ha acutamente notato Enrico Finzi sulla Domenica della scorsa settimana, tutte le culture dominanti, l'Illuminismo, il positivismo, il marxismo rivoluzionario e quello riformista, il giudaismo, il cristianesimo hanno un elemento comune: la fiducia nel progresso.


Però La Ragione aveva Torto? deve aver toccato dei nervi davvero scoperti se ha fatto saltare quelli di uno storico come Ernesto Galli della Loggia, almeno a giudicare dalla recensione che ne ha fatto su La Stampa del 16 marzo.


Devo dire che dalle attenzioni di uno storico, e soprattutto d'uno storico del riconosciuto valore di della Loggia, temevo di peggio e speravo di meglio. Temevo di peggio perché, pur essendo il mio libro basato su testi e documenti storici, io non sono uno specialista e, naturalmente, posso prestare più di un fianco scoperto nei confronti degli «addetti ai lavori».


Invece, sul piano storico, della Loggia non mi fa nessuna confutazione seria. Egli, più che il libro, attacca il suo autore. Il che sembrerebbe il segno d'una deplorevole mancanza d'argomenti.


Della Loggia fa un molto cattolico processo alle intenzioni, scrivendo che il libro altro non è che il prodotto di «insignificanti angosce esistenziali che credono di redimersi culturalmente del proprio nulla rimpiangendo l'aratro a chiodo e maledicendo l'odiato progresso» e che io sono, dietro pretese «umanistiche», disumano. Ancora un passo più in là e il della Loggia avrebbe detto che il libro è da buttare perché il suo autore è omosessuale o frequenta cattive compagnie. Ad ogni buon conto, io non ho mai preteso d'esser un «umanista», questo se l'è inventato il della Loggia.


In quanto alla mia disumanità mi sono limitato a scrivere che la vita media degli uomini della società preindustriale (che era intorno ai 34 anni perché includeva l'alta percentuale di mortalità natale e perinatale) non va confusa con la vita reale che era invece molto più lunga.


Che è una verità inconfutabile.


Certo, morivano molti neonati perché questa era la dura selezione della natura, ma agli «umanisti» del tipo di Galli della Loggia si potrebbe forse chiedere se questa selezione, anticipati un po' i tempi, non ci sia anche oggi, solo che invece di far fare alla natura ci si affida ai ferri del chirurgo o alla chimica.


Inoltre, checché ne pensi della Loggia, io non sono un nostalgico dell' ancien regime, al mio libro è estraneo questo tipo di atteggiamento tanto che un altro storico, non meno autorevole e titolato di della Loggia, Giovanni Assereto, ha potuto scrivere sul Mondo a proposito di La Ragione aveva Torto?: «Il libro è certamente discutibile, anzi espressamente votato a far discutere.


Ma non ha nulla di nostalgico, rifiuta quel rimpianto arcadico per il buon tempo antico che di solito è l'immagine speculare, se possibile ancor più stolida, dell'entusiasmo trionfalistico per il progresso».


La cosa curiosa è poi che, nella sua astiosa polemica, Galli della Loggia eleva un peana ad un libro dello storico Peter Laslett, Il mondo che abbiamo perduto, che è stato una delle mie fonti. Ora, le cose sono due: o della Loggia non ha mai letto Laslett oppure gioca la notoria framassoneria della categoria per cui «storico non mangia storico».


Perché il libro di Laslett è infinitamente più nostalgico e arcadico di quanto sia il mio. Io mi limito a fare delle comparazioni attraverso un raffronto storico e a trarne delle conseguenze che non sono però di rimpianto per l' ancien regime ma di orrore per quello nuovo


. Ma è proprio questo che non va giù a della Loggia, che io non mi lasci andare ad un generico (e quindi innocuo, e quindi tollerabile perché patetico) rimpianto per l'ancien regime ma che osi «dimostrare», come egli dice, che la società tecnologica ed industriale ha partorito mostri anche peggiori. Che insomma io confuti la ragione (o per meglio dire i suoi eccessi) con la ragione, con la documentazione storica, con l'uso della logica e non con l'irrazionalismo o con il misticismo o con l'utopia del passato.


Che osi cioè scendere sul suo terreno. E ciò che spaventa, in della Loggia e nel filone di pensiero di cui egli si fa portatore, è il totalitarismo, il rifiuto radicale di discutere, se non con lo sprezzo, tutte le posizioni che son diverse dalla sua.


E la protervia: la rivoluzione industriale e tecnologica ci ha portato sull'orlo della catastrofe nucleare, ha distrutto l'ambiente in cui viviamo, ha reso infelici i suoi abitanti in una misura che non era mai stata raggiunta, ha partorito un totalitarismo mostruoso, ma se uno osa avanzare qualche obiezione gridano subito al «crucifige».


Questi non hanno capito che, se l'illuminismo nascesse oggi, parlerebbe un linguaggio molto più simile al mio che al loro. Ed infatti il mio libro non è affatto contro la Ragione e l'illuminismo, ma contro i loro epigoni che, con l'ottuso e pericoloso ottimismo di Candide, credono di vivere nel «migliore dei mondi possibili» e non riescono a vedere che son seduti su una polveriera che è già scoppiata e che essi sono i figli di una catastrofe che è già avvenuta.


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